venerdì 30 luglio 2010

Università/ Andu: riforma voluta da Confindustria, non da Gelmini

'Per non chiudere atenei pubblici. Ultima speranza ripresa proteste'


Roma, 30 lug. (Apcom) - Secondo Nunzio Miraglia, coordinatore nazionale dell'Andu, l'Associazione nazionale docenti universitari, il ddl approvato ieri dal Senato non deriverebbe dalla volontà del ministro Gelmini ma da una precisa scelta di forti gruppi di potere, in particolare dalla volontà di Confindustria di ridurre i finanziamenti dello Stato verso gli atenei pubblici: "è il compimento di un progetto di distruzione dell'università pubblica - dichiara oggi Miraglia ad 'Ustation-the university media network' - condotto trasversalmente da Confindustria e dai forti poteri pseudo-liberisti".
Miraglia, tra i docenti più attivi, attraverso la sua associazione, nel contestare le novità incluse nel testo di riforma, ritiene che "il parlamento è stato condizionato, come negli ultimi 20-25 anni, da gruppi di potere extraparlamentari che hanno deciso al loro posto i destini dell'università pubblica: poteri che hanno come unico obiettivo quello di chiuderla".
Per il coordinatore dell'Andu le logiche di potere cui si riferisce, "sono di tipo economico ed affaristico" e prevalgono chiaramente anche nel testo del ddl approvato ieri: "basti pensare al commissariamento previsto per gli atenei in difficoltà, all'autonomia nazionale 'chiusa' ed ai grossi margini decisionali che avrà l'Anvur a seguito dell'approvazione della riforma".
Anche se il Senato ha approvato il ddl, le speranze di associazioni e sindacati di non portarla a compimento rimangono intatte. "È importante prendere atto che si è trattato di una serie di manifestazioni non scontate, soprattutto quelle delle ultime settimane: si sono svolte centinaia di assemblee di facoltà, tutte omogenee nel contestare non solo i tagli ma anche il ddl e gli attacchi all'autonomia".
Il leader dell'associazione dei docenti ritiene che il ritorno della contestazione possa in qualche modo frenare le scelte della Camera: "C'è da sperare - specifica Miraglia - che a settembre il movimento attacchi i veri responsabili di questa operazione: non certo il ministro Gelmini, che non ha le competenze per realizzarla, ma la Confindustria ed i poteri extraparlamentari. Si tratta di un potere accademico-politico fortissimo".
Per contrastarlo è fondamentale che "gli studenti, i professori, i ricercatori ed i tanti rettori che si sono espressi negativamente riprendano la loro lotta" subito dopo l'estate. "In gioco è la democrazia del paese, perché l'università è autonoma e libera. È una battaglia - conclude il coordinatore dell'Andu - che va al di là degli interessi di categoria".

giovedì 29 luglio 2010

Mailbombing ai partiti di opposizione per rompere silenzio sulla riforma Gelmini

da sito repubblica.it del 29.7.2010 

 

"Mailbombing" ai partiti d'opposizione
"Rompere il silenzio" sulla riforma Gelmini
 

L'iniziativa di docenti e ricercatori dell'ateneo di Salerno per chiedere "attenzione, lungimiranza e coraggio" contro un provvedimento che rischia di "smantellare la formazione e la ricerca"

di CARMINE SAVIANO
 
Inviare una mail per salvare l'università. Parte da Salerno l'ultima protesta contro la riforma Gelmini. Protagonisti i docenti e i ricercatori dell'ateneo salernitano. Che hanno proposto un "mailbombing rivolto ai capigruppo dei partiti d'opposizione alla Camera e al Senato". Oggetto della mail: "rompere il silenzio". Contenuto una richiesta di "attenzione, lungimiranza e coraggio" per combattere un provvedimento che rischia di "smantellare la formazione e la ricerca". Ne parliamo con Miriam Voghera, docente di Linguistica Generale nell'Università di Salerno, che a Repubblica.it racconta genesi e sviluppo dell'idea.

Professoressa Voghera, cosa spinge un professore universitario a usare toni così netti e perentori nei confronti di chi dovrebbe rappresentarlo?
"Il senso di responsabilità. Chi lavora in questi ambiti sa che anche dal suo lavoro dipende la formazione delle generazioni future e la qualità del futuro. Ma se sta per essere approvata una legge che diminuisce le risorse materiali e umane a disposizione, noi abbiamo il dovere di rivolgerci con forza ai nostri rappresentanti in Parlamento per chiedere attenzione, lungimiranza e coraggio. Lo dobbiamo ai nostri studenti, alle loro famiglie e, per quanto possa suonare retorico, alla società".

Perché un mailbombing all'opposizione e non alla maggioranza?

"L'idea che la scuola e l'università siano un bene di tutti e per tutti non appartiene ai partiti di questo governo. Rivolgersi a loro perché difendano la scuola, la ricerca e l'università pubbliche di qualità è privo di senso politico: è un po' come a chiedere alla Lega di difendere la libertà religiosa. Altra cosa è rivolgersi a chi ha fatto della difesa della scuola, della ricerca e dell'università pubblica un punto del proprio programma politico. E' a questi senatori e deputati che chiediamo conto del loro operato e del perché non abbiano fatto della riforma dell'università un grande tema di dibattito nazionale".

Quali saranno le condizioni reali dell'università italiana se la riforma Gelmini dovesse essere approvata?
"L'Italia, secondo l'Istat, spende per lo sviluppo e la ricerca circa 266 euro per abitante contro una media europea di circa 432 euro. Quindi è bene sapere che l'idea che l'università sprechi enormi quantità di risorse è falsa, semplicemente perché le risorse sono già pochissime. La riforma Gelmini taglierà ancora risorse in due modi: darà meno soldi  e bloccherà la possibilità di assumere i professori e i ricercatori che via via  andranno in pensione. Questo certo non favorirà l'inserimento di giovani ricercatori".

E l'altro modo?
"Anziché affrontare e risolvere la questione dello stato giuridico dei ricercatori, si inventano dei ricercatori a tempo determinato che dovranno lottare contro gli attuali ricercatori per dei posti che comunque non ci saranno. Infine, ciò di cui nessuno parla, ma che temo sia l'obiettivo vero della riforma".

Ovvero?
"Il Ddl prevede una riforma del sistema di governo delle università, esautorando, di fatto, i Senati accademici e trasferendo ampi poteri ai consigli di amministrazione che saranno aperti a personalità con esperienza in campo gestionale e professionale, di cui non vengono indicate le competenze necessarie".

L'università come un'azienda. Che ricadute avrà questa decisione?
"Si toglie l'università ai professori per darla ai cosiddetti manager. Con la piccola differenza che mentre i professori, i ricercatori, gli assegnisti di ricerca e persino i dottorandi devono sottoporsi a valutazioni periodiche, per i manager la meritocrazia non vale mai".

Chi ci perde e chi ci guadagna con la riforma?
"La riforma fatta dalla ministra Gelmini al grido di 'Abbasso i baroni' è una riforma contro gli studenti che avranno corsi di laurea più poveri. Contro gli attuali ricercatori, che restano senza prospettive. Contro la meritocrazia perché affida il governo dell'università a personalità che non saranno sottoposte a un giudizio pubblico. E i soliti noti ne trarranno giovamento".

Il testo della lettera
Ai Senatori e ai Deputati eletti nelle liste dell'opposizione

Non abbiamo votato per il governo ma per i partiti oggi all'opposizione, perché ritenevano  -  e vogliamo continuare a ritenere  -  che voi dell'opposizione avreste lavorato per il necessario sviluppo della scuola, dell'università e della ricerca pubblica, che costituiscono il futuro non solo culturale e intellettuale, ma anche economico-produttivo del nostro Paese.

Non vediamo proposte credibili che portino il vostro segno a favore dell'istruzione e della ricerca pubblica. A fronte di una scarsa progettualità, intravediamo segnali di parziale consenso o velato dissenso al Ddl Gelmini. Poiché il Ddl ha come effetto la distruzione della qualità formativa e scientifica del sistema universitario, impedendo investimenti per la ricerca e la didattica, riterremo ogni forma di sostegno diretto o indiretto come una negazione del patto che lega noi elettori ai nostri rappresentanti.

In assenza dell'elaborazione di concrete proposte alternative che contrastino il Ddl Gelmini nei fondamenti e nelle prospettive, siamo pronti a ripensare il nostro sostegno ai vostri partiti per i quali potremmo non votare alle prossime elezioni.
(29 luglio 2010)

Primo passo secondo quanto previsto da Valditara: Senato approva ddl Gelmini prima della pausa estiva

 fonte: agenzia di stampa ASCA del 29 Luglio 2010

UNIVERSITA': OK DEL SENATO ALLA RIFORMA GELMINI. ECCO COSA PREVEDE


L'aula del Senato ha dato il via libera al ddl Gelmini che riforma l'universita' italiana. Il testo approdera' alla Camera a ottobre e dovrebbe essere approvato definitivamente entro fine anno.

Il provvedimento e' composto da 22 articoli e sono stati oltre 400 gli emendamenti esaminati dall'aula, 80 quelli della maggioranza. Questi i punti principali del ddl: LINEE ISPIRATRICI. Il provvedimento riforma l'intero sistema universitario affermando il principio che l'autonomia delle universita' deve essere coniugata con una forte responsabilita': finanziaria, scientifica, didattica. Le universita' sono autonome ma risponderanno delle loro azioni.

FINANZIAMENTI IN BASE A QUALITA'. Se le universita' saranno gestite male riceveranno meno finanziamenti. I soldi dunque saranno dati solo in base alla qualita' con la conseguente cessazione dei finanziamenti a pioggia. Nella stessa ottica, si riforma il reclutamento del personale e si riforma la governance delle universita' secondo criteri meritocratici e di trasparenza.

GESTIONE FINANZIARIA. Viene introdotta la contabilita' economico-patrimoniale uniforme, secondo criteri nazionali concordati tra Miur e Tesoro. I bilanci dovranno rispondere a criteri di maggiore trasparenza. Debiti e crediti saranno resi piu' chiari nel bilancio.

Inoltre, vi sara' il commissariamento e tolleranza zero per gli atenei in dissesto finanziario.

RETTORI A TEMPO DETERMINATO. Limite massimo complessivo di 8 anni al mandato dei rettori, inclusi quelli gia' trascorsi prima della riforma. Come e': oggi ogni universita' decide il numero dei mandati. Come sara': un rettore non potra' rimanere in carica per piu' di 8 anni, con valenza retroattiva. Per un massimo di due incarichi di quattro anni ciascuno.

ADOZIONE DI UN CODICE ETICO. Oggi non ci sono regole per garantire trasparenza nelle assunzioni e nell'amministrazione. Il provvedimento prevede un codice etico per evitare incompatibilita', conflitti di interessi legati a parentele. Alle universita' che assumeranno o gestiranno le risorse in maniera non trasparente saranno ridotti i finanziamenti del ministero.

RIORGANIZZAZIONE INTERNA DEGLI ATENEI. Riduzione molto forte delle facolta' che potranno essere al massimo 12 per ateneo. Questo per evitare la moltiplicazione di facolta' inutili o non richieste dal mondo del lavoro.

ATENEI POTRANNO AGGREGARSI. Possibilita' per gli atenei di fondersi tra loro o aggregarsi su base federativa per evitare duplicazioni e costi inutili. Come e': oggi universita' vicine non possono unirsi per razionalizzare e contenere i costi. Come sara': ci sara' la possibilita' di unire o federare universita' vicine, anche in relazione a singoli settori di attivita', di norma in ambito regionale, per abbattere costi e aumentare la qualita' di didattica e ricerca.

ABILITAZIONE NAZIONALE. Il ddl introduce l'abilitazione nazionale come condizione per l'accesso all'associazione e all'ordinariato. L'abilitazione e' attribuita da una commissione nazionale sulla base di specifici parametri di qualita'. I posti saranno poi attribuiti a seguito di procedure pubbliche di selezione bandite dalle singole universita', cui potranno accedere solo gli abilitati.

In particolare sono previsti: commissioni di abilitazione nazionale autorevoli con membri italiani e, per la prima volta, anche stranieri; cadenza regolare annuale dell'abilitazione a professore al fine di evitare lunghe attese e incertezze; attribuzione dell'abilitazione, a numero aperto, sulla base di rigorosi criteri di qualita' stabiliti con Decreto Ministeriale, sulla base di pareri dell'Anvur (Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) e del Cun (Consiglio Universitario Nazionale); distinzione tra reclutamento e progressione di carriera: basta con i concorsi banditi per finta solo per promuovere un interno. Entro una quota prefissata (1/3), i migliori docenti interni all'ateneo che conseguono la necessaria abilitazione nazionale al ruolo superiore potranno essere promossi alla luce del sole con meccanismi chiari e meritocratici. E ancora: messa a bando pubblico per la selezione esterna di una quota importante (2/3) delle posizioni di ordinario e associato per ricreare una vera mobilita' tra sedi, oggi quasi azzerata; procedure semplificate per i docenti di universita' straniere che vogliono partecipare alle selezioni per posti in Italia.

VALUTAZIONE ATENEI. Le risorse saranno trasferite dal ministero in base alla qualita' della ricerca e della didattica. Fine della distribuzione dei fondi a pioggia. Ci sara' l'obbligo di accreditamento, quindi di verifica da parte del ministero, di tutti i corsi di laurea e di tutte le sedi distaccate per evitare che si creino insegnamenti e strutture non necessarie e la valutazione dell'efficienza dei risultati conseguiti da parte dell'Anvur.

OBBLIGO DOCENTI DI CERTIFICARE PRESENZA. I docenti avranno l'obbligo di certificare la loro presenza a lezione. Questo per evitare che si riproponga senza una soluzione il problema delle assenze dei professori negli atenei. Viene per la prima volta stabilito inoltre un riferimento uniforme per l'impegno dei professori a tempo pieno per il complesso delle attivita' didattiche, di ricerca e di gestione, fissato in 1.500 ore annue di cui almeno 350 destinate ad attivita' di docenza e servizio per gli studenti.

SCATTI STIPENDIALI SOLO AI PROFESSORI MIGLIORI. Si rafforzano le misure annunciate nel DM 180 in tema di valutazione dell'attivita' di ricerca dei docenti. In caso di valutazione negativa si perde lo scatto di stipendio e non si puo' partecipare come commissari ai concorsi.

ACCESSO AI GIOVANI STUDIOSI. Il ddl introduce interventi volti a favorire la formazione e l'accesso dei giovani studiosi alla carriera accademica.

In particolare, sono previsti: la revisione e semplificazione della struttura stipendiale del personale accademico per eliminare le penalizzazioni a danno dei docenti piu' giovani; la revisione degli assegni di ricerca per introdurre maggiori tutele con aumento degli importi; l'abolizione delle borse post-dottorali, sottopagate e senza diritti; la nuova normativa sulla docenza a contratto, con abolizione della possibilita' di docenza gratuita se non per figure professionali di alto livello; la riforma del reclutamento con l'introduzione di un sistema di tenure-track: contratti a tempo determinato di 6 anni (3+3).

DOPO SEI ANNI O ASSUZIONE O CESSAZIONE LAVORO RICERCATORI.

Il termine dei sei anni se il ricercatore sara' ritenuto valido dall'ateneo sara' confermato a tempo indeterminato come associato. In caso contrario terminera' il rapporto con l'universita' maturando pero' dei titoli utili per i concorsi pubblici. Questo provvedimento si rende indispensabile per evitare il fenomeno dei ricercatori a vita e determina situazioni di chiarezza fondate sul merito. Inoltre il provvedimento abbassa l'eta' in cui si entra di ruolo in universita' da 36 a 30 anni con uno stipendio che passa da 1300 euro a 2100. E ancora: chiarificazione delle norme sul collocamento a riposo dei docenti e valutazione complessiva delle politiche di reclutamento degli atenei ai fini della distribuzione del Fondo di Finanziamento Ordinario.

DIRITTO ALLO STUDIO E AIUTI PER STUDENTI MERITEVOLI.

Delega al governo per riformare organicamente la legge 390/1991, in accordo con le Regioni. Obiettivo: spostare il sostegno direttamente agli studenti per favorire accesso agli studi universitari e mobilita'. Inoltre sara' costituito un fondo nazionale per il merito al fine di erogare borse di merito e di gestire su base uniforme, con tassi bassissimi, i prestiti d'onore.

MOBILITA' PERSONALE NEGLI ATENEI. Sara' favorita la mobilita' all'interno degli atenei perche' un sistema senza mobilita' interna e' un sistema non moderno e dinamico.

5 ANNI ASPETTATIVA. Possibilita' per chi lavora in universita' di prendere 5 anni di aspettativa per andare nel privato senza perdere il posto.

DISTINZIONE DI FUNZIONI TRA SENATO E CONSIGLIO AMMINISTRAZIONE. E' prevista una distinzione netta di funzioni tra Senato e Consiglio d'Amministrazione, il primo organo accademico, il secondo di alta amministrazione e programmazione. Il Senato avanzera' proposte di carattere scientifico, ma sara' il CdA ad avere la responsabilita' chiara delle spese, delle assunzioni e delle spese di gestione anche delle sedi distaccate.

CDA NON SARA' ELETTIVO E STUDENTI IN ORGANI GOVERNO. Il Consiglio di Amministrazione non sara' elettivo, ma fortemente responsabilizzato e competente, con il 40% di membri esterni. Il presidente del Cda potra' essere esterno.

E' prevista la presenza qualificata degli studenti negli organi di governo.

DIRETTORE GENERALE AL POSTO DELL'AMMINISTRATIVO. Viene introdotto un direttore generale al posto del direttore amministrativo. Oggi il direttore amministrativo e' spesso un esecutore con ruoli puramente amministrativi, in futuro il direttore generale avra' compiti di grande responsabilita' e dovra' rispondere delle sue scelte, come vero e proprio manager dell'ateneo.

NUCLEO VALUTAZIONE A MAGGIORANZA ESTERNA. Il nulceo di valutazione d'ateneo sara' a maggioranza esterna. Come e': molti nuclei di valutazione sono oggi in maggioranza composti da docenti interni. Come sara': il nucleo di valutazione dovra' avere una maggiore presenza di membri esterni per garantire una valutazione oggettiva e imparziale.

STUDENTI VALUTERANNO I PROFESSORI. Gli studenti valuteranno i professori e questa valutazione sara' determinante per l'attribuzione dei fondi alle universita' da parte del ministero.

RIDUZIONE SETTORI SCIENTIFICO-DISCIPLINARI. Vengono ridotti i settori scientifico-disciplinari, dagli attuali 370 alla meta' (consistenza minima di 50 ordinari per settore).

Come e': ogni professore e' oggi rigidamente inserito in settori scientifico-disciplinari spesso molto piccoli, anche con solo 2 o 3 docenti. Come sara': saranno ridotti per evitare che si formino micro-settori, che danneggiano la circolazione delle idee e danno troppo potere a cordate ristrette.

GELMINI, ''EVENTO EPOCALE. L'ITALIA TORNA A SPERARE''.

''Voglio esprimere grande soddisfazione per l'approvazione del ddl sull'universita'. Si tratta di un evento epocale che rivoluziona i nostri atenei e che permette all'Italia di tornare a sperare''. Lo afferma il ministro dell'Istruzione, dell'Universita' e della Ricerca, Mariastella Gelmini, dopo il via libera del Senato al ddl che riforma l'universita' e che dopo l'estate approdera' alla Camera.

''L'universita' - spiega Gelmini - sara' piu' meritocratica, trasparente, competitiva e internazionale. Il ddl segna la fine delle vecchie logiche corporative: sara' premiato solo chi se lo merita. L'approvazione di questo provvedimento costituisce la base per il rilancio del sistema universitario italiano, finalmente si potra' competere con le grandi realta' internazionali''.

''E' importante che una parte dell'opposizione, come Rutelli e l'Api - conclude il ministro - abbia votato a favore del provvedimento. Questa e' la dimostrazione che, sui grandi temi del riformismo, maggioranza e opposizione possono lavorare insieme per modernizzare il Paese''.

venerdì 23 luglio 2010

Valditara (PdL): riforma universitaria approvata verso fine anno

da sito ilsole24ore.it del 23.07.2010



È sbarcato ieri in aula al Senato il Ddl di riforma degli atenei italiani, con quasi due mesi di ritardo dalla chiusura dei lavori in commissione.
Il testo, accompagnato da ben 437 emendamenti, di cui un centinaio presentati dalla maggioranza, si preannuncia "blindato". Palazzo Madama dovrebbe accogliere solo le richieste di modifica che hanno ottenuto l'ok da parte del governo, vale a dire circa una trentina, anticipate dal Sole24ore.com lo scorso 20 luglio.

Il relatore del provvedimento e professore universitario, Giuseppe Valditara (Pdl) si è mostrato fiducioso di chiudere l'esame del Ddl entro mercoledì della prossima settimana, o al massimo, prima della pausa estiva. La palla passerà poi a Montecitorio, che dovrebbe licenziare definitivamente la riforma Gelmini tra novembre e dicembre. Pochissime le possibilità di chiudere prima, come ammette Valditara, considerato come, in quel periodo, ha spiegato, «la Camera sarà probabilmente impegnata nell'esame della finanziaria d'autunno, che, come è accaduto con la manovra estiva, monopolizzerà i lavori del parlamento». Per Valditara, il Senato si appresta a votare «una riforma di alto profilo», e probabilmente, «la più importante di questa legislatura nel settore dell'istruzione e della ricerca». Giudizio diametralmente opposto per il capogruppo Pd in commissione cultura a Palazzo Madama, Antonio Rusconi che ha parlato, invece, di «pessima riforma», partita peraltro con il piede sbagliato, vale a dire «senza risorse economiche sufficienti». Rusconi ha ricordato infatti come la manovra di Tremonti, al giro di boa definitivo alla Camera, abbia confermato la cura dimagrante di 1,3 miliardi di euro al fondo di funzionamento degli atenei, tagliando, di fatto, le ali a qualsiasi tentativo di modifica del settore.

Un punto che registra malumori anche all'interno della maggioranza e rilanciato dallo stesso Valditara, che nella relazione illustrativa del Ddl Gelmini in Senato, ha chiesto al governo di assicurare «risorse adeguate». Altrimenti, ha detto, «non si potranno fare assunzioni di personale e i ricercatori non avranno adeguate prospettive di carriera». Senza dimenticare, ha aggiunto, come dal prossimo anno accademico è attesa una riduzione del 20% dei corsi di laurea.
Una volta approvata, la riforma produrrà un radicale cambiamento nelle università italiane, dove attualmente lavorano circa 40mila professori e 25mila ricercatori.
Oltre al test obbligatorio di lingua straniera per i ricercatori, le nuove norme impongono agli ordinari a tempo indeterminato di svolgere attività lavorativa per almeno 1.500 ore nell'anno solare, di cui 350 ore di didattica. Sul fronte del reclutamento, arriva l'obbligo per gli atenei di stanziare i fondi necessari per sbloccare i concorsi per associato. I ricercatori, poi, avranno tutti un contratto a tempo determinato: tre anni rinnovabili di altri tre. Entro questo termine dovranno, però, conseguire l'abilitazione scientifica per diventare associati, altrimenti si finisce fuori. Restano, invece, "a esaurimento" i ricercatori di ruolo. Per Carmen Mariano, 34 anni, da due anni ricercatrice a tempo indeterminato alla Sapienza, «si blocca qualsiasi progressione meritocratica, con un danno in busta paga, pensione e buonuscita».

 Dal 2016 il dottorato diventerà requisito per accedere ai contratti di ricerca. Mentre salta il cosiddetto "biennio Amato", che consentiva il fuori ruolo ai docenti universitari. E dopo vari annunci e smentite si fissa un punto fermo: la pensione arriverà per tutti a 70 anni.

I PUNTI CHIAVE

I professori
Con l'entrata in vigore della riforma salta il "biennio Amato" che consentiva il fuori ruolo per i docenti universitari. E la pensione arriva per tutti a 70 anni

I ricercatori
I ricercatori di ruolo andranno "a esaurimento", tutti gli altri saranno a tempo determinato: tre anni rinnovabili di altri tre. Solo dopo potranno essere assunti dall'ateneo come associati altrimenti si finirà fuori

La governance
I rettori avranno un mandato a tempo che potrà arrivare fino a 8 anni. Il senato accademico potrà proporre con maggioranza di 3/4 la sfiducia del rettore che abbia amministrato male l'ateneo.



da sito ilsole24ore del 20.07.2010

Professori universitari: la proposta di ddl di riforma non tiene conto della richiesta del Ministro Gelmini e  conferma la pensione a 70 anni

Nessun pensionamento "accelerato" per i professori universitari, mentre diventa obbligatoria per chi vuole diventare ricercatore la conoscenza della lingua inglese. Sono alcune delle novità, anticipate dal Sole24ore.com, del pacchetto di emendamenti che in serata (il termine scade alle ore 19) il relatore Giuseppe Valditara (Pdl) presenterà al ddl università, contestato ieri a Padova, che giovedì inizierà l'esame in aula al Senato, per il via libera definitivo, che dovrebbe arrivare martedì o mercoledì della prossima settimana.

In tutto una decina di modifiche, che hanno ricevuto l'ok da parte del Governo, che mirano, soprattutto, a semplificare ulteriormente alcuni adempimenti amministrativi degli atenei, dalle chiamate dei docenti, alla maggiore flessibilità sull'organizzazione del lavoro interno. Quest'ultima possibilità, però, sottolinea Valditara, viene limitata ai soli atenei virtuosi e servirà, comunque, il via libera di Viale Trastevere.

L'attesa era tutta su un eventuale "emendamento" che anticipasse a 65 anni l'età di pensionamento dei "baroni", così come richiesto, tra l'altro, qualche giorno fa, dallo stesso ministro Gelmini. Fumata nera. La richiesta di modifica non è entrata nel pacchetto Valditara, con la conseguenza, quindi, che rimane a 70 anni il limite massimo d'età per i docenti per lasciare la cattedra.

Tra gli altri emendamenti che saranno presentati dal relatore, spicca quello che impone agli atenei di accantonare le risorse per i ricercatori a contratto. Questi soldi, ha spiegato Valditara, serviranno per garantire il secondo rinnovo dei contratti triennali. Valditara ha evidenziato anche di aver "strappato" al ministro Gelmini l'impegno a rimpinguare il fondo ordinario di funzionamento degli atenei (che il prossimo anno subirà una sforbiciata di 1,3 miliardi) e, soprattutto, la possibilità di recuperare gli scatti d'anzianità per docenti e ricercatori, bloccati dalla manovra di Tremonti fino al 2013. Il costo di quest'ultima operazione è di circa 300 milioni, nel triennio, 36, per il 2011, 101, per il 2012 e 162, per il 2013, che, secondo Valditara, potrebbero essere recuperati dall'aumento dell'accise sui tabacchi.

giovedì 22 luglio 2010

Le università sotto esame: inizia oggi discussione in Senato del ddl Gelmini

 da corriere.it del 22.7.2010


LA RIFORMA E LA FINE DEI CONCORSI

La cosa più rilevante accaduta in questi mesi nell’università è la nascita dell’Anvur, un’agenzia indipendente il cui compito è valutare gli atenei e lo stato della ricerca. Più importante della stessa legge di riforma che l’aula del Senato inizia oggi a discutere: perché gli incentivi sono spesso più efficaci delle leggi.

Dallo scorso anno, una quota (il 7%) dei fondi che lo Stato trasferisce alle università viene assegnata sulla base di un esperimento di valutazione, effettuato prima della nascita dell’Anvur. Le università migliori ricevono un premio che può essere cumulato nel tempo. Nel 2011 atenei virtuosi (ad esempio i Politecnici di Torino e Milano) potrebbero quindi ricevere fino al 14% in più, una cifra che li metterebbe ampiamente al riparo dai tagli orizzontali previsti dalla Finanziaria.
In altre sedi, invece, il taglio complessivo potrebbe superare il 14%. Poiché i fondi pubblici ormai servono a mala pena a pagare gli stipendi, le università peggiori, per sopravvivere, dovranno attuare ampie riorganizzazioni, ad esempio chiudere i dipartimenti responsabili per la modesta valutazione dell’intero ateneo.
L’efficacia dell’Anvur dipenderà dalle persone chiamate a guidarla. I primi passi lasciano ben sperare. Il consiglio direttivo sarà individuato (riproducendo le modalità seguite per lo European Research Council, Erc) all’interno di una rosa di nomi indicati da cinque esperti. La presenza fra essi di Salvatore Settis e Claudio Bordignon, gli unici italiani che fanno parte del comitato scientifico dell’Erc, è una garanzia della qualità delle scelte. Se non vi saranno sorprese, l’autorevolezza e l’indipendenza dell’Anvur saranno in contro-tendenza rispetto ad un governo che dimostra un crescente fastidio verso le agenzie indipendenti.
La fine dei concorsi universitari è l’aspetto più rilevante della riforma. Sono i tempi eterni e la corruzione dei concorsi che hanno indotto tanti giovani ad emigrare. Salvo il vaglio di una certificazione nazionale, le università potranno assumere chi ritengono a loro più adatto. È per questo motivo che l’Anvur è il vero perno della riforma: se l’agenzia non funzionasse, la nuova legge consentirebbe di assumere amici e parenti senza dover neppure truccare i concorsi.
In queste ore ricercatori e professori associati premono per essere tutti promossi ope legis. La nuova legge li protegge fin troppo. A chi già lavora nell’università riserva di fatto i due terzi di tutti i nuovi posti: solo un nuovo docente ogni tre proverrà da fuori. E la definizione di «esterno» non impedirà all’università di Trieste di assumere un suo allievo temporaneamente trasferito a Gorizia. In Senato numerosi emendamenti propongono di abbassare ancor più la quota di esterni.
Ma quanti nuovi posti vi saranno nei prossimi 5-6 anni? Pochissimi se i professori insistono per insegnare fino a 70 anni. Il Pd chiede che l’età di pensionamento sia abbassata a 65 anni, come accade quasi ovunque in Europa. Questo, e un graduale innalzamento della quota di fondi pubblici assegnata sulla base delle valutazioni, consentirebbe di non perdere una generazione di ricercatori. I professori resistono: non per insegnare fino a 70 anni, ma per non perdere potere. C’è una soluzione semplice per convincerli ad andare in pensione: prevedere che dopo i 65 anni non si possa più partecipare alla selezione dei nuovi docenti, né dirigere le Scuole di specializzazione, soprattutto quelle di medicina.
Francesco Giavazzi
22 luglio 2010

Università di Bari: risanamento del buco da 52 mln di euro


da corrieredelmezzogiorno.it del 22.7.2010

BARI - Il piano di rientro dell’Università di Bari, per risanare il buco di 52 milioni di euro, è stato approvato ieri dalla commissione bilancio. Dopo mesi di occupazioni, di proteste in strada, di appelli alle istituzioni, gli studenti sono riusciti ad ottenere una riduzione dal 27 al 15 per cento, ma l’aumento tasse ci sarà. Ieri la proposta è stata presentata in commissione: il passaggio è necessario prima di arrivare in senato accademico e in cda. Senza l’ok della commissione bilancio, nessun piano di rientro potrebbe essere presentato dall’Ateneo. «Riscontriamo - commenta Claudio Riccio di Link - una marcia indietro dell’amministrazione sulla questione delle tasse. In realtà il 15 per cento è stato calcolato sul reale introito e non su quello previsto: in questo caso riusciremmo a ridurre questo incremento addirittura fino al 4 per cento.
Noi siamo contrari a qualsiasi manovra che danneggia le tasche degli studenti, ma non possiamo non notare la riduzione della percentuale che l’Ateneo ha apportato. E questo per noi è un risultato importantissi mo, considerando la battagliache abbiamo avviato con le occupazioni dei mesi scorsi». L’Ateneo, rifacendo i calcoli, ha ricavato, grazie ai moduli Iseeu (previsti per legge e che permettono quindi un maggiore controllo sugli evasori) un incremento di cassa pari a circa 2 milioni di euro. Cifra che quindi ha permesso di ridurre l’iniziale aumento previsto per l’anno prossimo. «Quella proposta iniziale - continua Riccio - era illegale perchè sforava il tetto massimo previsto per legge e colpiva i redditi più bassi». Ieri sono stati approvati anche i capitoli legati alla vendita degli immobili (l’ex Manifattura del valore di 20 milioni di euro, il palazzo di Giulio Petroni di altri 7 milioni di euro e diversi suoli a Valenzano), mentre è stato messo a verbale l’avanzo di amministrazione di 19 milioni.
Con i tagli apportati in tutti i dipartimenti e ai servizi agli studenti (pari a quasi il 40 per cento), l’Ateneo in questa maniera conta di rientrare in tre anni nei 52 milioni di euro di buco, causato principalmente dal mancato pagamento da parte delle precedenti amministrazioni degli adeguamenti stipendiali del personale. Oggi si riunirà la commissione tasse per stabilire come distribuire l’aumento stabilito nel piano di rientro tra le varie fasce di reddito. Intanto ieri il cda dell’Ateneo ha dato il via libera al pagamento degli stipendi per 63 dipendenti del Policlinico fino a dicembre.
Samantha Dell'Edera
22 luglio 2010

lunedì 19 luglio 2010

La Gelmini apre la caccia ai baroni degli atenei

da sito www.iltempo.it - di Nadia Pietrafitta  18/07/2010

La «sua» riforma dell'università è pronta per andare al Senato il prossimo 22 luglio. Intanto Mariastella Gelmini ha già inviato una lettera ai rettori di tutti gli atenei italiani. Il suo messaggio è chiaro: i professori «senior» sono troppi. Per il ministro dell'Istruzione qualcosa va cambiato: «La cosa migliore sarebbe abbassare l'età pensionabile a 65 anni, e non escludo che il governo possa presentare un emendamento in tal senso alla riforma dell'università», spiega in un'intervista al Corriere della Sera. La Gelmini non ammette repliche: «Dopo i 70 anni si va a casa senza se e senza ma. Altrimenti si penalizzano i giovani».

Ai rettori chiede almeno «di rispettare la legge, visto che non tutti lo fanno. Sono sorpresa e indignata - ammette - dal fatto che alcuni di loro cerchino di mantenere in servizio i docenti anche dopo i 70 anni». Il ministro fa riferimento a quanto accade alla Sapienza di Roma, dove i cosiddetti professori «senior» possono restare in servizio fino a 75 anni. È troppo: «La nostra legge è gia molto generosa: in Europa solo noi arriviamo a 70. Tutti gli altri si fermano a 65, la Francia a 67». L'età media dei professori ordinari in Italia reggiunge i 60 anni: «Troppi - dice sicuro il ministro - Abbiamo bisogno di un ricambio generazionale e la crisi economica ci obbliga a scegliere». La scelta - secondo la Gelmini - è tra chi ha avuto già tanto e i giovani precari. Gli stipendi dei professori «senior» sono anche i più elevati: tagliarli significherebbe risparmiare. «Le risorse recuperate potrebbero essere utilizzate per fare spazio ai giovani ricercatori», spiega.

Poi sull'emendamento che alzava di tre anni l'età pensionabile dei professori, che stava per essere inserito nella manovra, non ha paura di dire la sua e tira acqua al suo mulino: «Non è passato e ho fatto di tutto per evitarlo. Sarebbe stato un grave errore. Non possiamo riempirci la bocca di fuga dei cervelli o di precarizzazione e poi, quando ci sono due soldi, usarli per mandare in pensione più tardi chi ha già avuto tanto. Dovendo scegliere è giusto aiutare la parte debole, i giovani». Le parole del ministro dell'Istruzione suonano come musica per le orecchie di Giorgia Meloni, ministro della Gioventù: «Ha ragione il ministro Gelmini: abbiamo urgente bisogno di un ricambio generazionale e la crisi economica ci costringe a scegliere come destinare le poche risorse che abbiamo a disposizione. Per questo - aggiunge - sostengo l'ipotesi che il governo presenti un emendamento alla riforma dell'università per abbassare l'età pensionabile dei professori universitari. Mandarli in pensione a 65 anni permetterebbe finalmente di liberare spazio e risorse da destinare ai più giovani».

Favorevole alla proposta del ministro dell'Istruzione anche l'associazione «Studenti per le Libertà», vicina ai «Giovani del Pdl». Non volendo, però, che il patrimonio rappresentato dalla «cultura, la preparazione e la passione di molti docenti in età pensionabile» vada perduto, questi giovani lanciano una proposta: «La costituzione, in ogni ateneo, di una associazione o fondazione di docenti in pensione, in cui queste personalità che tanto hanno dato all'università, potranno continuare a dedicarsi agli studenti, attraverso attività di tutorato e assistenza alla didattica, piuttosto carenti nelle strutture del nostro Paese». La Gelmini raccoglie anche il plauso sarcastico del Pd: ««Il fatto che, seppure con qualche mese di ritardo, il ministro riprenda la nostra proposta sul ricambio generazionale nell'università che il governo aveva bocciato in commissione al Senato, è positivo», afferma Marco Meloni, responsabile Università e ricerca della segreteria nazionale del Pd.

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Ma uno studio de "le scienze" del 2006 già lo aveva scoperto!


da sito repubblica.it

Una ricerca, in edicola domani con il mensile "Le Scienze", mette in luce un forte squilibrio nel mondo accademico italiano
Università, troppi prof anziani: in arrivo uno "tsunami demografico"
Lo studio: "Così il nostro sistema è privato di professori e ricercatori nell'età della loro maggiore creatività scientifica"


ROMA - "Uno tsunami demografico si sta propagando nell'università italiana". È un grido d'allarme quello lanciato da Stefano Zapperi (ricercatore del CNR - Istituto nazionale di fisica della materia) e Francesco Sylos Labini (del Centro Studi e Ricerche Enrico Fermi di Roma) nelle pagine del mensile "Le Scienze" in edicola domani. Nel mondo accademico italiano, secondo la ricerca, si starebbero per abbattere le conseguenze del forte squilibrio demografico tra i docenti in ruolo.

Spesso si parla della difficoltà dei giovani a inserirsi nel mondo accademico e della ricerca, del problema dei precari, della fuga dei cervelli. La causa di questi fenomeni potrebbe essere proprio il progressivo invecchiamento della popolazione docente nei nostri atenei e la scarsa attenzione, degli stessi e del Ministero, verso il reclutamento, che spesso avviene per via legislativa. A questo bisogna, inoltre, aggiungere anche i lunghi periodi in cui le assunzioni sono ridotte al minimo. E così, una delle conseguenze di questa errata politica è che, dati alla mano, alcune generazioni della docenza universitaria sono praticamente inesistenti, a vantaggio di altre (la struttura anagrafica è infatti caratterizzata da un forte squlibrio tra il personale anziano e quello giovane).

L'analisi statistica condotta all'interno dell'indagine dimostra come la politica delle assunzioni abbia portato a una struttura che non ha eguali negli altri paesi. "In particolare - spiegano i ricercatori - il numero dei giovani nel corpo docente è estremamente basso, e tende a diminuire, mentre quello degli anziani è in vertiginoso aumento. L'università italiana è quindi quasi priva di professori e ricercatori nell'età della loro maggiore creatività scientifica, un fenomeno che favorisce, di fatto, la fuga dei cervelli". Queste politiche, inoltre, hanno favorito l'accumularsi di un gran numero di ricercatori precari, che spesso, malgrado l'eccellenza scientifica ottenuta anche a livello internazioanle, lavorano in condizioni di scarsa indipendenza e privi di responsabilità.


I dati. L'Italia, secondo una recente indagine del Miur, è uno dei paesi con il più alto numero di docenti ultracinquantenni (42%), simile solo a quello di Giappone e Francia. Se andiamo a confrontare il numero di professori ultrasessantenni, nel nostro Paese sono il 22,5% contro il 13,3% della Francia e l'8% del Regno Unito. Al contrario, i giovani docenti (sotto i 35 anni) da noi sono solo il 4,6% contro il 16% del Regno Unito e l'11,6% della Francia.

Il dato forse più allarmante è quello che riguarda il numero sproporzionato di professori di età compresa tra i 55 e i 60 anni rispetto alle classi di età adiacenti. I ricercatori puntano il dito contro la legge 382/1980, che "ha promosso ope legis a ricercatore e professore associato una vasta classe di figure orbitanti nel mondo universitario, dai borsisti ai tecnici laureati, passando per i curatori degli orti botanici". La domanda, a questo punto, nasce spontanea: cosa succederà tra quindici o venti anni, quando tutti i professori raggiungeranno l'età pensionabile? Anche la risposta, in questo caso, è quasi ovvia: se non si sarà invertita la tendenza per tempo, bisognerà assumere in massa nuovo personale docente. E questo porterà di nuovo, come un circolo vizioso, al riverificarsi del problema entro qualche decina di anni.

Guardando, inoltre, la distribuzione anagrafica dei nuovi assunti, si può notare che l'incremento è concentrato nella fascia di età che va tra i 35 e i 45 anni: questo significa che le assunzioni arrivano anche dopo un lungo periodo di precariato (a questo si deve aggiungere che il dottorato di ricerca si ottiene in genere prima dei trent'anni).


<B>Università, troppi prof anziani<br>in arrivo uno 
"tsunami demografico"</B> Il numero de "Le scienze" di febbraio

Il pensionamento. Un'altra delle cause di questo grave squilibrio, si legge su "Le Scienze", è che "la distribuzione di età dei professori universitari è evidentemente legata alla legislazione che ne determina il pensionamento". In Italia, infatti, i docenti universitari vanno in pensione più tardi dei "normali" lavoratori (che si "ritirano" a 65 anni): l'età media della pensione per i professori si attesta infatti sui 70-75 anni.

I mali della nostra università. Lo studio rivela la causa di molti dei mali che affliggono i nostri atenei, tra cui le difficoltà incontrate dai giovani a entrare nel sistema, quindi la precarizzazione del lavoro per periodi eccessivamente lunghi, il numero sproporzionato di docenti anziani e le anomalie prodotte dalle assunzioni ope legis. "A nostro avviso - concludono Zapperi e Sylos Labini - serve un'inversione di rotta, con un ringiovanimento del personale accademico. Questo processo dovrebbe cominciare ora e non fra quindici anni, quando ai problemi creati dal pensionamento collettivo di un gran numero di docenti (lo tsunami) si potrà rispondere solo con una nuova onda".
(30 gennaio 2006)

giovedì 15 luglio 2010

Inaugurato a Priolo il "solare di Archimede"

 da sito repubblica.it del 15.7.2010  di VALERIO GUALERZI

Rispetto a 23 secoli fa il nemico è cambiato, ma il luogo e il modo per combatterlo è rimasto lo stesso. All'epoca c'erano i romani da tenere fuori Siracusa, ora va sconfitto il riscaldamento globale riducendo le emissioni di anidride carbonica. L'arma rimane però uguale: specchi per concentrare la forza del sole. La geniale intuizione che Archimede mise in pratica nel 212 a. C. per neutralizzare le navi nemiche è tornata oggi d'attualità a pochi chilometri dalla sua Siracusa con l'inaugurazione a Priolo della prima centrale italiana a solare termodinamico. Un impianto pilota (che non a caso porta il nome dell'antico saggio della Magna Grecia) dalla limitata capacità (circa 5 MW di potenza), ma tecnologicamente all'avanguardia, grazie alla capacità del premio Nobel Carlo Rubbia di attualizzare l'intuizione di Archimede.

Grandi impianti solari termodinamici (detti anche a concentrazione o Csp) sono già in funzione con successo in particolare in Spagna e Stati Uniti, ma l'invenzione sviluppata dal fisico italiano durante la sua presidenza dell'Enea ha dato una marcia in più a questo tipo di fonte rinnovabile. Rispetto al metodo "tradizionale" che usa lunghe file di specchi a parabola per concentrare il calore del sole su un tubo dove scorre olio, la centrale Enel utilizza degli speciali sali fusi realizzati dall'azienda umbra Angelantoni 1 (con una partecipazione societaria della tedesca Siemens) su brevetto Enea.

Questi sali rispetto all'olio usato per creare vapore in grado di alimentare normali turbine per la produzione di elettricità raggiungono infatti temperature molto più elevate (550 gradi anziché 400) permettendo all'impianto di restare in funzione quasi a ciclo continuo, senza doversi fermare nelle ore di buio o in caso di nuvole.

La centrale Archimede non è quella che in gergo viene chiamata "stand alone", ma è stata affiancata a un impianto tradizionale dove aiuta a far girare le stesse turbine alimentate a gas. "E' un impianto unico nel suo genere che aumenta l'efficienza energetica di circa il 20-25% e consente di avere la disponibilità dell'energia accumulata anche di notte o in condizione di cielo coperto", ha sottolineato l'ingegner Livio Vido, direttore di ingegneria e innovazione di Enel. "E' la punta di diamante di un processo e di un progresso continuo nelle energie rinnovabili da parte dell'Enel", ha aggiunto il direttore generale dell'azienda Fulvio Conti all'inaugurazione. "E' un prototipo - ha precisato - costato 60 milioni di euro capace di generare un meccanismo industriale ridotto di costi se realizzato in larga scala in tante parti del mondo".

La partecipazione di un colosso come Siemens al progetto italiano conferma infatti le grandi prospettive del solare termodinamico e in particolare del termodinamico a sali fusi. Anche in vista del grande progetto Desertech avviato da un cartello di grandi imprese europee (tedesche in primo luogo) per realizzare decine di impianti di questo tipo nell'Africa settentrionale e sahariana. In una recente audizione al Senato, l'Anest (Associazione nazionale energia solare termodinamica) ha inoltre sottolineato come esistano in Italia le potenzialità per realizzare entro i prossimi dieci anni centrali per 3-5000 MW creando oltre 30 mila posti di lavoro. (14 luglio 2010)

mercoledì 14 luglio 2010

Ponte sullo Stretto: nominato Comitato Scientifico

La Societa' Stretto di Messina ha provveduto, d'intesa con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, alla nomina del Comitato Scientifico. Il Comitato scientifico ha compiti di consulenza tecnica ai fini della supervisione e dell'indirizzo delle attivita' tecniche progettuali. In particolare, ha la funzione di fornire pareri al Consiglio di amministrazione della Società, in ordine al progetto definitivo ed esecutivo del ponte sullo Stretto di Messina e dei suoi raccordi a terra. Il Coordinatore e' il professor Giulio Ballio, Rettore del Politecnico di Milano con specializzazione in progettazione di strutture ed e' composto dai seguenti membri: Professor Claudio Borri, Direttore del Centro Interuniversitario di Aerodinamica delle Costruzioni e Ingegneria del Vento, Ordinario ingegneria civile e ambientale presso l'Universita' di Firenze, con specializzazione in strutture e aerodinamica; Professor Raffaele Casciaro, Ordinario di Scienza delle Costruzioni presso l'Universita' della Calabria, con specializzazione in strutture; Professor Alberto Castellani, Ordinario di Costruzioni in zona sismica presso il Politecnico di Milano, con specializzazione in ingegneria sismica; Professor Piero D'Asdia, Vicario Rettore dell'Universita' di Pescara, Ordinario di Tecnica delle Costruzioni strutture, con specializzazione in strutture e ponti sospesi; Professor Giuseppe Muscolino, Ordinario di Scienza delle Costruzioni presso l'Universit? di Messina, con specializzazione in strutture; Professor Alberto Prestininzi, Ordinario di Ingegneria della Terra presso l'Universita' di Roma "La Sapienza", con specializzazione in geologia; Professor Giuseppe Ricceri, Ordinario di Geotecnica presso l'Universita' di Padova, con specializzazione in ambiente e gallerie; Professor Giovanni Solari, Ordinario di Ingegneria civile e Architettura presso l'Universita' di Genova, con specializzazione in strutture e ingegneria del vento. Al Comitato Scientifico partecipano inoltre: l'ingegner Giuseppe Fiammenghi, Direttore generale della Stretto di Messina; l'ingegner Fulvio Maria Soccodato della Direzione Centrale Progettazione dell'Anas; l'ingegner Giuseppe Traini, Direttore Scientifico di Italferr, in rappresentanza di RFI.

martedì 13 luglio 2010

Ponte sullo Stretto: gli Atenei di Reggio e Messina diventano protagonisti del progetto

L'incubatore di Papardo

da sito strill.it del 13 Luglio 2010


Domani la società Stretto di Messina ed Eurolink taglieranno il nastro dell'Incubatore di impresa di Papardo alla presenza del Ministro Matteoli e dei Governatori di Calabria e Sicilia, Giuseppe Scopelliti e Raffaele Lombardo.

Le Università di Reggio e Messina ritengono indispensabile un loro diretto coinvolgimento nel processo che porterà alla progettazione ed eventualmente alla realizzazione del manufatto volto a collegare in modo stabile le due sponde dello Stretto. Entrambi gli Atenei, infatti, non intendono essere tagliati fuori dai processi di alta formazione, ricerca scientifica e trasferimento tecnologico collegati alla costruzione, senza che ciò  - hanno voluto sottolineare - comporti alcuna adesione ideologica al Ponte, la cui esecuzione dipende dalle scelte governative. E, di conseguenza, in un Paese democratico come l'Italia, dalle scelte degli elettori, i cittadini.
La stipula del Protocollo di intesa deve servire – dicono dall’Università – ad impegnare gli attuatori a promuovere opportunità occupazionali per i giovani e ricadute di sviluppo tecnologico per il territorio e i laboratori di ricerca.

maggiori notizie al link

Università di Genova ed operazione ex sede Eridania

da sito IlsecoloXIX del 13.7.2010

L’ex responsabile edilizia dell’Università, uno dei massimi responsabili nella gestione dei soldi pubblici all’ateneo, ha causato un danno da svariati milioni di euro facendo comprare un grande complesso immobiliare a prezzo gonfiato. E per questo va condannato a pagare 700 mila euro.
Lo ha stabilito nei giorni scorsi la Corte dei conti, che ha “stangato” Walter Bodrato e soprattutto scritto il parziale epilogo d’uno scandalo che per almeno due anni ha scosso nelle fondamenta il mondo accademico genovese. Si tratta infatti del processo sull’operazione che vide l’Università di Genova acquistare l’ex Eridania di corso Podestà, a Carignano, il pregiatissimo edificio che oggi ospita la facoltà di Scienze della Formazione. Sede fino al 1999 dell’industria zuccheriera (l’Eridania appunto) e rimasto in seguito inutilizzato, viene ceduto nel settembre 2000 alla Cave di Yarm srl - società specializzata nella compravendita d’immobili, che faceva capo ai tempi a Paolo Arvigo - per 17 miliardi di lire. Il luogo è strategico e sette mesi dopo (siamo alla primavera del 2001) il complesso passa nelle mani dell’Università. Ma nel giro di pochi mesi i costi lievitano, impennandosi fino a 35 miliardi (la cifra comprende acquisto più restyling). Rettore all’epoca è Sandro Pontremoli, fino al 2004 quando il suo posto viene preso da Gaetano Bignardi. Nello stesso anno Walter Bodrato assume l’incarico di direttore amministrativo, a seguito del pensionamento di Giuseppe Aceti. Solo quando pure Bodrato va in pensione e la sua qualifica è trasferita a Rosa Gatti, l’operazione Eridania viene passata ai raggi X.

giovedì 8 luglio 2010

I ricercatori rispondono alle accuse di Frati

da sito terranews.it del 8.7.2010

Bartolo Scifo (L'inkontro.info)
ROMA. Dopo le accuse del Rettore («fannulloni») sul web il clima si fa rovente. Ecco alcune risposte dai blog.
Continua  a suscitare polemiche la dichiarazione del rettore della Sapienza Frati che accusa i ricercatori del suo ateneo di essere dei fannulloni improduttivi. Malgrado le critiche dei ricercatori di tutt’Italia e di quelli fuggiti all’estero, il rettore continua a buttar legna sul fuoco; ieri ha ribadito la sua opinione e la volontà di iniziare a tagliare “i rami secchi” del suo ateneo. A questo punto abbiamo voluto dare la parola ai ricercatori stessi, quelli accusati di improduttività, e l’abbiamo fatto attingendo dai tanti blog dove i ricercatori italiani si difendono in modo libero e senza “filtri” giornalistici

Iniziamo dal dato: il 10% dei ricercatori della Sapienza sono improduttivi. Vincenzo a proposito scrive: «Direi che la situazione è ottima: solo il 10%, sicuramente meno che in altre categorie […] Il problema è che continuiamo a concentrarci su quel 10%, mentre io mi chiedo cosa dovrei fare, essendo nell’altra porzione. Io faccio circa 180 ore di didattica all’anno (non ho figli); il mio collega G. di Nottingham la settimana scorsa si è lamentato con me che, appena tornato dal sabbatico, si è ritrovato un secondo corso, per un totale di 50 ore annue. (Ah, a proposito: quando non ci sono corsi non hanno obbligo di presenza in dipartimento). Il mio collega D. di Dublino 5 anni fa aveva un budget di circa 100.000 euro all’anno sicuri, più i fondi che venivano da progetti o dalle aziende (altro nostro punto dolente), con i quali pagava 6 dottorandi di ricerca “tutti suoi” (il doppio del numero ministeriale complessivo per il mio intero dipartimento da una sessantina di strutturati). è questo che gli invidio (ho idee ferme che necessitano di fondi e teste ad aiutarmi), e solo secondariamente uno stipendio due volte e mezzo il mio. E non pubblica più di me».

È questo è un punto delicato, le pubblicazioni. Il rettore Frati indica come parametro oggettivo della produttività di un ricercatore il numero di pubblicazioni che fa. Ma Osvaldo ci spiega che le pubblicazioni, anche se apparentemente parametro di valutazione oggettivo, non sempre possono essere prese come unico criterio: «Non si può dare del fannullone ad un ricercatore solo perché non pubblica, molto spesso i ricercatori hanno sulle spalle il peso della didattica che è bellamente tralasciata dalle decine di professoroni che hanno altri impieghi (parlamentari, ministri, liberi professionisti), per non parlare delle interminabili sessioni d’esami. Tutti i ricercatori in Italia devono ritagliarsi il tempo per fare ciò per cui lo Stato dovrebbe pagarli, poiché per la gran parte della loro giornata sono costretti a fare didattica, a causa della carenza dei docenti. Quindi fanno il lavoro di professori universitari, che non dovrebbero fare, per 1000 euro al mese»

Anche un altro ricercatore anonimo, che ha da poco firmato il contratto, ci conferma le parole di Osvaldo: «Il ricercatore dovrebbe fare ricerca, è solo questo che prevede il suo contratto, ma, invece, il ricercatore fa didattica - al posto dei docenti di ruolo - a tempo pieno, e la ricerca la dovrebbe fare nel suo tempo libero».

Ma se per risolvere il problema della ricerca bastasse soltanto pubblicare, i ricercatori italiani sarebbero più che soddisfatti. Continua infatti Osvaldo: «Nella riforma, si parla di un criterio minimale di 2 pubblicazioni in 5 anni. Io ci arrivo in scioltezza, anzi, potrei tirare il fiato, tanto ormai niente serve a fare carriera o a ricevere fondi, perché già ora sono pochi e tra un po’ saranno anche meno. Cosa mi date perché continui a lavorare come già faccio? è questo il problema. Licenziate pure anche il 20-30% dei ricercatori: quel che avanza sono spiccioli rispetto a ciò di cui dispongono i ricercatori negli altri paesi». 

martedì 6 luglio 2010

Uniti per la Ricerca ed in sostegno dei Ricercatori Universitari



Per sottoscrivere l'iniziativa di Universitas futura in sostegno ai ricercatori usa questo link

Frati (Rettore La Sapienza) su ricercatori improduttivi

da sito giornale.it del 6 Luglio 2010


«Non credo che noi non siamo corresponsabili riguardo ai provvedimenti sull’università da parte dei governi di centrodestra e di centrosinistra. Il 30% dei ricercatori della facoltà di Giurisprudenza non ha prodotto nulla nell’ambito della ricerca scientifica e in generale alla Sapienza il 10% dei ricercatori non ha prodotto nulla in 10 anni. Queste persone vanno cacciate dall’università». Con queste parole durissime, il rettore della Sapienza Luigi Frati ha spezzato un tabù atavico, quello della solidarietà accademica per cui i panni sporchi si lavano in famiglia.
Non che Frati abbia scoperto l’America. In molti dipartimenti, specie nelle facoltà umanistiche, fino a qualche (...)
(...) anno fa, esisteva una legione di ricercatori magari assunti ope legis, cioè senza concorso e valutazione nazionale. All’inizio degli anni Novanta, quando chi scrive frequentava le aule, questi ricercatori notoriamente ricercavano solo il mondo di arrivare a sera senza annoiarsi troppo. L’unica, gravosa (si fa per dire) incombenza era sostenere gli appelli con gli studenti, dare consigli sui piani di studio e poco altro. C’è chi è andato in pensione senza neppure tentare un concorso per diventare almeno associato, forse perché mancante di una adeguata produzione accademica da esibire come titolo di merito. Per carità, il mondo dell’università è complesso, c’è dentro di tutto. Inclusi molti eroi che si ammazzano di fatica nonostante le condizioni economiche poco favorevoli fra stipendi troppo bassi e risibili finanziamenti a progetto, insufficienti per concludere il progetto stesso. Spesso essi sopperiscono con la fantasia, e se possono perfino di tasca propria, alle lacune della istituzione. Hanno quindi ogni ragione di essere insoddisfatti.
Chi tra loro, in questi giorni, si unisce alla protesta degli studenti contro i tagli della riforma Gelmini e della manovra finanziaria sbaglia però obiettivo. Perché il governo mette una pezza a spese troppo a lungo incontrollate, che hanno finito col danneggiare proprio chi vuole studiare, sia egli una matricola o un ricercatore. Le forme di mobilitazione annunciate oscillano poi fra il folklore (tenere gli appelli per strada, possibilmente di notte) e il semplice danno arrecato a chi vorrebbe esercitare il diritto di svolgere regolarmente, nell’ambito della legalità, i propri esami di profitto. Ma i professori non dovrebbero tutelare la dignità dei loro allievi?
Il rettore Frati quindi rincara la dose: «Bisogna reclamare la progressione economica solo per i meritevoli. C’è chi ruba lo stipendio: ci sono persone che lo prendono da anni e non fanno nulla. Facciamo pulizia a casa nostra per avere maggiore autorità morale». Giusto, sacrosanto. Però c’è da rivedere anche dell’altro: il sistema di reclutamento che non pare orientato all’assunzione dei migliori. E magari, tra i capitoli di spesa, si potrebbe dare un’occhiata anche ai costi delle riviste universitarie, incredibilmente moltiplicatesi come funghi negli ultimi anni. Ogni dipartimento ormai ha la sua: spesso per niente autorevole, funziona come ricettacolo di articoli mediocri ma utili a dare l’impressione che i cervelli siano in costante ebollizione.
Probabilmente, da un’inchiesta del genere, salterebbe fuori che le spese sono fuori controllo, o comunque sproporzionate al valore scientifico della pubblicazione. Chi le finanzia? Anche questi sono sprechi.


da sito della Repubblica del 6.7.2010

"Il 30% dei ricercatori della facoltà di Giurisprudenza nulla ha prodotto nell'ambito della ricerca scientifica e in generale alla Sapienza il 10% dei ricercatori non ha prodotto nulla in 10 anni. Queste persone vanno cacciate dall'università. Molti rubano lo stipendio e non fanno nulla. Così siamo in parte corresponsabili delle decisioni dei governi", tagli compresi quindi.

Parole di fuoco quelle del rettore della Sapienza Luigi Frati che dopo aver criticato il blocco degli esami attuato per protesta ha anche annunciato di aver fatto una contestazione disciplinare ad un professore ex ministro perché aveva accettato incarichi extradisciplinari. Teatro delle accuse ai "fannulloni", una conferenza stampa dei presidi delle facoltà umanistiche dell'ateneo riuniti per dire no ai tagli previsti dalla riforma Gelmini e dalla manovra finanziaria.

Le sue parole, le accuse hanno provocato stupore e contestazioni aperte tra docenti e ricercatori che urlavano "vergogna" rivendicando la bontà delle azioni di lotta: esami a lume di candela o nei viali dell'ateneo a partire dal 13 luglio.

"Queste azioni sono l'unico modo per far capire che con i tagli corriamo il rischio di finire in strada, con una drastica riduzione dei docenti, un terzo in 5 anni, la chiusura di alcuni corsi e per alcune facoltà il numero programmato", ha spiegato il preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Franco Piperno, in prima fila assieme agli altri presidi de La Sapienza.

Come negli altri atenei italiani, si contesta la riforma che introduce il ricercatore a tempo determinato, relegando chi è già dentro l'università su una sorta di binario morto. Si accusa il governo che taglia i fondi per la formazione e la ricerca.

"In cinque anni La Sapienza perderà oltre un terzo dei docenti, circa 1.300 professori, con un blocco nel ricambio dei professori. Dal turno over arriveremo al gave over dell'università", sbotta il preside della facoltà di Scienze umanistiche, Roberto Nicolai.

I docenti hanno annunciato che il 65% dei ricercatori di Lettere ha deciso che se non cambieranno le cose non assumerà incarichi didattici; molti corsi potrebbero quindi non partire.

E Roma è solo uno spicchio della realtà italiana. Un universo che conta oltre 25mila ricercatori (arrivano a 40mila con i borsisti, assegnisti di ricerca, specializzandi) che vive di stipendi lordi dai 16mila ai 21mila euro l'anno in un paese che per la ricerca spende già ora solo lo 0,9 del pil. Numeri lontani anni luce da altre realtà europee visto che Finlandia o la Danimarca spendono l'1,7 del prodotto interno lordo mentre nel mondo Canada e Stati Uniti arrivano ben al 2,9. Come dire, il nostro paese investe 5 miliardi di euro in meno rispetto alla media europea.

Con i nuovi tagli andrà ancora peggio. "Il governo deve trovare i soldi per le università altrimenti rischiamo di essere sempre meno competivi a livello mondiale, di uscire dal contesto europeo". Il professor Enrico De Cleva, presidente della Conferenza dei rettori, spera ancora che il Senato a fine mese migliori il disegno di legge e recuperi risorse. "Con i catastrofismi e con la mannaia non si va da nessuna parte. Il problema non è cacciare gli indegni, i fannulloni - i dati milanesi parlano di un 5 per cento che non ha prodotto ricerche - ma rendersi conto che la riforma dell'università è l'unico tipo di risposta. Ci sono situazioni che non vanno, come ovunque, ma non serve intervenire con la scimitarra. Se il problema è valorizzare il merito, sono d'accordo con Frati, ma bisogna avere la risorse per farlo". Sulla scarsa produttività dei ricercatori pensa che forse producono poco perché oberati di impegni tra esami e corsi da preparare, ma pur criticando i tagli non è d'accordo con lo sciopero degli esami come metodo di lotta. "Vorrei ricordare a ricercatori e docenti che nonostante le giuste rivendicazioni hanno dei doveri nei confronti degli studenti, del paese".

lunedì 5 luglio 2010

Vibo Valentia: Ricerca scientifica strategica per sviluppo Calabria

da www.strill.it del 5 Luglio 2010

di Grazia Candido – Per la Calabria si apre una stagione nuova fatta di innovazione e ricerca. A muovere i primi passi di un lungo percorso costruttivo che sancirà il nuovo orientamento mosso sul confronto e sul dialogo,
E' proprio la Regione Calabria, Assessorato alla Cultura e Ricerca Scientifica, che, questa mattina presso l'hotel 501 di Vibo Valentia, in collaborazione con Unioncamere Calabria e Spin Scrl, ha promosso l’incontro “La ricerca scientifica area strategica per lo sviluppo della Calabria”, giornata di approfondimento e di promozione dell’innovazione e della cooperazione tecnologica. L’evento ha l’obiettivo di approfondire le opportunità offerte dalla costituzione dei Poli di Innovazione regionale, di verificare lo stato dell’arte di tali Poli, i programmi futuri realmente cantierabili e di interesse per le imprese calabresi, il grado di attrattività per l’interconnessione con imprese anche extra regionali, gli eventuali suggerimenti tecnici per il nuovo bando. Ad aprire i lavori il Governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti che ha ribadito “l'impegno della Giunta regionale ad avviare un cammino nuovo e virtuoso coinvolgendo il territorio dal basso e facendo rete per creare sviluppo e rilanciare la Calabria”.
“Dobbiamo fare un gioco di squadra perchè è necessario cambiare la nostra Calabria – afferma il governatore Scopelliti – abbiamo bisogno di una classe dirigente capace di ascoltare ed interpretare le necessità della comunità. Per far ciò è necessario ascoltare, apprendere, conoscere e studiare un iter fatto di idee e linee guida che coinvolgano le nostre risorse, i nostri professionisti”.
A soffermarsi su “La ricerca scientifica. Area strategica per lo sviluppo della Calabria”, l’assessore alla cultura Mario Caligiuri che condivide la “necessità di un gioco di squadra per investire sulla ricerca, un'attività trasversale e un'area strategica per la regione Calabria”.
“E' indispensabile investire sulla ricerca per superare la crisi globale, recuperare il gap, attrarre risorse pregiate all'interno della nostra regione e fare della Calabria il punto d'incontro anche per la ricerca del Mediterraneo che non è solo la radice del nostro passato ma la porta del nostro futuro - afferma l'assessore Caligiuri -  Le nostre idee guida sono: costruire un'idea di Calabria unitaria, valorizzare la ricerca esistente, aumentare la produttività”.
E non finisce qui perchè nella strategia regionale vi è “la realizzazione di poli di innovazione regionale, semplificare l'accesso dell'offerta di ricerca e dei servizi di trasferimento tecnologico, sostegno diretto alle imprese” ed ancora conclude Caligiuri “avviare un percorso per elaborare insieme alla comunità nazionale e regionale strategie di legislatura che, attraverso la costante collaborazione, ci permetta di realizzare un unico polo d'innovazione: la nostra Calabria”.
Hanno partecipato anche Antonella Stasi, Vicepresidente della Giunta Regionale e gli assessori regionali: Antonio Caridi, (Attività Produttive); Fabrizio Capua, (Internazionalizzazione); Giacomo Mancini, (Bilancio e Programmazione); Pietro Aiello, (Urbanistica); Michele Trematerra, (Agricoltura), ed inoltre Roberto Salerno, Presidente Unioncamere Calabria. Presenti all’evento Giovanni Latorre, Rettore Università della Calabria; Massimo Giovannini, Rettore Università “Mediterranea” di Reggio Calabria, Francesco Saverio Costanzo, Rettore Università “Magna Graecia” di Catanzaro; Salvatore Berlingò, Rettore Università per Stranieri “Dante Alighieri”.

Il ricco programma dell’evento prevede, inoltre, la realizzazione di laboratori focalizzati sul tema dell’innovazione moderati da nomi e volti noti del panorama scientifico nazionale come Sandra Savaglio, Ricercatrice Max Planck Institut Monaco, (in videoconferenza), Antonio Agostini (Direttore Generale per il coordinamento e lo sviluppo della ricerca del MIUR), Nicoletta Amodio (Responsabile Ricerca e Innovazione Confindustria), e Amalia Cecilia Bruni (Responsabile del Centro Regionale di Neurogenetica). La giornata, oltre agli interventi programmatici, si svilupperà anche attraverso la realizzazione di importanti laboratori tematici, uno per ogni polo di innovazione.

giovedì 1 luglio 2010

Senato Accademico Università Mediterrane: protesta contro ddl 1905 e manovra finanziaria

 Il Senato Accademico dell’Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria, riunito in via straordinaria in data 30 giugno 2010, esaminati con attenzione i contenuti dei recenti provvedimenti governativi riguardanti l’Università, quali il Disegno di Legge 1905 e la Manovra Finanziaria, ne evidenzia  i seguenti aspetti critici:
·         Il mantenimento dei tagli previsti dalla Legge 133/2008 che porterà nel prossimo futuro la maggior parte degli Atenei statali italiani al commissariamento.
·         Il sospetto di un progetto politico orientato alla demolizione dell’università pubblica, in particolare delle università meridionali.
·         L’iniquità dei tagli alle retribuzioni dei docenti universitari, discriminati rispetto ad altre categorie del pubblico impiego. Tali tagli pesano quasi per intero sui docenti ad inizio carriera, già penalizzati da una elevata età media di ingresso in ruolo e da stipendi decisamente inferiori alla media europea.
·         Un quadro generale che vede l’Università sempre più soggetta ad attacchi concentrici e tendenti a ridimensionarne la funzione di Università pubblica. In particolare il Disegno di Legge Gelmini in discussione in Parlamento prevede organi di governo verticistici e una presenza eccessiva di esterni, un eccessivo potere dei Rettori e dei Consigli di Amministrazione rispetto ai Senati Accademici, una riduzione degli spazi di democrazia, la creazione di ulteriore precariato con l’istituzione dei ricercatori a tempo determinato; esso non prevede invece alcuna normativa per riconoscere la funzione docente degli attuali ricercatori.
Sulla base di tale analisi, il Senato Accademico:

ritiene che nessuna efficace riforma universitaria possa essere effettuata “a costo zero”, per giunta in presenza di un insieme di disposizioni penalizzanti per gli Atenei quali la riduzione del FFO, le limitazioni nel ricambio del personale docente e non docente, il blocco degli incrementi stipendiali previsto dalla manovra finanziaria recentemente decretata dal governo;

auspica che la nuova legge di riforma salvaguardi il ruolo cruciale dell’Università pubblica, quale sede principale della ricerca scientifica e della trasmissione dei saperi, per lo sviluppo e la crescita della nazione;

ritiene che gli organi di governo dell’Ateneo debbano essere coerenti con tali caratteristiche e debbano essere ispirati ad una reale autonomia e rispettosi del principio di rappresentatività delle varie componenti accademiche, con organi deliberanti in cui siano garantiti la discussione e il confronto delle opinioni;

fa proprie le sollecitazioni più volte espresse dalla CRUI a favore di un nuovo piano di reclutamento nazionale con tempi e ritmi certi, fondato sul merito e capace di rispondere alle crescenti necessità di rinnovamento generazionale del sistema universitario;

ritiene che la legge di riforma debba contemplare una ridefinizione dello stato giuridico dei ricercatori e garantire, a quanti di essi abbiano conseguito un giudizio di idoneità concorsuale o un’abilitazione nazionale, il transito nella fascia superiore della docenza attraverso lo stanziamento di risorse finanziarie a ciò finalizzate;

auspica per la nuova figura di ricercatore a tempo determinato un reale percorso di tenure track che preveda, dopo il conseguimento di un'idoneità nazionale alla docenza, l'obbligo dell'ateneo d'inquadrarlo come professore associato, onde evitare la costituzione di una nuova forma di precariato senza garanzie di sbocco;

rivolge un appello a tutte le componenti accademiche affinché vengano fatti tutti gli sforzi necessari per superare con coesione questo momento difficile per l'Università;

chiede che la manovra venga ridimensionata come segue :

• Venga abolito il blocco degli scatti biennali e delle conferme in ruolo e, in subordine, adottata una normativa come quella prevista per i magistrati, o il meccanismo proposto dalla CRUI.
• Sia previsto, a fine triennio, un meccanismo di recupero dei miglioramenti mancati in virtù del blocco dei contratti nella Pubblica Amministrazione
• Venga ripristinata la metodologia di calcolo della liquidazione e il pagamento in tre anni delle liquidazioni venga limitato al solo triennio 2011-2013

Il Senato Accademico decide, altresì, all’unanimità di:

  • Dichiarare lo stato di agitazione fino alla conclusione dei lavori parlamentari di approvazione del Decreto Legge.
  • Diffondere sulla stampa nazionale le proprie posizioni.
  • Intraprendere fin da subito azioni di particolare incisività per sensibilizzare l’opinione pubblica locale.
  • Aderire alla giornata di protesta nazionale del primo luglio 2010.
  • Indire una giornata di protesta per il sei luglio 2010 e sostituire la pagina principale del sito web dell’Ateneo con una pagina relativa allo stato di agitazione.
  • Chiedere al CORUC (Comitato Regionale Universitario di Coordinamento della Calabria) di associarsi allo stato di agitazione al fine di estendere a tutte le Università della Regione Calabria l’adesione alla giornata di protesta del sei luglio 2010.
  • Chiedere alle Università del Sud di associarsi allo stato di agitazione al fine di estendere a tutte le Università del Meridione l’adesione alla giornata di protesta del sei luglio 2010.
  • Richiedere l’immediata convocazione della CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) al fine di estendere a tutte le Università italiane la giornata di protesta del sei luglio 2010.
  • Invitare tutte le Organizzazioni Nazionali Universitarie ad una giornata di protesta per il sei luglio 2010.