mercoledì 31 agosto 2011

Magna Græcia, Costanzo lascia?


Paolo Cannizzaro su www.gazzettadelsud.it del 4.8.2011

L'autunno potrebbe portare non poche novità nell'università Magna Græcia. Addirittura un cambio al vertice.
Si fanno sempre più ricorrenti, infatti, le voci secondo le quali il rettore prof. Francesco Saverio Costanzo sarebbe in procinto di lasciare, con un anno d'anticipo rispetto alla scadenza naturale, il mandato.
Non sarebbe un addio al campus universitario di Germaneto, quello del prof. Costanzo, ma più semplicemente il prologo ad un cambio di ruolo nell'organigramma dell'Ateneo, così come disegnato dal nuovo Statuto recentemente approvato e articolato in considerazione delle novità introdotte dalla legge Gelmini di riordino degli atenei.
Proprio il "passo indietro" anticipato consentirebbe al prof. Costanzo, in ragione della sua età (si può essere eletti in particolari ruoli solo se, prima del collocamento a riposo, si hanno davanti anni di lavoro almeno pari alla durata dell'incarico stesso), di ricoprire altri importanti incarichi di responsabilità nell'Ateneo; viceversa, l'università potrebbe in tal modo continuare ad avvalersi della preziosa esperienza di chi ha saputo raccogliere nel migliore dei modi e portare avanti, facendola fruttare, l'eredità di Salvatore Venuta. L'Umg, ancor giovane e in una fase delicata di transizione, avrebbe tutto da guadagnarne.
Tra settembre e ottobre il prof. Costanzo, dunque, potrebbe decidere di lasciare; e non c'è dubbio che per la sua successione un percorso sembra quasi naturalmente tracciato e dovrebbe condurre fino al prof. Aldo Quattrone, sul quale è convergente il gradimento della stragrande maggioranza degli elettori (professori di ruolo di I e II fascia, e - con diversi sistemi di calcolo dei voti - ricercatori di ruolo a tempo indeterminato, personale tecnico-amministrativo a tempo indeterminato, componenti della Consulta degli studenti, rappresentanti degli studenti nel Cda, nel Senato accademico e nel Nucleo di valutazione).
Naturale successore il prof. Quattrone, dicevamo, anche per via dell'impegno profuso in questi ultimi tempi su svariati e delicati fronti; ad esempio per il ruolo svolto, su mandato del rettore Costanzo, nella elaborazione della nuova convenzione tra Ateneo e Regione, in via di definizione, che regola i rapporti, molteplici e delicati, tra le due Istituzioni. E anche per la messa a punto del testo della nuova legge regionale che il presidente della Giunta Giuseppe Scopelliti intende portare all'approvazione dell'Esecutivo e, quindi, all'attenzione dell'assemblea di Palazzo Campanella già il prossimo autunno, con cui salvare il polo oncologico di Germaneto, che secondo le intenzioni dovrà diventare una struttura pubblica, con tutto quel che ne consegue, a disposizione della quale vi saranno 60 posti letto, la metà rispetto agli attuali a disposizione della strutturas gestita dalla Fondazione Campanella. Una materia delicata, questa, a cui il prof. Quattrone sta dando il proprio decisivo contributo.
Vi sono anche altre questioni più "interne" alle quali il prof. Quattrone (non da solo, ovviamente) sta lavorando, come i diversi concorsi interni per regolarizzare alcune situazioni ancora precarie a livello amministrativo. Tutto insomma sembra far pensare che il discorso di una successione senza scosse né travagli sia avviato. Una sostanziale continuità che, tutto sommato, può tornare utile per la gestione dei molti problemi che l'università catanzarese deve affrontare.

Universita' Magna Grecia: Costanzo da oggi non e' piu' Rettore

(ANSA) - CATANZARO, 31 AGO - Il professor Francesco Saverio Costanzo da oggi non e' piu' il rettore dell'Universita' Magna Grecia di Catanzaro. Ne da' notizia lo stesso rettore, il quale spiega di avere ''ritenuto opportuno rimettere il mandato a disposizione del Ministro che ha accolto le mie dimissioni a far data da oggi, rinunciando cosi' alla proroga del mandato di due anni previsti dalla legge 240.Sono convinto che il mandato debba essere aderente al momento storico in cui il Rettore stesso viene eletto ed al modello giuridico di Universita' che il Rettore deve guidare''.(ANSA).

lunedì 29 agosto 2011

Bagnasco: questione morale grave ed urgente

da www.repubblica.it del 29.08.2011


"La questione morale in politica - come in tutti gli altri ambiti del vivere pubblico e privato - è grave e urgente e non riguarda solo le persone ma anche le strutture e gli ordinamenti". Parlando dal santuario della Madonna della Guardia, il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, lancia un monito pesante alle istituzioni e a tutto il mondo della politica scosso dagli scandali.


Precisa, il cardinale, che "nessuno può negare l'impegno generoso e la rettitudine limpida di molti che operano nel mondo della pubblica amministrazione, dell'economia e della finanza a cui va rinnovata stima e fiducia", ma resta per la Chiesa una questione morale in politica che deve essere risolta. Il presidente della Cei aggiunge con forza  che "si tratta di intaccare consuetudini e interessi vetusti", e conclude lanciando un imperativo forte: "Cambiare è possibile perché è la gente che lo chiede e perché è giusto".

Per lanciare il suo duro richiamo alla politica, l'arcivescovo ha scelto il pulpito del santuario della Madonna del Guardia, tanto caro ai genovesi. Nel giorno della festa dell'apparizione sul monte Figogna, il cardinale ha voluto celebrare la messa solenne nella basilica, accompagnato dalla processione dei "Cristi", portati in spalla dei volontari delle Confraternite, e da una moltitudine di fedeli che non ha mancato, neppure quest'anno, di risalire a piedi la strada da Bolzaneto fino alla cappella sulla vetta del monte.

Ieri, durante la processione della vigilia, il cardinale aveva ribadito la sua strenua difesa alla famiglia. "Lo Stato ha il compito grave di salvaguardare e di promuovere il bene primario della famiglia", ha detto il cardinale Angelo Bagnasco. "Bisogna difendere la famiglia tradizionale contro chi vorrebbe renderla un soggetto ondivago, senza il sigillo oggettivo del matrimonio. I figli hanno diritto a qualunque sacrificio da parte dei genitori pur di tenere salda la coppia. Non è forse questo l'atto di amore e di educazione più grande di un padre e di una madre?"
(29 agosto 2011)

domenica 28 agosto 2011

INDIA: Prima vittoria nella lotta alla corruzione Hazare sospende lo sciopero della fame



da www.repubblica.it del 28.08.2011


NEW DELHI - Anna Hazare ha vinto la sua battaglia e ha sospeso lo sciopero della fame iniziato il 16 agosto1scorso. Il Parlamento indiano ha approvato all'unanimità una mozione che impegna le istituzioni a prendere in esame i punti principali di un disegno di legge per la lotta alla corruzione messo a punto dallo stesso Hazare. E il settantaquattrene attivista gandhiano ha posto fine alla sua protesta.  

Migliaia di persone entusiaste si sono radunate sulla spianata di Ramlila a New Delhi, applaudendo e cantando quando il "nuovo Gandhi", che era seduto sul palco attorniato da bambini, ha portato alla bocca un bicchiere di metallo contenente latte di cocco e miele, rompendo il digiuno dopo 13 giorni.

Hazare ha assicurato che "è stato l'appoggio popolare che ha permesso questa vittoria". "Vi ringrazio - ha detto - per la vostra lotta instancabile contro la corruzione" che, ha aggiunto, "condotta con metodi nonviolenti, è stata un grande esempio per la nazione". Hazare sarà ora trasferito in un ospedale per controlli medici che dureranno un paio di giorni.

Unanime la stampa indiana nel sottolineare il successo senza precedenti del "Popolo di Anna". Si è trattato di "Democrazia popolare" per l'Hindustan Times, mentre per The Times of India "Anna ha ottenuto questo per il popolo".

Il 16 agosto Hazare era stato arrestato e le autorità speravano che questo lo inducesse a desistere dallo sciopero della fame e affievolisse la forza del movimento popolare anti-corruzione. Tre giorni dopo l'attivista gandhiano era stato rilasciato 2 e ad accoglierlo nella spianata di Ramlila aveva trovato migliaia di sostenitori. Prima di essere scarcerato aveva ottenuto dalle autorità il permesso di portare avanti la sua protesta in pubblico, cosa che ha fatto fino a oggi.

I tre principi che il Parlamento ha accettato di prendere in considerazione riguardano la creazione di dispositivi anti-corruzione in tutti gli Stati indiani, l'inclusione dei funzionari minori nella sfera di competenza del nuovo organismo anti-corruzione e la redazione di una solida Carta dei diritti del cittadino.


(28 agosto 2011)

giovedì 25 agosto 2011

UNIVERSITÀ, LA CHIAVE È IL DIPARTIMENTO


da www.lavoce.info del 11.08.2011 di Gilberto Muraro


Con il potere di chiamata dei docenti spostato dalle facoltà ai dipartimenti, la riforma dell'università può davvero portare a un miglioramento della produttività scientifica e didattica degli atenei. Ecco due suggerimenti per trarre il meglio dalla riforma: creare dipartimenti effettivamente ampi e omogenei. E conservare la complementarietà degli apporti didattici, privilegiando la creazione di strutture di coordinamento interdipartimentali. L'auspicio è che anche il loro nome - facoltà o scuole - sia lo stesso.

Le università stanno modificando la loro struttura organizzativa e decisionale in ossequio alla legge Gelmini, legge 240/2010: accorpamento dei dipartimenti su base disciplinare e affidamento agli stessi dipartimenti del potere di chiamata dei docenti nonché delle responsabilità didattiche, salvo che non si preferisca costruire strutture di coordinamento interdipartimentali, comunque denominate, che non potranno essere più di dodici nell’ateneo.
VALUTAZIONE E PREMI
È una riforma che promette un aumento di produttività scientifica e didattica. In particolare è positivo che il potere di chiamata passi ai dipartimenti, soprattutto se si svilupperà il sistema di valutazione di ateneo e nazionale, con connessa erogazione di premi e penalità. Tutto è discutibile, ma la valutazione dei dipartimenti può essere molto più attendibile di quello delle facoltà, dove è difficile accertare la qualità del prodotto, ossia del laureato, e si rischia, premiando le facoltà con minori tassi di abbandono e minori ritardi di laurea, di stimolare la permissività e punire il rigore. Nel nuovo contesto c’è un interesse collettivo a ricevere più risorse grazie a una buona valutazione: quest’anno, la quota del Ffo erogata su base premiale, introdotta da Tommaso Padoa-Schioppa nella Finanziaria 2008 e cresciuta fino al 10 per cento dell’anno scorso, si annuncia del 13,5 per cento. Dovrebbero perciò diminuire i voti di scambio che in certe facoltà hanno introdotto troppi parenti e affini e troppi allievi locali.
Al contempo, attenzione a non passare da un estremo all’altro. Il pericolo di autoreferenzialità dei dipartimenti è elevato e potrebbe portare a percorsi didattici su misura, dove si sacrifica la complementarietà dei saperi e si ingessa la ripartizione degli apporti didattici rispetto all’evoluzione delle esigenze formative della società. Due suggerimenti, allora, per cercare di evitare il peggio e trarre il meglio dalla riforma.
COME DEVE ESSERE IL DIPARTIMENTO
Primo: attenzione alle manovre gattopardesche, alcune già note, che si limitano a chiamare dipartimento la vecchia facoltà. Che i dipartimenti, dunque, siano davvero ampi e omogenei, tranne rari casi di dipartimenti tematici dove la complementarietà prevale sull’affinità. Il fenomeno dei gruppi di studiosi dello stesso settore ferocemente nemici o che comunque non stanno bene insieme è limitato, ma non eccezionale, qualche volta ha pure stimolato una proficua competizione, in ogni caso non si trova solo in Italia. Ma solo qui, per quanto a mia conoscenza, si fanno le strutture a misura di chi c’è oggi. Superfluo ricordare che le persone passano mentre le strutture rimangono e che le duplicazioni costano alla collettività. Non è invece superfluo ricordare che gli atteggiamenti cambiano se si crea il contesto per un loro positivo cambiamento: da un lato, nel dipartimento ampio ognuno si interfaccia con chi vuole e si colloca dove vuole, sicché scompare la conflittuale convivenza forzata dei piccoli gruppi in spazi ristretti; dall’altro lato, la valutazione sistematica di ateneo e nazionale riduce la necessità di affermarsi attraverso continui scontri interni. Non consentire quindi che si formino piccoli dipartimenti affini o che gruppi di studiosi afferiscano a dipartimenti diversi da quello di logica pertinenza, oltretutto inquinando l’omogeneità dei dipartimenti che li accolgono.
CREARE STRUTTURE INTERDIPARTIMENTALI
Secondo suggerimento: privilegiare la creazione di strutture interdipartimentali per la didattica, magari conferendo voto ponderato ai diversi dipartimenti quando il loro ruolo nel percorso formativo sia differenziato. Il sistema gestionale degli atenei sul fronte della formazione dovrebbe quindi configurare un sistema a matrice, con i dipartimenti che formano e conferiscono gli input alle “strutture” che li assemblano per costruire e vendere l’output: schema pienamente applicabile senza eccessivi sforzi, soprattutto se si tiene alto il potere di autorizzazione, controllo e intervento degli organi centrali di ateneo.
Last and least
, ma non irrilevante, sarebbe bello se queste “strutture” e i loro responsabili si  chiamassero allo stesso modo in tutta Italia. Purtroppo pare che la Crui non sia riuscita a svolgere alcun coordinamento in materia, sicché avremo scuole e facoltà, rette da presidi, presidenti, direttori e coordinatori. Non sarà la fine del mondo, ma non è un buon inizio di fronte all’opinione pubblica.

lunedì 22 agosto 2011

Italia maglia nera della ricerca in Europa


da sito www.repubblica.it del 22.08.2011


In un anno dodicimila pubblicazioni in meno: per la prima volta in trent'anni la produzione scientifica arretra, rivela uno studio olandese

di CORRADO ZUNINO

ROMA - Abbiamo ricercatori resistenti e talentuosi, capaci di una produttività da fabbrica tessile cinese. Ma il sistema della ricerca italiana — scientifica e umanistica — è crollato. Ora ci sono i numeri, offerti dal lavoro di una docente di economia e organizzazione aziendale all’Università di Bologna e di un esperto bibliometrico (uno statistico che studia le pubblicazioni scientifiche) olandese. Il “paper” di Cinzia Daraio e Henk Moed reso noto da Research Policy ci dice che per la prima volta in trent’anni la produzione scientifica dell’Italia ha smesso di crescere e dà segnali di arretramento. Esperimenti e scoperte, nuova conoscenza prodotta nelle biblioteche universitarie e nei nostri centri di ricerca. Arretra, tutto questo, come quota percentuale dell’intera produzione mondiale e in termini assoluti come numero di articoli scientifici pubblicati.

Sul piano quantitativo le pubblicazioni italiane hanno conosciuto un percorso di crescita dal 1980 (erano 9.721) al 2003 (sono diventate 39.728, quattro volte tanto). Nei cinque anni successivi si è proceduto tra depressioni e fiammate fino al 2008: 52.496 articoli italiani resi pubblici nel mondo, un record. L’anno dopo, il 2009 (ultimo dato conosciuto), il crollo: dodicimila pubblicazioni in meno, poco sopra quota 40 mila, bruciata la crescita di cinque stagioni.

«Il confronto europeo è schiacciante », spiega Cinzia Daraio illustrando i successivi grafici. Siamo ultimi per numero di ricercatori rispetto alla popolazione: sei ogni diecimila abitanti. Metà della Spagna e un terzo della Gran Bretagna. Siamo ultimi (insieme a una Spagna che ci ha appena raggiunto) per investimenti pubblici nella ricerca: sono lo 0,4% del Prodotto interno lordo. E i nostri privati non riescono a sostituirsi a Stato, Regioni e Università, il loro investimento arriva solo allo 0,6% del Pil. Nelle collaborazioni internazionali, quelle che spesso forniscono il prodotto intellettuale più nuovo e solido, tra i sei “big europei” siamo penultimi. Eravamo secondi negli Anni Ottanta. In generale, il contributo italiano alle pubblicazioni nel mondo è pari al 3,3%. «C’è una trentennale disattenzione della politica italiana verso la ricerca», dice la Daraio, «e oggi assistiamo all’inizio del declino della scienza italiana». È interessante notare come i ricercatori italiani restino i primi per produttività individuale: ogni due anni esce un nostro nuovo lavoro realizzato insieme a uno studioso straniero. Si chiama “effetto di compensazione”: per bilanciare gli investimenti risicati, gli studiosi italiani si impegnano più degli altri. Non è un caso se molti “portavoce” di progetti internazionali siano di casa. Dice Cinzia Daraio: «Abbiamo difficoltà a competere sui fondi europei per la ricerca, portiamo a casa meno di quanto versiamo. Gli altri paesi fanno piani ventennali e influenzano le scelte della Ue, noi ci ritroviamo con i professori a fare fotocopie
degli scontrini per le note spese da presentare a Bruxelles».

Il lavoro pubblicato da Research Policysegnala una generale difficoltà europea di fronte ai grandi investimenti fatti nelle ultime stagioni dai paesi asiatici, in particolare dal governo cinese. In quindici anni la Cina ha quadruplicato le prestazioni superando di slancio l’Italia (nel 1999), la Francia (2002), la Germania (2005) e il Regno Unito (nel 2006). Di fronte a questa massa di lavoro, però, il numero delle citazioni dei dossier cinesi resta ampiamente al di sotto di quello dei paesi occidentali.

(22 agosto 2011)

domenica 21 agosto 2011

L'Università dei raccomandati


dal sito informarexresistere.fr del 20.08.2011 di Alberto Crepaldi



Ora c’è anche il conforto della statistica: l’accademia italiana è ufficialmente ammalata di nepotismo. I baroni esistono e la frequenza di persone con lo stesso cognome negli atenei è sospetta. Stefano Allesina dell’Università di Chicago ha creato un programma apposta per effettuare questa ricerca e la più alta probabilità di nepotismo è emersa per Ingegneria industriale, Legge, Medicina, Geografia e Pedagogia. Cerca la tua università nella classifica del record dei baroni.
Dopo le inchieste giornalistiche, le indagini dei pm e i processi, ora arriva la conferma scientifica che i nostri atenei sono inquinati dalla piaga del nepotismo. La prova viene fornita da un approfondito studio statistico, condotto da Stefano Allesina, cervello in fuga dall’Italia ora ricercatore all’università di Chicago, con cui è stata analizzata la ricorrenza dei cognomi nelle università italiane.
Per misurare la diffusione reale del fenomeno nell’accademia italiana, Allesina ha utilizzato un database di pubblico dominio creato dal Ministero dell’Istruzione (Cineca), contenente nomi e cognomi di oltre 61.000 professori e ricercatori occupati in 84 sedi universitarie.
Allesina ha condotto una semplice analisi di frequenza sui cognomi presenti nel database. Più di 27.000 cognomi distinti appaiono almeno una volta, e la ricerca ha voluto rilevare se particolari cognomi ricorressero più spesso di quanto atteso in un dato settore. Per questo Allesina ha creato un programma che esegue un milione di estrazioni casuali per scoprire la probabilità di ottenere il numero di cognomi riscontrato nei dati reali. Per fare un esempio: fra i 10.783 accademici in Medicina sono stati rilevati 7.471 cognomi distinti. D’altro canto, in un milione di estrazioni casuali dal pool completo dei cognomi, il programma di Allesina non ha mai ottenuto meno di 7.471 cognomi distinti: una frequenza così bassa suggerisce l’esistenza di pratiche di assunzione nepotistiche. Il calcolo è stato ripetuto per ventotto settori disciplinari e la più alta probabilità di nepotismo è emersa per Ingegneria industriale, Legge, Medicina, Geografia e Pedagogia.
All’altra estremità troviamo i campi con distribuzioni di nomi più vicine a quelle casuali – e perciò con la più bassa probabilità di nepotismo: linguistica, demografia e psicologia.
In un esperimento successivo, Allesina ha esaminato la distribuzione geografica del nepotismo in Italia. Con questo modello, ha testato la probabilità di avere lo stesso cognome di un altro professore nello stesso settore disciplinare e osservato come i valori ottenuti varino da Nord a Sud. È pur vero che il modello ha riscontrato un accentuato gradiente Nord-Sud, con la probabilità di nepotismo che aumenta andando verso Sud, per culminare nelle isole. È però altrettanto evidente che nella parte alta della classifica ci sono prestigiose università del Nord: Modena e Reggio Emilia (15° posto), Parma (23°), San Raffaele di Milano (25°), Genova (29°), seguite immediatamente da Ferrara e Pavia.
A conferma del rigore con cui è stata condotta la ricerca – non a caso finanziata dallaNational Science Foundation – va sottolineato come Allesina non abbia tenuto conto dei cognomi più comuni, come ad esempio Rossi, Bianchi, Russo, Ferrari, Romano.
Per i figli è certamente vantaggioso, soprattutto in un Paese ingessato come l’Italia, seguire le orme dei genitori. Come ricorda Allesina «il termine human-capital tranfer descrive l’insieme di conoscenze, relazioni personali, attitudini e passioni che si trasferiscono da una generazione all’altra; in molti casi, i figli saranno naturalmente portati a scegliere la carriera dei genitori». La domanda che bisogna porsi è: ma devono proprio seguirli nella medesima università o addirittura nello stesso dipartimento?
La riforma Gelmini, forse non a caso osteggiata con forza dal baronato delle università nostrane, ha alcune pecche ma almeno si pone anche l’obiettivo di combattere il nepotismo dilagante. Sarà curioso, come suggerisce lo stesso Allesina, ripetere l’esercizio tra cinque-dieci anni per verificare se la riforma ha funzionato o se le incrostazioni nepotistiche avranno invece avuto la meglio.

Esempio pratico per capire il calcolo della frequenza

Prendiamo il caso dell’Università di Modena e Reggio Emilia:
– Numero di professori (856)
– Numero di possibili coppie. Questo è un numero molto alto (approssimativamente numero di professori al quadrato diviso 2).
Infatti, per quattro professori (A B C D) abbiamo 6 coppie: AB, AC, AD, BC, BD, CD. Per 10 professori ci sono 45 coppie e così via.
– Tra tutte le coppie (365.940), in 182 casi i professori hanno lo stesso cognome (es. il professore A ha lo stesso cognome del professore D).
– La frequenza si ottiene dunque così: 182/365940=0.0004973
La classifica dei più nepotisti. Cerca la tua università:
(frequenza x1000)
Libera Università Mediterranea «Jean Monnet», Casamassima, Bari1,681
Sassari1,306
Cagliari1,239
Suor Orsola Benincasa – Napoli1,094
Catania1,05
Uke – Enna0,701
Università della Calabria0,695
Messina0,694
Mediterranea di Reggio Calabria0,678
10°Roma «Foro Italico»0,673
11°Salento0,6
12°Seconda Università Napoli0,582
13°Cassino0,546
14°Camerino0,529
15°Modena e Reggio Emilia0,497
16°Palermo0,497
17°Politecnico di Bari0,489
18°Luiss «Guido Carli», Roma0,488
19°Urbino «Carlo Bo»0,464
20°Salerno0,448
21°Sannio di Benevento0,441
22°Napoli «Federico II»0,44
23°Parma0,43
24°Parthenope di Napoli0,421
25°San Raffaele Milano0,412
26°L’Aquila0,35
27°Foggia0,35
28°Bari0,345
29°Genova0,341
30°Insubria0,333
31°Ferrara0,326
32°Pavia0,325
33°Bergamo0,322
34°Basilicata0,308
35°Politecnica delle Marche0,288
36°Pisa0,275
37°Siena0,273
38°Perugia0,273
39°Firenze0,262
40°Chieti-Pescara0,257
41°Bologna0,25
42°Brescia0,247
43°Catanzaro0,24
44°Libera Università di Bolzano0,235
45°Milano Bicocca0,232
46°Cattolica del Sacro Cuore Milano0,223
47°Politecnico di Torino0,215
48°Roma «Tor Vergata»0,208
49°Macerata0,208
50°Torino0,204
51°Verona0,201
52°Padova0,199
53°Molise0,198
54°Iuav di Venezia0,197
55°Piemonte Orientale0,194
56°Campus Bio-Medico Roma0,194
57°Milano0,192
58°Politecnico di Milano0,187
59°Roma «La Sapienza»0,175
60°Sant’Anna di Pisa0,173
61°L’Orientale di Napoli0,17
62°Udine0,158
63°Roma Tre0,141
64°Trento0,131
65°Trieste0,121
66°Teramo0,12
67°Venezia «Ca’ Foscari»0,112
68°Tuscia0,109
69°Bocconi Milano0,099
70°Valle d’Aosta0
71°Liuc – Castellanza (Varese)0
72°I.u.s.s. – Pavia0
73°Iulm – Milano0
74°Università di Scienze gastronomiche – Pollenzo (Cuneo)0
75°Scuola Normale Superiore di Pisa0
76°Scuola Imt – Lucca0
77°Stranieri di Siena0
78°Sum – Firenze0
79°Stranieri di Perugia0
80°Europea di Roma0
81°Libera Università Maria SS. Assunta – Roma0
82°Luspio – Roma0
83°Sissa – Trieste0
84°Stranieri Reggio Calabria0

martedì 16 agosto 2011

La vera leadership è nella ricerca


da www.ilsole24ore del 14.08.2011 di Gilberto Corbellini
Esprimeva un misto di orgoglio e frustrazione, il discorso di Barack Obama in risposta al declassamento di Standard & Poor's. E non è un caso che ci abbia tenuto a dire che gli Stati Uniti hanno le «migliori università». Perché se in questo momento l'America vuole ribadire la propria leadership mondiale, forse l'unico terreno dove può con buoni argomenti farlo è quello dell'istruzione accademica e della ricerca. Proprio lui ha scommesso su una ricostruzione del Paese che parta dalla scienza e dalle sue ricadute culturali ed economiche. Nella tradizione dei Padri Fondatori, peraltro. Anche se non sarà facile.
Ci sono però anche motivi di frustrazione. In primo luogo perché gli investimenti in ricerca di base - che sono gli investimenti sul futuro che hanno senso, ed è etico fare con i soldi delle tasse dei cittadini - non hanno una ricaduta immediata. Di certo arriveranno innovazioni formidabili dalle scoperte generate dagli investimenti in progetti che riguardano dalla fisica alle nanotecnologie, dalle neuroscienze alla chimica, dalla genomica alla matematica applicata all'information technology. Ma non si sa quando. E soprattutto, dato lo scenario mondiale, non è detto che saranno gli Stati Uniti a godere delle ricadute di queste innovazioni. Come è stato per quasi tutto il Novecento. Perché nel decennio scorso sono stati fatti sbagli che potrebbero avere pesanti conseguenze per il «Paese delle opportunità».In risposta alla crisi economica dell'autunno 2008 il governo Obama aveva effettuato numerosi tagli, aumentando però i finanziamenti alla ricerca di base: 4,7 per cento in più a tutte le agenzie da spendere nei successivi due anni (per la National Science Foundation il 7 per cento in più nel 2009 e il 6,7 per cento in più nel 2010 rispetto al 2009).

Ma i tagli ora previsti in base all'accordo con i repubblicani per il rientro dal debito, che riguarderanno la ricerca, si stimano dell'ordine di 21 miliardi di dollari nel 2012. E gli accordi prevedono un risparmio di mille miliardi da qui al 2030: quindi un futuro preoccupante per un sistema che spende prevalentemente in funzione di progetti di ricerca. Obama non può non essere orgoglioso, come americano, del riconoscimento di cui godono le università del suo Paese, da tutto il mondo apprezzate come le migliori, e le più imitate, perché governate quasi esclusivamente da una valutazione oggettiva e funzionale del merito. Insomma, se l'America non ha esportato la democrazia, come ingenuamente qualcuno credeva di fare quasi si trattasse di un manufatto, o si è vista conquistare economicamente da un Paese a capitalismo pianificato come la Cina, di certo ha imposto a tutto il mondo i criteri per competere nell'eccellenza scientifica e culturale in generale.

Arrivederci, Italia: Why Young Italians Are Leaving


Time del 18.10.2010 di Stephan Fariz

It's not the type of advice you would usually expect from the head of an elite university. In an open letter to his son published last November, Pier Luigi Celli, director general of Rome's LUISS University, wrote, "This country, your country, is no longer a place where it's possible to stay with pride ... That's why, with my heart suffering more than ever, my advice is that you, having finished your studies, take the road abroad. Choose to go where they still value loyalty, respect and the recognition of merit and results."
The letter, published in Italy's La Repubblica newspaper, sparked a session of national hand-wringing. Celli, many agreed, had articulated a growing sense in his son's generation that the best hopes for success lie abroad. Commentators point to an accelerating flight of young Italians and worry that the country is losing its most valuable resource. And with reforms made all but impossible by Italy's deep-rooted interests and topsy-turvy politics — a schism in the ruling coalition seemed this summer to threaten Silvio Berlusconi's government once again — many are starting to wonder if the trend can be reversed. "We have a flow outward and almost no flow inward," says Sergio Nava, host of the radio show Young Talent and author of the book and blog The Flight of Talent, which covers the exodus.

The motives of those leaving haven't changed much since the last wave of economic migrants struck out to make their fortunes a century ago. But this time, instead of peasant farmers and manual laborers packing themselves onto steamships bound for New York City, Italy is losing its best and brightest to a decade of economic stagnation, a frozen labor market and an entrenched system of patronage and nepotism. For many of the country's most talented and educated, the land of opportunity is anywhere but home.

Take Luca Vigliero, a 31-year-old architect. After graduating from the University of Genoa in 2006 and failing to find satisfying work at home, he moved abroad, working first for a year at Rem Koolhaas' Office for Metropolitan Architecture in Rotterdam and then accepting a job in Dubai in 2007. In Italy, his résumé had drawn no interest. At Dubai's X Architects, he was quickly promoted. He now supervises a team of seven people. "I'm working on projects for museums, villas, cultural centers, master plans," he says. "I have a career." Escape from Italy has also allowed Vigliero to fast-track his life plans. He and his wife had a son in September; had they remained in Italy, he says they would not have been able to afford children this soon. "All my friends in Italy are not married, they have really basic work, they live with their [parents]," he says. "Here, there's a future. Every year, something happens: new plans, new projects. In Italy, there's no wind. Everything is stopped."

Italy doesn't keep track of how many of its young professionals are seeking their fortunes abroad, but there's plenty of anecdotal evidence that the number is rising. The number of Italians ages 25 to 39 with college degrees registering with the national government as living abroad every year has risen steadily, from 2,540 in 1999 to about 4,000 in 2008. The research-institute Censis estimates that 11,700 college graduates found work abroad in 2006 — that's one out of every 25 Italians who graduated that year. According to a poll by Bachelor, a Milanese recruitment agency, 33.6% of new graduates feel they need to leave the country to take advantage of their education. A year later, 61.5% feel that they should have done so. It's not hard to see why. Italy's economic woes have fallen hard on the shoulders of the country's youth. According to figures published in May by the National Institute of Statistics, 30% of Italians ages 30 to 34 still live with their parents, three times as many as in 1983. One in 5 young people ages 15 to 29 has basically dropped out: not studying, not training, not working. "We're condemning an entire generation into a black hole," says Celli.


Jobs for the (Old) Boys 
Italians without college education often get by working in the black economy, doing all sorts of jobs, but university graduates — or more generally, those with higher aspirations — have a tougher time finding work that fits their qualifications. The unemployment rate among Italian college graduates ages 25 to 29 is 14%, more than double the rate in the rest of Europe and much higher than that of their less-educated peers.

Italians have a word for the problem: gerontocracy, or rule by the elderly. Too much of the economy is geared toward looking after older Italians. While the country spends relatively little on housing, unemployment and child care -  xpenditures the young depend upon to launch their careers — it has maintained some of the highest pensions in Europe, in part by ramping up (borrowing. This imbalance extends into the private sector, where national guilds and an entrenched culture of seniority have put the better jobs out of reach for the country's young.


Italy has always suffered under a hierarchical system, with the young deferring to authority until it's their time to take the reins. "You are not considered experienced based on your CV, on your ability or according to your skills, but just based on your age," says Federico Soldani, 37, an epidemiologist who left Pisa in 2000 and now works in Washington, D.C., for the Food and Drug Administration. "When you are under 40, you are considered young."
The system worked — to a certain extent — as long as the economy was growing. Patience paid off as jobs opened to whoever was next in line. But with the extended slump, the labor market has seized up. "The queue is not moving forward anymore," says Soldani. Entry to some professions — like the lucrative position of public notary — is so limited that the job has become all but hereditary. In a country where success is built on relationships and seniority, only the friends and children of the elite have a chance to cut the line.




For the rest, it means that jobs are scarce, underpaid and stripped of responsibility. When Filippo Scognamiglio, 29, secretary of the Italian MBA Association NOVA, compared net salaries for the same position at the same multinational in the U.S. and Italy, he found that an Italian with an M.B.A. who chose to stay home would earn just 58% of what they would abroad. "It's easier to be successful in the United States if you have the talent and the desire to put in the effort than it is in my country," he says. As a consequence, Scognamiglio, who graduated from Columbia Business School this year, chose to pay off the Italian company that had sponsored his degree in order to accept a job in the U.S. "It's a 70,000-euro ($90,000) vote [for the prospects of a career abroad]," he says.

But it's not just better pay that attracts Italy's young emigrants: it's also the opportunity to escape dull jobs that involve mainly rote tasks and flattened career trajectories. "If you're young in Italy, you're a problem; in other countries, you're seen as a resource," says Simone Bartolini, 29, a creative copywriter in Sydney. He left Rome in 2007, following a change of management at his advertising firm, when his new boss told him, "We will put sticks in your spokes." He was good to his word. "Every idea was turned down," says Bartolini. "Everything was a no. As soon as I made a mistake, I was under the light." In comparison to Australia, where Bartolini has launched a successful career, Italy simply had no use for his drive. "They need executors," says Bartolini. "They don't need thinkers."

Old Problems, Old Solutions 
Young Italians know better than to look to the state to solve their problems: the country's politics is if anything even more stagnant. A long succession of ruling coalitions have been too busy wrestling among themselves to take on entrenched interests. The current regime is a case in point. Prime Minister Berlusconi came to power in 2008 after the previous left-wing government tried to institute a raft of reforms that would have passed without comment in just about any other country: deregulating the country's taxicabs, allowing supermarkets to sell nonprescription drugs, permitting private companies into public transport. The reforms foundered on a series of strikes, setting the government on a path to failure a year and a half later.

Now Berlusconi's government is facing a crisis of its own, a power struggle between the Prime Minister and his former ally, Gianfranco Fini, the speaker of Italy's lower house. Fini, who commands a breakaway faction of parliamentarians, has been clashing with Berlusconi over a series of reforms. For now, the two men seem to have put aside their differences — Fini supported the government in a vote of no confidence last month — but tensions between the two are already rising over proposed changes to the criminal-justice system that would free Berlusconi from tax-fraud and corruption trials. In the meantime, Italians are stuck with a government that could collapse at any moment and leaders consumed with positioning themselves for the next election.


Italy's political culture is sclerotic. It has failed to produce young reform-minded leaders like Barack Obama, David Cameron or Nicolas Sarkozy. Berlusconi is 74 years old and serving his third term as Prime Minister, and the country's crop of political players hasn't been updated since the early 1990s, when a series of corruption and Mafia scandals upended the electoral landscape. No wonder young Italians want no part of it.

No Way Home 
The Italian exodus wouldn't be so damaging if the departed could be persuaded to return with their foreign experience. And indeed, after years of ignoring the problem, the government has begun to try to do just that. "It's like judo: you transform a risk into a strength," says Guglielmo Vaccaro, a parliamentarian who has promoted a bill that would offer tax breaks to Italians who return after spending at least two years abroad. Vaccaro estimated that the state spends well over $130,000 to provide a young person with a college education, money that can be recouped if its citizens can be persuaded to invest their skills at home.

It's not like the country's young want to stay away: Italians are famously attached to their homeland. Most of the people interviewed for this story said they would love dearly to go home. "Your DNA, your self, everything you breathe, everything you eat is very tied to the city where you're born," says Giovanni Chirichella, 34, a native Milanese who works as a human-resources manager at GE Energy in Houston. "Many Italians across the world, they're basically homesick for the rest of their lives."


But while Italy's young migrants usually set out with the intention of returning with a few years of foreign experience on their résumés, they often find the re-entry more difficult than they imagined. Over the past year, Elena Ianni, 32, a marketing manager at the Royal Bank of Scotland in London, has sent her résumé to the top 100 companies and recruitment agencies in Italy. She spent her Easter break knocking on doors in Milan. Every night, when she gets home from work, she checks the online job listings. In London, where she receives unsolicited calls from headhunters, Ianni has turned down two job offers during the same period. But her country doesn't seem to want her. "I've been told exactly these words," she says. "'You're a young woman, and you won't be taken seriously here.'"

So the country is caught in a vicious circle. The economy will continue to fade as long as it stifles innovation by excluding its young. Meanwhile, every young person driven away is one less voice calling for reform. Silvia Sartori, 31, tried returning to Treviso after working in Asia for four years. After a fruitless year of job-hunting, she went back to China, where she now manages a $3 million European Commission grant for green construction. "It's something in Italy I would never get, unless I was 45 and somebody's daughter or cousin or mistress," she says. "I gave Italy a second chance," she says. "They burned it." Italy may not have many more chances to preserve its most precious resource.