lunedì 25 aprile 2011

La favola della precaria

Credevamo che le favole della Gelmini si fermassero all’affermazione che la sua riforma della scuola è “epocale”. Speravamo che le “fole” fossero terminate con le dichiarazioni del ministro-avvocato a Porta a porta, quando forte di una solida preparazione giuridica, spiegò che la competenza sul caso Ruby era dei magistrati di Monza e non di Milano. Invece no, è arrivato in libreria “Quando diventerai grande”, raccolta di fiabe dedicate a sua figlia Emma (Mondadori). Trentatré storie, raccolte tra le più popolari d’Italia, ognuna con un insegnamento e una morale. Protagonisti draghi, mugnai, principesse. Perfino Nerone, alle prese con una coraggiosa filatrice che si permette di fargli presente che non è proprio un illuminato imperatore. Lui, invece che darle fuoco, la premia. La storia si conclude con una pseudo citazione di Rino Gaetano (scusa Rino): “Non è più il tempo in cui Berta filava”. Favoletta con intenzioni femministe: una fanciulla, di nome Caterina viene impalmata da un re a condizione che non s’intrometta mai negli affari di governo. Lei “accetta felice” ma poi con un’astuzia gli fa capire che proprio scema non è e si fa promettere dallo sposo “di non prendere mai decisioni senza prima consultare la moglie”. E noi che pensavamo che l’autonomia intellettuale fosse già una conquista acquisita dalle donne. Non si finisce mai di imparare (specie dal ministro dell’istruzione).

C’è poi una fiaba dove una bimba ingorda si pappa una padella di ciambelle che doveva consegnare allo zio Lupo insieme a una bottiglia di vino. La fanciullina fa una brutta fine perché il famelico parente fa di lei un sol boccone. “La bambina finisce male perché imbroglia per la troppa golosità” spiega la Gelmini in nota. Insomma ragazzi, occhio a rubare la marmellata e a imbrogliare, che poi son dolori. Potete al massimo evadere un po’ le tasse, corrompere qualche giudice, taroccare i bilanci o falsificare qualche firma nelle liste elettorali. In quel caso vi danno un bel posto al Governo o al consiglio regionale.

Sara Giudice (nella foto), la ex pidiellina che ha raccolto 12 mila firme per chiedere le dimissioni dal Consiglio regionale di Nicole Minetti, (l’igienista dentale che legifera per i cittadini della Lombardia) ha raccontato ieri un’altra bella favoletta, che ha per protagonista mamma Mariastella. Spiega la Giudice (sarà per il cognome che non è simpatica agli amici del premier?) di aver ricevuto una telefonata della Gelmini che la pregava di non intervenire ad Annozero: “in questo momento la situazione del Presidente è delicata, la presenza da Santoro sarebbe poco opportuna”. Non solo. Ecco cosa ha detto la Giudice in un’intervista al Fatto: “Sono stata avvicinata da alcuni dirigenti del Pdl, che so per certo essere persone di fiducia di Mariastella Gelmini. Mi hanno proposto un caffè con Nicole Minetti in favore di telecamera, una specie di “carrambata” per chiudere l’incidente. E per essere convincenti, conoscendo la mia condizione di precaria, mi hanno fatto capire che se avessi accettato ci sarebbe stato un lavoro alla Mondadori per me”.

Questa è la trantaquattresima favola, la più istruttiva: quella della precaria che si può guadagnare un posto sicuro. Titolo: “Nel Paese dove tutto è in vendita”.

il Fatto Quotidiano, 24 aprile 2011

mercoledì 20 aprile 2011

A Ballarò la Gelmini non sa che misure ha approvato sulla scuola

da www.julienews.it del 19.04.2011


FIGURACCIA IERI DEL MINISTRO DELL'ISTRUZIONE SU RAITRE

ROMA - Incredibili le sempre maggiori dimostrazioni di pressapochismo che offrono i ministri di questo governo. L'ultimo caso è accaduto ieri, durante la trasmissione Ballarò, su RaiTre. Ad un certo punto Enrico Letta, del Pd, fa presente al Ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini che, dalle tabelle del Def (Decisione di economia e finanza) risultano 4,5 miliardi di euro all'anno di tagli per il 2012, il 2013 e il 2014, per un totale di 13,5 miliardi. Una mazzata enorme, dopo gli otto miliardi di euro di tagli che ci sono stati tra il 2009 e il 2011. Già mentre Letta lo legge, si vede una Gelmini che cerca di capire costa sta accadendo, poi comincia a dire che è stato stanziato un miliardo per l'Università in tre anni (cioè forse nel 2014 si recupererebbe quello che è stato tagliato solo nel 2011, ndr) e cose del genere. Poi dice che il Def che Letta sta leggendo, che è il documento varato dall'intero governo e quindi anche dalla Gelmini, è un documento che non conta perchè "Tremonti mi ha garantito che non ci sono tagli".
A quel punto subentrano gli aiuti, in particolare di Franco Sechi, giornalista del Tempo, che specifica: "Non sono tagli, sono minori spese". Alla fine, arriva il suggerimento del collaboratore della Gelmini, che dice che i dati sono riferiti al 2008 e quindi non vanno sommati, ma significa semplicemente che nei prossimi tre anni per la scuola pubblica non verrà destinato un solo centesimo oltre quello che è stato stanziato quest'anno.
Ora, chiaramente bisognerebbe capire chi abbia detto la verità, perchè comunque già il fatto di non prevedere altri stanziamenti per la scuola fino al 2014 è grave, perchè c'è bisogno di nuove risorse per migliorare la scuola. Ma in ogni caso, che un Ministro non sappia di quali risorse disporrà per i prossimi anni per il proprio dicastero è una cosa che non si è mai vista in nessun Paese occidentale.
di Antonio Rispoli

domenica 17 aprile 2011

La legge Gelmini sull’Università: riforma mancata

12-04-2011 da notizie.radicali.it 
 
La legge Gelmini sull’Università approvata in Parlamento a dicembre viene spesso presentata dagli esponenti della maggioranza come la prova più evidente dello spirito riformatore di questo esecutivo. E’ opinione di molti, tra gli addetti ai lavori, che si tratti più semplicemente del definitivo compimento di un processo eutanasico che nel corso degli anni ha in modo bipartisan gravemente compromesso il sistema della ricerca e dell’alta formazione in Italia.
Comunque la si pensi, ciò che appare assai grave è il fatto che il nostro Paese abbia affrontato un processo riformatore così importante e delicato, un nodo fondamentale per il nostro destino culturale, sociale ed economico, senza un serio e approfondito dibattito. I cittadini non hanno avuto la possibilità di essere informati e di discutere sulla reale posta in gioco e sugli effetti che questo processo riformatore avrebbe avuto sulle famiglie e sul futuro del sistema Italia. Anche i partiti, tutti, hanno rinunciato a discutere al loro interno la portata di questo processo.
A pochi mesi dall’approvazione della legge Gelmini, l’Università italiana è nel caos a causa della farraginosità di un meccanismo normativo assai complesso ed eccessivamente burocratico. Nei laboratori di ricerca, così come nelle aule, specie tra i più giovani, prevale un sentimento di smarrimento e demotivazione. Non sono pochi i ricercatori già vincitori di concorso (la maggior parte con meno di 45 anni) che hanno lasciato l’Università per seguire altri e più remunerativi percorsi professionali. E’ un segnale che denota una perdita di attrattatività assai pericolosa.
Tra i docenti più anziani, invece, prevale un sentimento di rassegnazione in attesa di un pensionamento spesso molto ravvicinato, a causa dell’età media inaccettabilmente alta del nostro corpo docente. Molti di loro hanno addirittura deciso di anticipare l’uscita per evitare gli effetti sul trattamento di fine rapporto del combinato disposto Gelmini-Tremonti. Gli studenti sono attoniti e sfiduciati. I ricercatori precari stanno subendo un lento e silenzioso licenziamento di massa sotto la veste “soft” della mancata riconferma dei contratti e delle borse. A loro, ovviamente, nessuna cassa integrazione ammortizzerà la caduta. I docenti più combattivi, invece, hanno intrapreso la strada dei ricorsi ai TAR per tutelarsi rispetto ad una legge finanziaria che ha attivato un meccanismo di congelamento degli stipendi che ha paradossali conseguenze sperequative. In pratica, i più giovani, quelli con la posizione più bassa nella gerarchia accademica e con gli stipendi più leggeri dovranno pagare di più. Il “Sole 24 Ore” stima che un ricercatore ad inizio carriera che guadagna circa 1200 euro netti al mese si vedrà portare via, nel corso della sua carriera, circa 7500 euro l’anno, ovvero perderà il 33% del suo stipendio effettivo. Un professore ordinario con un’anzianità elevata e che guadagna fino a 106 mila euro l’anno avrà, invece, un taglio stipendiale di circa il 10 per cento.
Ma il meccanismo del congelamento stipendiale attivato da Tremonti, un vero e proprio Robin Hood alla rovescia, in realtà è emblematico del modo in cui questo governo ha deciso di affrontare i problemi dell’Università. Si tratta di una cifra “stilistica” che accompagna tutti i principali passaggi della Riforma. Infatti, propagandata come legge anti-baroni, la legge Gelmini in realtà si accanisce esclusivamente sugli anelli più deboli della catena (ricercatori e precari), aumentando a dismisura il potere dei più forti (professori ordinari e rettori). Non è casuale che molti ordinari e quasi tutti i Rettori abbiano appoggiato la legge in tutti i modi, anche i meno ortodossi, esercitando durante tutto il 2010 pesanti intimidazioni contro i ricercatori in stato di agitazione.
Che l’Università pubblica italiana avesse bisogno di una scossa radicale era noto e fin troppo evidente. Il Paese avrebbe avuto bisogno di una vera riforma in grado di trasformare un mastodontico ammortizzatore sociale per studenti e docenti precari in un sistema realmente competitivo e in grado di selezionare la classe dirigente di oggi e di domani. E, soprattutto, in grado di competere con le altre Università straniere. Ciò che sembra essere stato realizzato, invece, è l’ennesima riforma “a costo zero” o meglio “a saldo negativo”, la cui unica finalità sembra essere quella di mascherare un gigantesco “taglio lineare”. Nessuna progettualità e nessuna prospettiva futura. Perfettamente in linea con l’approccio “pubblicitario” alla politica di una classe dirigente molto attenta al marketing dell’adesso, ma assolutamente disinteressata allo sviluppo del domani. Facciamo alcuni esempi.
Ricordiamo che il pensionamento di migliaia di docenti abbinato al blocco del turn over nei prossimi anni svuoterà l’Università del suo corpo docente. Si tratterà di un risparmio eccezionale per lo Stato, ma è bene che il Paese sappia che senza urgenti interventi ci sarà il collasso definitivo del sistema. Anche perché non si ripeterà il miracolo degli anni passati, quando i ricercatori, pagati per svolgere esclusivamente compiti di ricerca, hanno svolto compiti di “supplenza” volontaria e non retribuita nei corsi, sperando che questo potesse aprirgli la strada ad un avanzamento di carriera che invece oggi gli è stato definitivamente precluso. Ricordiamo che oggi circa il 40% della didattica complessiva prodotta nelle Università è svolta gratuiramente e impropriamente dai ricercatori. La legge ha tentato di “legalizzare” questo stato di cose prevedendo la docenza gratuita dei ricercatori per sopperire al vuoto che il pensionamento di massa dei professori creerà nei prossimi anni. Ma l’articolo, in seguito allo scoppio delle proteste, non è passato. Ora è previsto un riconoscimento economico, ma “nei limiti di bilancio” di Atenei già in bancarotta. Se i ricercatori manterranno la loro indisponibilità totale o parziale, come sembra, molti corsi dovranno chiudere, a prescindere dalla loro appetibilità o rilevanza scientifica.
Sui concorsi, la Gelmini ha propagandato un nuovo meccanismo nazionale di selezione in grado di ridurre il potere dei baronati locali. Ma ha legiferato in direzione esattamente opposta. Le abilitazioni nazionali, infatti, non servono a nulla perché richiederanno comunque una “chiamata locale”. E, cosa ancora più grave, senza alcun meccanismo di valutazione oggettiva che la giustifichi: perché Tizio e non Caio, entrambi abilitati? Qualcuno sostiente, però, che un merito della legge sia quello di aver introdotto il meccanismo della tenure track americana. Ovvero, il ricercatore assunto a tempo determinato può essere riconfermato una sola volta per poi diventare automaticamente associato (se abilitato). In caso contrario, andrebbe a casa. Il meccanismo è corretto, ma se non opportunamente finanziato, rischia di lasciare a casa migliaia di ricercatori per motivi economici e non meritocratici, come sarebbe giusto che fosse.
La norma anti-parentopoli licenziata dal Parlamento, poi, è una delle tante barzellette governative a cui siamo stati abituati in questi tempi. Prevede che il figlio del professore non possa essere chiamato nello stesso dipartimento del padre, ma nel dipartimento del suo collega dello stesso Ateneo, sì. Basterà, cioè, spostarsi una porta più in là, magari nello stesso corridoio. Che dire poi del finanziamento delle Università in base alla produttività scientifica? Avrebbe dovuto essere la chiave di volta dell’impianto liberale della riforma. Ancora una volta, si è trattato di uno slogan svuotato di significato. Solo il 7 per cento dei finanziamenti sarà effettivamente erogato in base ad una valutazione meritocratica.
Che sia chiaro, non intendo sostenere che l'unico problema dell'Università italiana sia quello dei finanziamenti. Aumentare il finanziamento di un sistema che utilizza male le sue risorse significa certamente legittimarne la disfunzionalità con scarsi effetti sulla qualità. D'altronde, se è certamente vero che il nostro “sistema ricerca” è sottofinanziato, è anche vero che il grosso nodo rimane quello della drammatica carenza dei finanziamenti privati. Infatti, se compariamo gli investimenti pubblici in ricerca del nostro Paese (in rapporto al PIL) con quelli degli altri paesi europei (mi riferisco in particolare agli anni precedenti ai tagli draconiani di Tremonti) il divario si annulla in alcuni casi e si riduce parecchio in altri. Dunque, mancano finanziamenti, in particolare quelli privati, però non può essere nascosto il fatto che i soldi che ci sono vengono spesi malissimo.
Le ragioni della “latitanza” dei privati sono diverse, a partire da una specificità del tessuto imprenditoriale italiano caratterizzato prevalentemente da piccole e medie imprese, poco propense a innovare. La ricerca, infatti, costa e il ritorno non è mai certo, specie del breve periodo. Le piccole aziende spesso non hanno la forza economica necessaria per sobbarcarsi questo rischio. Ma dobbiamo anche confrontarci con un ritardo culturale della borghesia imprenditrice italiana (il caso FIAT è esemplare). Si fa fatica a comprendere che la ricerca ha una ricaduta economica fondamentale nella società della conoscenza. In Italia, la bilancia dei pagamenti nel campo della conoscenza è in netto disavanzo. Importiamo molta più conoscenza di quella che riusciamo ad esportare (brevetti, tecnologie, ecc.). Inoltre, spendiamo molto per formare ottimi ricercatori che poi vanno all’estero a produrre beni che saremo costretti ad importare. Un sistema folle. All’interno del sistema ricerca, invece, i soldi sono spesi male perché vi è una scarsa “tensione” meritocratica e selettiva. Il punto è che la legge Gelmini non fa nulla per risolvere entrambi questi problemi, anzi li esaspera: riduce i finanziamenti pubblici e non incentiva quelli privati; introduce a parole il merito, ma nei fatti disincentiva la competizione perché frustra le aspettative di carriera e di crescita economica dei ricercatori a vantaggio del consolidamento del potere dei baroni.
Una riforma realmente liberale, come prima cosa, avrebbe abolito il valore legale del titolo di studio. Questo avrebbe costretto le Università a competere tra loro per accaparrarsi i migliori studenti e docenti/ricercatori offrendo migliori servizi e incentivi. E non solo le Università pubbliche ne avrebbero tratto giovamento. La concorrenza fa bene anche alle private che, in Italia, invece di competere sul mercato preferiscono chiedere, immediatamente accontentate, più finanziamenti allo Stato. Vorrei ricordare, infatti, che le performance sul piano della qualità e quantità della ricerca delle Università private italiane sono spesso disastrose. Una riforma realmente liberale avrebbe previsto l’abolizione del meccanismo perverso e inutile del concorso pubblico, abbinando questo provvedimento ad un più spiccato meccanismo di valorizzazione finanziaria delle performance dei dipartimenti. Io assumo chi voglio, ma se prendo brocchi e il dipartimento non produce, mi assumo la responsabilità della sua chiusura. E avrebbe previsto una liberalizzazione dei percorsi di carriera e delle premialità interne. Inoltre, una riforma veramente liberale avrebbe dovuto, in modo correlato, abolire le caste degli ordini professionali che rappresentano un inacettabile tappo per l’inserimento dei giovani neo-laureati. Infine, avrebbe realizzato una maggiore separazione tra le strutture di ricerca e quelle prevalentemente orientate alla formazione. Non è possibile far fare tutto a tutti.
C'è poi la spinosa questione delle tasse. Aumentare il finanziamento privato dell'Università pubblica passa anche dall'innalzamento corposo delle tasse d'iscrizione. Ma l’aumento delle tasse non deve in nessun modo essere penalizzante per i meno abbienti. Deve essere previsto un piano straordinario di finanziamento di un nuovo sistema dei prestiti agli studenti e delle borse. Nei paesi anglosassoni, lo studente ottiene un prestito che restituirà nel tempo, con interessi agevolati, con una piccola trattenuta in busta paga, solo se la laurea lo aiuterà a trovare un lavoro con un livello retributivo significativo. Minore il livello retributivo, minore la restituzione. Così si preleva “a valle” del sistema, facendo pagare di più chi diventa più ricco, riducendo le discriminazioni sociali “a monte”. Inoltre, questo meccanismo incentiva le Università a migliorare le performance nella collocazione dei laureati e sprona gli studenti ad accelerare gli studi (più stanno e più pagano). La Gelmini, invece, porterà inevitabilmente ad un aumento delle tasse di iscrizione, ma ha azzerato le borse per gli studenti in attesa di un futuro migliore. Francamente, non si capisce quale se al governo rimarrà lei.

Sociologo, ricercatore presso il DAPPSI della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania, insegna Sociologia della comunicazione, dei media e delle nuove tecnologie.

Innovazione e hi-tech non abitano qui. Italia più arretrata di Barbados e Oman

 da sito www.repubblica.it

La classifica Wef: ritardi su Internet, scuola e investimenti statali. Il nostro Paese è scivolato al cinquantunesimo posto. Ai vertici Svezia e Singapore  

di ALESSANDRO LONGO
ROMA - Il World Economic Forum (Wef) boccia l'Italia in tecnologia e innovazione e stronca le politiche del governo. L'impietosa pagella è nell'ultimo rapporto (435 pagine) dell'organizzazione indipendente internazionale.  È il decimo anno che il Wef pubblica un Global Information Technology Report e ogni volta va sempre peggio per l'Italia, nella classifica che analizza 138 Paesi mondiali. Ora siamo 51esimi, sotto Paesi come India, Tunisia, Malesia. Abbiamo perso tre posizioni nell'ultimo anno. Nel 2006 eravamo 38esimi: un tracollo costante. Questa classifica è un giudizio sull'essenza innovativa di un Paese. L'indice del Wef infatti ne analizza la capacità di trasformare le tecnologie in vantaggi per la vita quotidiana delle persone e per l'economia. Tanto più si è in cima alla classifica- dominata anche quest'anno da Svezia e Singapore- tanto più significa che il progresso è penetrato a fondo nelle strutture economiche e nella società di quel Paese, migliorandolo.

Il Wef, per arrivare a questo giudizio, considera numerosi indicatori oggettivi (rilevati da organizzazioni indipendenti come le Nazioni Unite) e li correla: si va dalla diffusione di internet e cellulari, alla qualità dell'istruzione fino alle politiche statali a favore dell'innovazione e dello sviluppo tecnologico. Ed è proprio per questo aspetto che l'Italia incassa una strigliata dal World Economic Forum. Nel capitolo in cui analizza l'Europa, comincia con le lodi alla Francia, Germania, ma poi nota
"all'estremo opposto, Paesi come la Grecia e l'Italia". Il Wef accomuna Grecia e Italia anche nei consigli: dovrebbero migliorare fattori propedeutici al progresso (minori tasse e burocrazia, più libertà di stampa, tra le altre cose), aumentare l'adozione delle nuove tecnologie e, soprattutto, mettere informatica e telecomunicazioni al centro delle politiche nazionali. È qui la critica severa al governo. Quello italiano è giudicato al 113esimo posto, nel mondo, per apertura all'innovazione e al 89esimo per uso delle tecnologie. Fa peggio della Grecia per entrambi gli aspetti. "Lo Stato italiano investe molto meno degli altri europei per diffondere la cultura tecnologica, tra l'altro. Ma è stato in grado di spendere oltre un miliardo di euro nel digitale terrestre", nota Maurizio Dècina, ordinario di reti e comunicazioni al Politecnico di Milano.

Altri Paesi invece galoppano. Molti di quelli emergenti sono giudicati più pronti e aperti all'innovazione. Così il Wef mette il Costa Rica tra i casi eccellenti dell'ultimo anno, per aver investito in alfabetizzazione informatica e ridotto gli ostacoli al commercio di beni tecnologici, tra le altre cose. Così quest'anno ha superato l'Italia, nella classifica, per la prima volta.

Da noi qualcosa bolle in pentola, ma siamo ancora alla fase delle idee, per sbloccare la situazione. Un gruppo di docenti ed esperti, dietro il portale Agendadigitale. org, sta raccogliendo proposte di legge di parlamentari bipartisan. Il ministro all'Innovazione e alla Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, si è detto disponibile a esaminarle nelle prossime settimane. Obiettivo, creare la prima Agenda Digitale italiana, cioè un piano programmatico di governo per lo sviluppo tecnologico.
(17 aprile 2011)

venerdì 8 aprile 2011

Marco Mancini (classe 1957), Rettore dell’Università della Tuscia, è il nuovo Presidente della CRUI

La riforma dell’università e la spinta per il rilancio degli investimenti sull’università sono solo le più urgenti fra le sfide che attendono il nuovo esecutivo della CRUI.

Roma, 7 aprile 2011 sede CRUI. L’Assemblea dei Rettori ha eletto alla prima tornata e con ampio consenso Marco Mancini, Rettore dell’Università degli Studi della Tuscia, nuovo Presidente della CRUI.

La stessa Assemblea ha poi eletto quali membri della Giunta i Rettori:
Giacomo Deferrari (Università di Genova), Massimo Giovannini (Università Mediterranea di Reggio Calabria), Alessandro Mazzucco (Università di Verona), Stefano Paleari (Università di Bergamo), Corrado Petrocelli (Università di Bari), Giovanni Puglisi (IULM), Antonio Recca (Università di Catania), Francesco Rossi (Seconda Università di Napoli), Angiolino Stella (Università di Pavia), Alberto Tesi (Università di Firenze).

Immediatamente dopo l’Assemblea si è riunita la nuova Giunta: Stefano Paleari è stato designato Segretario Generale, mentre Giovanni Puglisi e Corrado Petrocelli sono i due nuovi Vicepresidenti.

“Il mio mandato inizia in una fase molto delicata per l’università.” – ha detto Mancini subito dopo l’elezione – “L’applicazione della 240/10 richiede attenzione e responsabilità. Se condotta con la dovuta partecipazione e con grande senso delle istituzioni può trasformarsi in una vera e propria opportunità per il rinnovamento e il rilancio delle università. E il ruolo della CRUI in questa fase sarà cruciale”.

“D’altra parte l’opinione pubblica ha dell’università un’immagine opaca e puramente difensiva, costruita spesso sull’enfasi ossessiva dei difetti e sull’assordante silenzio rispetto ai risultati e alle eccellenze” – ha aggiunto il nuovo Presidente della CRUI – “Questa logica va ribaltata. La CRUI dovrà farsi amplificatore di una nuova visione dell’università, basata sui fatti e non sugli slogan, che porti a conoscenza della politica e dell’opinione pubblica ciò che l’università sta facendo e continuerà a fare per il Paese”.

“Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che qualunque progetto di rilancio possa essere fatto a costo zero” – ha concluso Mancini – “Accanto all’impegno dell’università nei confronti della società è necessaria una rinnovata presa di coscienza da parte dello Stato e della politica rispetto alla partita che si sta giocando sul piano internazionale. Il progressivo definanziamento dell’università sta conducendo l’innovazione nel nostro Paese a minimi epocali, che difficilmente potremo recuperare se la tendenza non si inverte immediatamente. Proseguire sulla strada che vede l’alta formazione e la ricerca come spese e non come investimenti equivale a mettere una pesantissima ipoteca sul futuro di intere generazioni. Nell’anno in cui ricorre il centocinquantesimo anniversario della nostra storia comune sarebbe auspicabile un segnale evidente, e non semplicemente accennato, di un cambiamento di tendenza”.

Nato nel 1957, Marco Mancini è dal 1987 professore associato, e in seguito ordinario, di Glottologia e Linguistica. Attualmente insegna Glottologia presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università degli studi della Tuscia. Prima Preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere della stessa Università nel triennio accademico 1996-1999. Poi Rettore dal 1999, carica alla quale è stato confermato in maniera consecutiva fino a oggi. E’ stato dal 2006 al 2011 Segretario Generale della CRUI. E’ Socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei.

lunedì 4 aprile 2011

Lauree che scompaiono, accorpamenti pazzi le denunce dei lettori sul caos-università

Razionalizzare le facoltà e tagliare i fondi. Più i docenti mandati in pensione e non sostituiti. Così i "requisiti minimi" per far sopravvivere un corso diventano una bomba che spazza via anche veri fiori all'occhiello degli atenei. Da Astrofisica a Scienze sociali, a Scienza delle investigazioni. Lasciando gli studenti nel guado
di MANUEL MASSIMO

Cronache di chiusure annunciate: dal prossimo anno accademico alcuni corsi di laurea, in base alla normativa vigente, potrebbero non essere attivati per la mancanza dei "requisiti minimi di docenza". L'Effetto-Gelmini, in questo caso, non è prodotto diretto della Legge di Riforma entrata in vigore a fine gennaio, ma parte da più lontano: precisamente dal Decreto Ministeriale n. 17 del 22 settembre 2010 che fissa i "paletti" numerici da rispettare per essere in regola e poter continuare ad erogare un corso presente nell'offerta formativa d'ateneo. La razionalizzazione dei corsi di laurea, che dal punto di vista squisitamente economico-finanziario può rappresentare una boccata d'ossigeno per i bilanci accademici, prevede due soluzioni: la soppressione o l'accorpamento. Provvedimenti che, uniti al blocco del turn-over e ai pensionamenti previsti nei prossimi anni, metteranno a dura prova gli atenei riducendo il bacino di docenti per coprire i corsi attivati. Con il risultato che l'offerta formativa delle università pubbliche subirà, nel suo complesso, un forte ridimensionamento. Sono due degli argomenti che ricorrono nelle storie raccontate dai lettori di Repubblica.it. Abbiamo approfondito.



Soppressi o accorpati? I requisiti minimi di docenza - vale a dire "il numero di docenti di ruolo complessivamente necessari, calcolato ipotizzando una situazione teorica di impegno nelle attività didattiche esclusivamente di un singolo corso di studio", secondo la formula ministeriale - prevedono 12 docenti per i corsi di laurea (triennali) e 8 per quelli magistrali (biennali); per i corsi magistrali a ciclo unico di 5 anni il corpo docente di ruolo dev'essere pari a 20 unità, per quelli a ciclo unico di 6 anni il numero-minimo sale a 24. Con l'obiettivo di mettere "un limite alla proliferazione degli insegnamenti", si rischia però - come ci hanno segnalato molti lettori in occasione della precedente puntata dell'inchiesta - di "tagliare le gambe" a iniziative didattiche valide e con concrete prospettive lavorative post-laurea, cancellandole o ridimensionandole fortemente.


"Fiore all'occhiello" spezzato. Alla Federico II di Napoli il corso di laurea magistrale in Astrofisica e Scienze dello Spazio è stato disattivato il 16 marzo su delibera del Consiglio di Facoltà: dal prossimo anno accademico non accetterà più nuove immatricolazioni. "Quella del Senato Accademico - si legge nella nota pubblicata sul sito dell'università - non è stata una decisione insensata, perché, con la nuova legislazione, i corsi di laurea poco popolati incidono negativamente e pesantemente sul finanziamento dell'università". Effettivamente questo corso di laurea magistrale negli ultimi due anni aveva avuto una media di 12 iscritti (anziché 15, minimo previsto dai regolamenti ministeriali). Ma tutti i laureati, come precisa anche l'ateneo, "hanno finora trovato un inserimento nel mondo della ricerca scientifica nazionale e in special modo internazionale, dando una chiara indicazione di successo e competitività". Un corso "fiore all'occhiello" sacrificato per mere ragioni di budget.



Genova senza Servizio Sociale. Nell'ateneo del capoluogo ligure il corso di laurea magistrale in Servizio Sociale e Politiche Sociali è a rischio chiusura, come conferma il preside della Facoltà di Giurisprudenza Paolo Comanducci: "Detto semplicemente: il Miur pretende, a priori e in astratto, che per attivare i corsi di studio proposti una Facoltà abbia un numero di docenti considerato sufficiente sulla base di una formuletta matematica elaborata dal Ministero". Per scongiurare la chiusura del corso, d'intesa con il rettore, è stata chiesta una deroga al Miur, ma ancora non è giunta una risposta ufficiale. Intanto la Regione e l'Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali stanno manifestando preoccupazione per la paventata chiusura del corso in questione: si tratta, infatti, di un percorso di studi necessario per accedere ai ruoli apicali dei Servizi pubblici nell'area socio-sanitaria.



L'Aquila, stop alle indagini. Ha quasi duemila iscritti, registra un alto tasso d'immatricolazioni, è l'unico in tutta Italia: eppure il corso di laurea in Scienze dell'Investigazione dell'Università degli Studi dell'Aquila sta lottando per sopravvivere e, se non riuscirà a trovare i docenti per raggiungere il minimo previsto dal Miur, dal prossimo anno accademico sarà costretto a chiudere i battenti. Il professor Francesco Sidoti, presidente del corso di laurea, ha scritto un accorato appello all'intera comunità accademica aquilana per rendere partecipi tutti del paradosso: per la mancanza di quattro docenti un corso con una precisa identità giuridica, colonna portante dell'ateneo e apprezzato anche in ambito internazionale non potrà essere attivato. Puntualizzando: "Nelle università italiane il settore della sicurezza è stato lasciato drammaticamente allo sbando in questi anni. Siamo il paese di Cesare Beccaria e di Giovanni Falcone; un tempo la criminologia italiana è stata la prima nel mondo. Di tutto questo nelle aule universitarie c'è ben poco, per motivi interni - legati agli aspetti corporativi, clientelari e familistici del sistema - e per motivi esterni se possibile ancor più deleteri: la mancanza di idee chiare e di lungimiranza".



Triennali sfoltite, magistrali stabili. Capitolo accorpamenti. In molte università si sta rimodulando l'offerta formativa puntando sulla riduzione dei corsi di laurea triennali - meno numerosi e più "generalisti" - cercando di mantenere la specializzazione sui corsi magistrali. La Facoltà di Ingegneria dell'Università di Palermo, ad esempio, ha seguito questa strada operando fusioni mirate tra corsi affini, come conferma il preside Fabrizio Micari: "Dal prossimo anno accademico saranno accorpati i corsi triennali di Civile ed Edile e, nella sede distaccata di Agrigento, quelli di Gestionale ed Informatica. In tal modo i nostri corsi triennali scenderanno da 12 a 10 mentre rimarrà inalterato il numero di corsi di laurea magistrale (14 di cui una a ciclo unico quinquennale)". Ritocchi omogenei anche per Ingegneria a Parma: tre corsi triennali "vicini" - Informatica, Elettronica, Comunicazioni - confluiranno in uno solo che sarà suddiviso in tre curricula. Invariata l'offerta specialistica. Ma non sempre gli accorpamenti seguono criteri logici di prossimità e affinità:  a livello di dipartimenti in alcuni casi il principale obiettivo - non dichiarato ma evidente - è quello di creare nuovi soggetti "di peso" all'interno di atenei, derogando al principio dell'omogeneità.



Il "caso" maxidipartimenti. All'Università di Padova il processo di aggregazione dei dipartimenti è cominciato lo scorso anno, in base alle linee guida del Senato Accademico che anticipavano la Riforma Gelmini. Marco Maggioni, rappresentante in CdA del Sindacato degli Studenti Link, sottolinea alcuni "casi" anomali nel nuovo assetto dipartimentale. Il più eclatante è quello del costituendo maxidipartimento "Filosofia, Sociologia, Psicologia Applicata": "L'aggregazione di tutti questi dipartimenti - spiega Maggioni - non è basata su una comunanza a livello di ricerca o di didattica, bensì sulla volontà di costituire una struttura abnorme dal punto di vista numerico: avrà più di 150 docenti". E il suo direttore designato - l'ex rettore dell'ateneo patavino Vincenzo Milanesi, delegato all'istruzione del bilancio - ha portato in commissione statuto la proposta di dare più risorse ai dipartimenti numericamente più consistenti. Solo un caso? Un altro dato interessante a proposito di accorpamenti "pazzi" è quello legato alle "spartizioni" di alcuni piccoli dipartimenti, uno per tutti "Geografia": è stato fagocitato da realtà più grandi, dividendo i suoi docenti tra Geologia, Scienze Politiche e Scienze del Mondo Antico.

(continua)
(04 aprile 2011)