venerdì 31 dicembre 2010

I tre voti che pesano sul futuro del Paese

di Eugenio Scalfari ( www.repubblica.it )

INIZIO questo articolo con un'ipotesi. So bene che l'ipotesi configura una realtà virtuale che spesso non coincide con quella reale ma ci aiuta spesso a capire meglio quello che è accaduto.

Facciamo dunque l'ipotesi che il 14 dicembre scorso il governo fosse stato battuto, sia pure per un solo voto, e che Berlusconi si fosse dimesso chiedendo al presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle Camere.

Il Presidente - l'ha detto pochi giorni dopo parlando alle Alte Cariche dello Stato - è in linea di principio contrario allo scioglimento anticipato di una legislatura; perciò, prima di addivenire alla richiesta del premier dimissionario, avrebbe verificato l'esistenza di una maggioranza alternativa.

Quella maggioranza - contraria allo scioglimento anticipato ma tuttavia incapace di esprimere un governo coeso e di indicarne il premier - c'era come tuttora presumibilmente c'è. Che cosa avrebbe fatto Giorgio Napolitano di fronte ad un Parlamento che non vuole essere mandato a casa ma non riesce a indicare un nuovo premier?

Forse avrebbe risolto il problema affidando l'incarico di formare un governo ad un uomo al di fuori dei partiti, con una forte caratura economica e/o costituzionale, in grado di portare avanti la legislatura rafforzando e restaurando le istituzioni e riconciliando con la politica quella moltitudine di cittadini che è profondamente delusa dall'imbarbarimento istituzionale in atto.

Personaggi adeguati da un tale incarico ce ne sono in abbondanza, a cominciare
dal governatore della Banca d'Italia, dal presidente del Consiglio di Stato, dal presidente della Corte Costituzionale, da qualche "emerito" di quella medesima istituzione. Per salvare la continuità politica, il Capo dello Stato avrebbe potuto perfino affidare l'incarico ad un "eminente" della maggioranza berlusconiana, del tipo di Gianni Letta, di Pisanu, di Tremonti.

Un governo formato con questi criteri avrebbe probabilmente riscosso la fiducia del Parlamento anche perché, al di là delle appartenenze di partito, un'elevata percentuale di deputati e di senatori non ha nessuna voglia di ritornare ai propri lavori domestici e - in aggiunta - un'elevata percentuale di cittadini elettori non ha alcun desiderio di tornare anticipatamente al voto. Un'ultima considerazione: un voto fatto in questa fase e con la legge elettorale vigente darebbe probabilmente una maggioranza di un tipo alla Camera e una maggioranza di una diversa tipologia politica al Senato. Si avrebbe perciò una nuova legislatura con due Camere diversamente orientate tra di loro, e quindi con una situazione travagliata come e più di quella attuale.

Aggiungo dal canto mio che una campagna elettorale nella presente congiuntura economica non farebbe che esasperare lo scontro sociale già largamente in atto e rappresenterebbe una ghiotta occasione per incoraggiare la speculazione ad attaccare il nostro debito sovrano sui mercati finanziari. Questa del resto è anche l'opinione manifestata pubblicamente e più volte dal Capo dello Stato.

* * *

Tutto il ragionamento fin qui svolto si basa su ipotesi logiche che non prevedono alcuna forzatura costituzionale. Infatti, per quanto riguarda le prerogative del Quirinale, la Corte è chiarissima in proposito: il Capo dello Stato, sentiti i presidenti delle Camere e i gruppi parlamentari, nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri. La medesima procedura è prevista per lo scioglimento delle Camere.

È perciò probabile che le cose sarebbero andate così, con largo vantaggio per le istituzioni, per i cittadini e quindi per il paese. Ma le ipotesi non sempre si verificano. Nel nostro caso, il 14 dicembre il premier ha avuto un'ampia maggioranza al Senato e la fiducia della Camera per tre voti di scarto. Le modalità di acquisizione di quei tre voti sono note ma ufficialmente non contestabili, salvo improbabili esiti dell'inchiesta giudiziaria in corso.

Il governo è quindi in carica nella piena legalità costituzionale e può benissimo proporsi di andare avanti fino al termine naturale della legislatura, varando un programma di riforme sociali, economiche e istituzionali. Non l'ha fatto prima, quando disponeva di una vasta maggioranza in entrambe le Camere. Potrà farlo ora con tre voti o magari con dieci di sostegno?

Berlusconi e soprattutto Bossi si sono dati la metà di gennaio come termine ultimo. Se a quella data la maggioranza si sarà rafforzata quantitativamente e politicamente, con un accordo con Casini, andrà avanti. In caso contrario Berlusconi andrà al Quirinale a dimettersi chiedendo le elezioni anticipate.
Che cosa farà a quel punto il Capo dello Stato?

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I presupposti della sua azione non sono diversi da quelli precedenti al 14 dicembre scorso. Dovrà perciò verificare se in Parlamento emergerà una maggioranza contraria allo scioglimento oppure no.

In quest'ultimo caso la continuità da lui auspicata sarà interrotta e i pericoli per la stabilità economica si riproporranno tali e quali. Avremo dunque perso inutilmente un mese e ci ritroveremo nella stessa situazione dopo aver offerto purtroppo ai cittadini e alla pubblica opinione internazionale lo spettacolo del peggior trasformismo che si sia mai verificato in un paese democraticamente maturo dell'Occidente.

* * *

Avremo dunque la risposta tra tre settimane e ci sarà anche per quella data la sentenza della Corte sul "legittimo impedimento", che non è un elemento indifferente rispetto alle varie ipotesi sopra indicate.

Mi domando, e molti si domandano con me, quale sarà l'atteggiamento del centrosinistra nell'ipotesi di elezioni anticipate, oppure in quella di un accordo Berlusconi-Casini-Fini. Vediamo.

Accordo di Casini-Fini con Berlusconi: la legislatura procede fino al 2013 e tenta di fare le riforme tante volte promesse e mai effettuate: nuova legge elettorale, Senato federale, diminuzione del numero dei parlamentari, federalismo fiscale, riforma della giustizia per rendere il processo civile e quello penali più rapidi e il ruolo del Pubblico ministero più simile a quello di un avvocato di accusa. Infine, riforma fiscale che diminuisca il peso delle imposte sul reddito e introduca un prelievo sul patrimonio al di sopra di una certa soglia.

Il gruppo Casini-Fini cercherà di modellare quelle riforme nella prospettiva d'una nuova destra, "repubblicana", che si troverà di volta in volta in contrasto con il populismo berlusconiano o con la Lega o con tutti e due. Se Casini-Fini si appiattissero sui desideri del premier, non si capirebbe per quale motivo sia stata montata questa cagnara da quattro mesi a questa parte.

Sarà dunque un processo molto travagliato, quello sulle riforme, nel corso del quale il Partito democratico potrà essere determinante per far pendere la bilancia dall'uno o dall'altro lato. Ma proprio per questo travaglio è molto probabile che Berlusconi e Bossi manderanno al più presto tutto all'aria.

Se invece il percorso delle riforme proseguisse e con esso la legislatura, verrà anche il momento della scadenza del mandato di Bersani da segretario del Pd e ci sarà un nuovo congresso e nuove primarie di partito. Bersani presumibilmente si ricandiderà ed avrà quasi certamente Veltroni come concorrente. Di Pietro e Vendola saranno fuori da questa tenzone che riguarda soltanto il Pd. Se invece a gennaio Berlusconi e Bossi, non riuscendo a rafforzare la maggioranza, decideranno per la crisi e se Napolitano dovesse accettare lo scioglimento delle Camere, si verificherebbe l'ipotesi peggiore per il Pd, che si troverebbe alle prese con il Terzo Polo sulla sua destra e con Vendola e Di Pietro sulla sua sinistra.

Andare alle elezioni da solo significherà per il Pd esporsi dunque a perder voti sull'uno e sull'altro versante. Puntare su un'alleanza con Casini significherà un salasso a sinistra; puntare sull'alleanza con Vendola significherà affrontare le primarie di coalizione che vedranno molteplici candidati ai nastri di partenza. Non è immaginario pensare che oltre a Bersani e Vendola ci saranno anche Veltroni, probabilmente Bindi e D'Alema, per non parlare di Di Pietro. Una situazione che rischia di polverizzare l'intera sinistra.

Questo è il panorama che occorre evitare a tutti i costi, sperando nella saggezza e nell'umiltà dei vari interlocutori e in un accordo di tutte le opposizioni.

Se debbo dire la mia, questa dell'accordo generale mi sembra un'ipotesi cosiddetta di terzo grado, teoricamente la sola valida, praticamente impossibile da realizzare.

Come si vede, quei tre voti del 14 dicembre rischiano di avere come risultato la scomparsa della sinistra italiana e di consegnare il paese per altri dieci anni al berlusconismo populista, autoritario e leghista. Con la speculazione che spennerà il nostro debito sovrano a suo piacimento.

Chi volesse trovare un solo colpevole non riuscirebbe, lo sono tutti, nessuno escluso.
  (27 dicembre 2010)


Nota personale: sono forse questi i veri motivi per cui Napolitano ha firmato la legge di riforma dell'Università ?  Rimandare la legge alla Camera dei Deputati avrebbe messo in seria difficoltà il Governo ed aperto uno di questi scenari, di cui non si vede facilmente la via d'uscita (soprattutto per il PD).

Presidente perchè?

di Alessandro Pezzella*

La firma del presidente Napolitano alla riforma universitaria è arrivata ieri accompagnata, preceduta si potrebbe dire per un senso mediatico di attesa, da una “nota di criticità” che si distingue per affermazioni in negativo, che, invece di sostenere l’opportunità della firma, suggeriscono la lettura “ho firmato non perché buona legge, ma perché non abbastanza malfatta da poter evitare di firmarla”. Senza seguire la strada dell’interpretazione, chi scrive ha una precisa valutazione di questa “riforma” e potrebbe essere portato a falsare il senso della nota. Cercando quindi di procedere con piena onestà intellettuale, ripercorriamo alcuni passaggi.

A fine luglio il Presidente Napolitano riceve dalla Rete29Aprile una lettera in cui si fa il punto su mesi di proteste che il mondo universitario ha ritenuto di mettere in atto contro una riforma che, al di là di specifici affondi su ricerca e diritto allo studio, mina l’università pubblica nel suo impianto.  A tale lettera il Presidente risponde con una nota pubblica che invita l’esecutivo ad ascoltare la voce della ricerca.

L’invito del Presidente è disatteso, le proteste ignorate, sminuite o peggio confuse artatamente con altre iniziative. L’iter della legge procede con l’approssimazione che tutti ricordiamo e che può essere rappresentata, nel merito, dai precisi richiami della nota del Presidente; nella forma, dallo spettacolo dell’ultima presidenza dei lavori al Senato.

Nei mesi, il lavoro di protesta spicca al confronto del “lavoro” dell’esecutivo e del Parlamento per la serietà ed autorevolezza dei tanti ricercatori, studenti, precari e professori, che, data l’importanza di una riforma universitaria, hanno sentito il dovere di analizzare, denunciare, protestare e proporre. E’ proprio questa serietà ed autorevolezza ad imporre il dibattito alla stampa ed alla televisione, fornendo all’opinione pubblica occasioni di confronto.

In quel confronto tra chi “protesta” e chi “fa la legge” cosa emerge ? Che il consulente del ministro, Roger Abravenel, il lunedì precedente la discussione alla Camera, in diretta su La7, alla domanda su se sia un bene l’approvazione di questa riforma in queste condizioni risponde: “Non lo so”… Oppure che, secondo Valentina Aprea (presidente della commissione Cultura della Camera), sempre su La7, i politici non devono essere soggetti a valutazione, a differenza degli universitari…

In sintesi, fretta, approssimazione, presunzione, assenza di dialogo, il tutto con lo sfondo di una maggioranza sul limite della sfiducia e per una legge in cui errori e deleghe rendono appunto necessario accompagnare la firma del presidente della Repubblica con una nota esplicativa. E’ mettendo in prospettiva tutti questi elementi che vanno lette le parole del presidente Napolitano: “Promulgo la legge, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, non avendo ravvisato nel testo motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle Camere, correttiva della legge approvata a conclusione di un lungo e faticoso iter parlamentare. L’attuazione della legge è del resto demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali; quel che sta per avviarsi è dunque un processo di riforma”.

Come a dire: gli errori ci sono ma non è grave perché le legge non c’è, quindi, invece di rimandarla alle camere, si confida in un cambio di condotta nella fase dei decreti attuativi. Non appare questo certo uno scenario adeguato ad un atto di firma pieno. Con le stesse premesse si sarebbe potuto dire che gli errori ci sono ma le legge non c’è e quindi, invece di confidare in un cambio di condotta nella fase dei decreti attuativi, si rinvia alle camere il testo.

Se gli aspetti giuridico-legislativi non sono quindi determinanti, quelli politici prevalgono, così una firma finisce anche col divenire firma di una certa conduzione squalificata della Presidenza del Senato, di una approssimazione di consulenti ministeriali, di una ostentata autoreferenzialità di un presidente di commissione Cultura, di una pericolosa prassi per cui si legifera alla leggera, tanto poi… e della stessa indifferenza al richiamo al dialogo del Capo dello Stato.

E’ certo che quest’ultimo ha agito nella consapevolezza di tutto ciò ed è certo anche che ha agito nell’interesse del Paese, quindi devono esserci state solide valutazioni ed elementi, oltre quanto contenuto nella nota che anzi suggerirebbe per il rinvio alle Camere, ad aver fatto propendere il presidente per la firma. Per la serietà della protesta, per il lavoro profuso, per il continuo rifiuto di scorciatoie, tutti quanti finora hanno protestato – gli stessi ragazzi e ricercatori ricevuti in Quirinale – tutti noi abbiamo diritto di conoscere queste valutazioni. Presidente ci spieghi.

* Rete29Aprile

giovedì 30 dicembre 2010

Università: una "riforma pasticcio" ..... e Napolitano rileva "criticità"

 da termometro politico su sito www.agoravox.it

Si è iniziato a discutere della riforma dell'Università due anni orsono, e all'epoca tutti erano d'accordo: governo, opposizione, parti sociali, Confindustria, attori dell'Università. Quattro erano i principi fondamentali che avrebbero dovuto ispirare il nuovo disegno dell'Università: autonomia, responsabilità, valutazione e merito. Quella che è stata invece approvata pare essere una riforma che ha contraddetto clamorosamente le sue premesse e i suoi principi ispiratori e che, non a caso, ha alimentato uno scontro feroce tra maggioranza e opposizione in sede di approvazione finale.
La legge appare gravemente lesiva dell’autonomia degli atenei in quanto centralista ed eccessivamente prescrittiva su numerosi temi quali la composizione degli organi, di fatto disciplinata fin nei minimi dettagli; lo spazio lasciato agli statuti nell’applicazione dei criteri direttivi previsti dalla legge è ben poco. Nel dettare norme così circostanziate la riforma Gelmini “dimentica” le profonde diversità che caratterizzano le Università del nostro paese e, di conseguenza, la necessità che alcuni aspetti dell’organizzazione siano lasciati agli statuti delle singole Università, nel rispetto del principio di autonomia sancito dall’articolo 33 della Costituzione.
L’articolo 4 della legge poi, nell’istituire presso il Ministero dell’istruzione, dell’Università e della ricerca, un Fondo per il merito volto a promuovere l’eccellenza e il merito fra gli studenti erogando premi di studio, buoni studio o finanziamenti, rimette la determinazione dei criteri e delle modalità di attuazione della norma, comprese le modalità di utilizzo del Fondo, a decreti ministeriali “di natura non regolamentare”, da adottarsi dopo aver sentito la Conferenza Stato-Regioni, luogo decisionale costituzionalmente deputato a gestire “il governo delle cose di Stato e Regioni”. A tale proposito, si noti che la sentenza della Corte costituzionale n. 308 del 2004, con riferimento ad un fondo analogo – quello per la garanzia del rimborso dei prestiti fiduciari per il finanziamento degli studi universitari dei capaci e meritevoli – ha chiarito che, attenendo il fondo alla promozione del diritto allo studio e alla materia dell’istruzione, materia di legislazione concorrente, la sua disciplina non può prescindere dal diretto coinvolgimento delle Regioni, nel rispetto di quanto sancito dall’articolo 117 della Costituzione. La stessa Corte ha dunque ritenuto costituzionalmente illegittime le norme riguardanti la gestione del relativo fondo in quanto riservavano ogni potere decisionale ad organi dello Stato, laddove invece tale disciplina di dettaglio avrebbe richiesto un coinvolgimento delle Regioni. Ugualmente, nel parere reso sulla legge in esame, la 1a Commissione della Camera dei Deputati ha affermato che “l’articolo 4, comma 3, riservando ogni potere decisionale ad organi dello Stato e assegnando alle regioni un ruolo meramente consultivo, non tiene adeguato conto dell’esigenza del coinvolgimento delle regioni”. Ci si chiede allora con quale ostinata ragione il governo abbia voluto continuare sulla strada di un Fondo per il merito completamente rimesso alla determinazione per opera di decreti ministeriali.
Per quanto riguarda poi la "missione" dell'Università, ovvero la ricerca e la formazione delle future generazioni, la legge peggiora le condizioni per il diritto allo studio, riducendo drasticamente le borse di studio e, in particolar modo, non delineando alcun progetto di welfare studentesco. È dunque contraddetto il quarto principio tipicamente ispiratore della riforma, ovvero quello del merito: esso risulta infatti solo un vuoto programma laddove, senza una politica di diritto allo studio non può conseguentemente emergere il merito degli studenti meno abbienti.
Anche la mobilità non viene garantita e, anzi, paradossalmente si istituiscono meccanismi premiali per coloro i quali decidano di frequentare l'Università "sotto casa" anziché la migliore per il proprio percorso formativo. Questo è ciò che comporta la riserva di una quota del 10 per cento delle borse di studio agli studenti iscritti nelle Università della regione in cui risultano residenti, prevista dall’articolo 4, comma 3, lettera o) : una disposizione che appare suscettibile di ledere il principio di uguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione, problema peraltro già evidenziato nel parere espresso dalla 1a Commissione del Senato. Da questo stesso parere si possono poi ricavare altri elementi di incostituzionalità e di irragionevolezza della legge Gelmini: uno riguarda infatti l’articolo 5, comma 8, in relazione all’articolo 81 della Costituzione sul bilancio dello Stato, un altro l’articolo 6, comma 12, in relazione all’incompatibilità tra la condizione di professore a tempo definito e l’assunzione di cariche accademiche, ed un altro ancora l’articolo 24, comma 2, lettera c), in cui si evidenzia il ricorso ad una normativa di dettaglio che dovrebbe essere più correttamente contenuta in disposizioni di rango secondario come regolamenti che leggi.
Ancora, si può dire che la legge contiene una serie di disposizioni apparentemente innovative, come ad esempio il meno controverso caso della “Agenzia per la valutazione degli atenei”: per la prima volta si prevede che i fondi pubblici alle Università siano assegnati in funzione dei risultati e, purtroppo, immaginiamo sin da ora che ci vorranno anni prima che la nuova agenzia sia in grado di produrre i primi risultati. Ad ogni modo, pur ammettendo che questa nuova agenzia sia in grado di lavorare da subito, il lavoro sarebbe inutile perché non ci sono fondi adeguati che possano premiare le Università migliori (un paradosso evidente).
La ciliegina sulla torta è poi l’evidente pressappochismo che contraddistingue la legge Gelmini e che si materializza all’articolo 29, comma 11, lettera c), che abroga il comma 11 dell’articolo 1 della legge n. 230 del 2005, modificato dall’articolo 6, comma 5, della legge Gelmini stessa. In sostanza, il legislatore decide e non decide di voler sopprimere qualcosa (si veda l’articolo 29) e di volerla modificare allo stesso tempo (si veda l’articolo 6): com'è stato possibile che il legislatore volesse una cosa e allo stesso tempo il suo contrario? Il punto è che purtroppo non si tratta di una disputa accademica ma di un vero e proprio "sbrego" procedurale, per cui sarebbe stata a nostro avviso necessaria una seria presa d’atto dell’errore, con relativo emendamento correttivo, decisivo per il ripristino della coerenza normativa del testo di legge prima della sua pubblicazione ed entrata in vigore, ed una conseguente indispensabile “navetta”, ovvero un ulteriore passaggio alla Camera. Quello che invece è avvenuto è stato lo show down di martedì 21, durante il quale la presidente di turno leghista Rosy Mauro, proprio a partire dall'emendamento del PD che denunciava l'errore, innescava una bagarre tale da produrre ben quindici votazioni annullate e fatte rifare da Schifani. Così, la questione si è conclusa con la maggioranza che “concede” solo che i senatori dell'opposizione possano usare, a fine lavori, l'articolo 103 del Regolamento del Senato per chiedere il c.d. “coordinamento formale”, un meccanismo teoricamente pensato per quando si scopre, alla fine, che ci sono dei “pasticci” nel testo legislativo, e non certo per quando i “pasticci” si conoscono prima e sono quindi evitabili. Il Senato ne esce umiliato: ha votato scientemente nella stessa legge una cosa e il suo contrario, sapendolo prima.
Di certo una legge di riforma dell'Università che vorrebbe definirsi “epocale” proprio perché finalizzata a modificare nel profondo il sistema accademico attuale, avendo rispetto per il futuro e il quotidiano di studenti, ricercatori e professori, non merita di incappare in un errore tecnico materiale relativo alle specifiche disposizioni normative del testo di legge, non eccepito se non prima del terzo passaggio al Senato dal gruppo PD. L'ostinazione di voler approvare al più presto, come se fosse un diktat (e le immagini più chiare di tutto ciò sono quelle della vicepresidente d'assemblea leghista Rosy Mauro) la riforma Gelmini, ha addirittura comportato una “strana”, per non dire “dubbia”, modifica alla prima bozza del verbale della seduta di martedì scorso. Non a caso il senatore PD Zanda ha sollecitato in una nota l'avvio di un'inchiesta interna al Senato per far luce e chiarire i motivi, oltre che scoprire il “mandante”, che hanno portato all'inserimento di puntini di sospensione davanti alle parole della vicepresidente Rosy Mauro “approvato”, che non comparivano nella precedente bozza del resoconto stenografico effettuata nell'immediatezza della seduta e che, apposti in un momento successivo, hanno permesso in definitiva di “salvare” le procedure parlamentari e, in sostanza, la legge.
In conclusione, il Parlamento ha approvato una riforma dell'Università che più che essere un investimento in cultura e ricerca appare un ingegnoso marchingegno volto al taglio di ulteriori risorse in settori chiave di crescita e sviluppo dell'Italia tutta. Il significato ultimo è quello di una “riforma Tremonti”, pericolosamente diretta in senso opposto a quello scelto dagli altri paesi d'Europa che, nonostante vivano come da noi l'eccezionale gravità della crisi economica, hanno scelto di puntare su formazione e ricerca. Non rimane dunque che augurarsi che la cittadinanza sia ascoltata e fatta partecipe delle decisioni che ci saranno nel prossimo futuro, con l'approvazione dei regolamenti attuativi della riforma Gelmini. La legge approvata in via definitiva è stata, infatti, una legge-delega che spetterà al governo attuare con l'emanazione di decreti legislativi (esattamente come per il federalismo fiscale).

domenica 26 dicembre 2010

Cose e idee ormai obsolete

La lista dell'Huffington Post
Le 20 cose e idee più obsolete del decennio (dal sito www.corriere.it )
Vhs, agenzie di viaggio, cd, mappe, fax, enciclopedie: ci ricordano quanto le nostre abitudini sono cambiate


MILANO
– Come cambia velocemente il mondo in questa società effimera, nella quale tutto sembra bruciare istantaneamente per essere rimpiazzato da qualcosa di migliore, di più bello, di più rapido ed efficiente. Il giorno della vigilia di Natale la celebre testata fondata da Arianna Huffington propone una sorta di necrologio per ogni prodotto, invenzione o idea che nell’ultima decade è passato a miglior vita, ricordandone anche brevemente la data alla quale si può ricondurre la dipartita ufficiale. Nella lista troviamo non solo oggetti ormai relegati al passato, ma anche concetti che, travolti da cambiamenti epocali, stanno sparendo persino dall’immaginario delle persone.
AI PRIMI POSTI – Il primo funerale va celebrato per il Vhs e le sue videocassette, capaci ormai di far quasi sorridere al cospetto del ben più autorevole Dvd. Il Washington Post scriveva della sua morte già nel 2005: «Il Vhs è morto, a soli 29 anni di vita». A seguire troviamo nella classifica delle cose obsolete le agenzie di viaggio, ormai spazzate via dai siti e dalle applicazioni per viaggiatori digitali, capaci di offrire soluzioni ben più capillari e originali. Al terzo posto Huffington Post cita il tramonto della separazione tra vita lavorativa e privata, definitivamente annientata dopo anni di assottigliamento di un confine sempre più labile, complici il multitasking e le connessioni senza fili. Ma nella lista nera si possono trovare, come ricordato, anche concetti astratti: ne è un esempio l’oblio che, in una rete con una memoria da elefante che conserva una copia digitale di ogni pensiero e di ogni azione dei suoi utenti, semplicemente non ha più ragione di esistere. La fine del diritto di dimenticare viene sancita dall’autorevole New York Times nel luglio di questo anno con un articolo dal titolo The Web Means the End of Forgetting (Il web significa la fine dell’oblio). Gli ultimi dieci anni hanno significato anche la lenta agonia delle librerie e dei loro frequentatori, i topi da biblioteca. L’anno che verrà sarà l’anno della fine delle librerie brick and mortar (calce e mattoni) secondo le previsioni dell’editore Mike Shatzkin che nel suo blog profetizza il fallimento di molti colossi del settore, oscurati da Amazon e simili e dall’ebook. Anche l’orologio da polso è destinato a sparire, sorpassato da cellulari, laptop e gadget tutto fare che offrono un servizio molto più completo della semplice indicazione dell’orario. Uno studio del Beloit College sulle abitudini studentesche della generazione imminente concludeva pochi mesi fa: la generazione a venire non saprà più scrivere in corsivo e non conoscerà l’orologio, inteso come oggetto utile. Sopraviveranno gli orologi particolari, di lusso, capaci di regalare un valore aggiunto rispetto alla semplice indicazione pratica dell’ora.
GLI ALTRI DEFUNTI – Ma nell’ultimo decennio si sono dissolte, impercettibilmente e lentamente, tante altre cose. Nella lista c’è un posto per le linee erotiche, decisamente demodé, le cartine geografiche (impallidite rispetto alle mappa online e al Gps), la chiamata telefonica, gli annunci sui giornali, le connessioni dial-up, l’enciclopedia, il Cd, la linea fissa, le pellicole, le pagine gialle, i cataloghi, il fax. Infine, grazie al wireless sono diventati obsoleti i fili. «Nonostante per ora i fili siano ancora con noi», scrive l’Huffngton Post, «si stanno avviando a diventare una cosa del passato».
Emanuela Di Pasqua
24 dicembre 2010

Grazie figli ..... l'Italia siete voi !


Concita Di Gregorio (l'Unità 22.12.2010) 
Grazie, figli, di questa lezione memorabile che avete dato a noi che solo per voi lavoriamo e viviamo e che per voi avevamo paura, dicevamo va bene vai ma stai attento, come sempre avremmo voluto essere al posto vostro per aiutarvi e proteggervi e chissenefrega oggi di destra sinistra e centro, l'unica cosa che conta è il vostro futuro e il futuro è di tutti, anche – avete visto – di quei poliziotti e di quei finanzieri che vi applaudivano al passaggio, ce n'era un gruppo sotto al ministero Gelmini che si è messo a scherzare vi ha detto “non vi fate fregare che dipende solo da voi”, sono gli stessi agenti che manifestano davanti a Montecitorio e ad Arcore, gli stessi che vi hanno scritto, sono ragazzi anche loro, ce ne sono tanti come voi anche fra loro. Non tutti, ma tanti. Avevamo paura per voi e insieme speranza, come sempre, e come sempre non potevamo esserci perché il tempo è vostro, adesso, e da voi dipende il nostro. Grazie di aver sconfitto con l'unica arma possibile, l'intelligenza e l'ironia, la minaccia grande e reale di chi ha cercato e ancora cercherà di farvi passare per estremisti, ignoranti, provocatori, di aver sconfitto la torva arroganza del fascismo di ritorno spiazzandolo, come vi avevamo suggerito e certo sappiamo bene che non è successo perché ve l'abbiamo detto noi però lasciateci la gioia di vedere incarnato un pensiero, un testimone che passa di mano, un'idea che si muove e da qualche parte, del resto, verrà. Grazie di aver reso ridicoli semplicemente ignorandoli quelli che chiedevano il sangue sull'asfalto, quelli che vi volevano arrestare prima, che volevano trattarvi da ultras, che vi temono e vi odiano perché non vi ascoltano, non sanno quanto sia difficile stare nei vostri panni perché non ci stanno mai, stanno nei loro. Grazie per aver pensato l’idea di libertà che lascia le trincee a chi le ha costruite. Così, a Roma, vi abbiamo visti in periferia, lontano dalla zona rossa. Vestiti da Babbo Natale, coi pacchi regalo su cui avete scritto “Lotta all’evasione fiscale”, “Riconoscimento delle coppie di fatto”, “Acqua pubblica”. Diritto allo studio, avete detto al Presidente della Repubblica. Avete visto, Napolitano ha aperto la porta. I nonni e i nipoti, sono anni che lo andiamo dicendo: è questa l’alleanza che salverà l'Italia. La saggezza dei nonni, la forza dei nipoti. Scriveva Luigi Manconi, ieri, che siete un vero movimento politico. Jolanda Bufalini Claudia Fusani e Maria Grazia Gerina sono state con voi e raccontano per esempio di Alessandro, che aveva al collo una poesia di Franco Fortini. Istruitevi, abbiamo bisogno della vostra intelligenza. Non fermatevi, la battaglia è appena cominciata. L'Italia siete voi. Restituiteci la dignità che abbiamo cercato in questi tempi di fango di tenere in salvo come i libri ai tempi delle alluvioni, le mani in alto. Bianche, le mani, come le vostre. È un Paese bello e onesto e dignitoso, il nostro, avete ragione. È un Paese migliore di quella gentaglia. Prendetelo, figli. Restituitecelo. Vi guarderemo portarlo lontano, dove merita e dove meritate.

22 dicembre 2010

Mostreremo loro il rispetto, il dialogo, la forza delle idee !!!

Ecco fatto 
di Guido Mula*  (da www.ilfattoquotidiano.it )

Ecco, il ministro Gelmini sarà finalmente contenta di aver portato a casa la “sua” riforma “epocale”. Non ha ascoltato nessuno, ha calpestato le voci dei giovani e dei ricercatori, insieme alla sua maggioranza ha usato tutta l’arroganza e il disprezzo di chi pensa che nessuno abbia mai ragione al di fuori di sé. Con questa maggioranza hanno offeso gli studenti, hanno gridato prevedendo chissà quali attentati e violenze, hanno chiesto gli arresti preventivi, hanno usato sempre e solo slogan privi di sostanza.

L’università dileggiata, senza soldi, privatizzata, attaccata sotto tutti i fronti però non è morta, ma saprà resistere e risollevarsi nonostante questo attacco scellerato, distruttivo e incosciente: è una caratteristica degli italiani rialzarsi nei momenti di maggiore difficoltà. Quella approvata è una legge che perfino la maggioranza riconosce essere da rattoppare. Se non si accorgono degli errori plateali, si può facilmente immaginare quanta attenzione abbiano dedicato agli errori meno evidenti, ma ben più gravi, di fondo e di sostanza. Se preferiscono approvare una legge sapendo che è errata piuttosto che fermarsi a correggerla, è chiaro che della gente e dell’Università non importa loro assolutamente nulla.

On. Gelmini, l’Università è fatta da tantissime persone capaci di pensare e, soprattutto, capaci di insegnare. Insegneremo ai giovani, agli studenti, ai nostri figli cosa vuol dire Rispetto, Dialogo, Confronto costruttivo, e lo spiegheremo con l’esempio al contrario di quello che in questi mesi avete dato abbondantemente. Mostreremo loro chi sono le persone che hanno deciso di togliere loro un’università di qualità, il diritto allo studio, la libertà di imparare, chi ha coperto con vuoti slogan una legge insulsa e tagli irrazionali. Mostreremo loro come con la forza delle idee è possibile ricostruire e risollevarsi.

*Rete29Aprile

giovedì 23 dicembre 2010

Conferenza dei rettori: Università di Torino si chiama fuori

LA STAMPA del 23 Dicembre 2010
estratto da pag. 9

Conferenza dei rettori: Torino si chiama fuori

Diciottomila euro sono poca cosa per un ateneo con un bilancio di quasi 800 milioni di euro. Sono però abbastanza per sancire una frattura insanabile, creare un precedente che lascerà il segno. L'Università di Torino ha deciso di non versare per il 2011 la quota d'iscrizione alla Crui (18 mila euro), la conferenza che riunisce i rettori delle 80 università italiane. li rettore Ezio Pelizzetti, del resto, diserta le riunioni con i suoi colleghi da più di un anno, in aperta polemica con il fronte maggioritario «pro Gelmini». Adesso, proprio mentre il ddl Gelmini è arrivato all'ultima curva, l'Università di Torino esce di fatto dalla Crui, e lo fa con una decisione del Senato accademico, sollecitata da molte facoltà, che pone l'ateneo fuori dall'organismo, unico caso in Italia.
«Valuteremo in futuro come comportarci», spiega il rettore. «Dì sicuro io da tempo non mi sento rappresentato, sono in disaccordo con le posizioni della Crui e del suo presidente Decleva, tanto è vero che non mi sono più presentato a nessuna delle riunioni convocate».
L'Università di Torino è l'ateneo in cui è deflagrata la protesta dei ricercatori, uno dei più critici, da sempre, nei confronti delle riforme varate dal governo. «Nel ddl ci sono provvedimenti condivisibili», precisa Pelizzetti, «ma l'impianto penalizza gli atenei virtuosi, li incatena e li lascia privi di risorse». 

A. ROS.

lunedì 20 dicembre 2010

DDL Gelmini da stamani al Senato con strada spianata verso approvazione di mercoledi prossimo

Roma, 20 dic. (Apcom) - Procede senza intralci il programma della maggioranza per l'approvazione del ddl sulla riforma universitaria: il testo è approdato oggi al Senato, dove, dopo una breve sospensione per la mancanza del numero legale, il presidente della commissione Istruzione Guido Possa (Pdl) ha spiegato i motivi della rinuncia del mandato al relatore e del voto finale della commissione a causa dei tempi troppo esigui per esaminare gli oltre 500 emendamenti presentati dagli schieramenti dell'opposizione. L'aula di palazzo Madama, dove era presente il ministro Gelmini, ha quindi bocciato la questione pregiudiziale di costituzionalità presentata dal Pd, per passare quindi direttamente alla discussione generale del provvedimento. L'intenzione della maggioranza è chiara: arrivare al voto di mercoledì, in terza `lettura', senza apportare alcun emendamento al ddl. Che in tal modo, l'opposizione parla di testo praticamente `blindato', è destinato ad essere approvato definitivamente senza alcun intralcio. Del resto, i numeri dell'aula del Senato sono eloquenti: oltre alla già netta maggioranza derivante dai voti di Pdl e Lega, il testo dovrebbe contare anche sull'apporto dei finiani, guidati da Giuseppe Valditara, vice capogruppo vicario al Senato di Fli e relatore del ddl, dell'Udc e di diversi senatori centristi e indipendenti.

giovedì 16 dicembre 2010

UNIVERSITA': DDL RIFORMA IN AULA LUNEDI' SENZA RELATORE

dalla traduzione simultanea del discorso di Berlusconi al Parlamento

Il discorso di Silvio  in italiano corrente
di Sergio Talamo ( da www.Ffwebmagazine.it )

Grazie al nostro pool di glottologi della politica, specializzato nell’interpretare il linguaggio marziano di alcuni nostri passaggi parlamentari, siamo in grado di offrire in tempo reale la traduzione simultanea del discorso di Silvio Berlusconi al Senato.

Una premessa, però, è doverosa: al di là di come finirà la conta, Silvio si conferma un grandissimo artista. La sua rappresentazione dei fatti di questi mesi è simile a una fiction del sabato sera, con lui nelle vesti del carabiniere che impone l’ordine pubblico o del prete che con pazienza riporta i ragazzi sbandati all’ovile.

A uso e consumo dei posteri che potrebbero pensare che il 13-14 dicembre 2010 il Parlamento italiano si riunì senza motivo e in preda al fuoco di Sant’Antonio, riportiamo il discorso per punti nelle due versioni.

Berlusconese doc

1)     La maggioranza è forte, appena increspata dalle ambizioni personali di un manipolo di traditori. Perché siamo qui a perdere tempo, allora, con tante cose che abbiamo da fare? Solo per liquidare con un voto i guastatori della pace nazionale.
2)     Ma i voti ce li abbiamo e quindi niente paura.
3)     La crisi è da irresponsabili, roba da Prima Repubblica mentre noi siamo i famosi uomini maturi e ponderati della Seconda.
4)     Il Pdl? È sereno e compatto.
5)     È davvero una vergogna che un deputato cambi casacca, ma noi siamo qui per denunciare tali misfatti al popolo sovrano.
6)     Il governo ha operato benissimo perché ha fatto centinaia di riforme e tenuto i conti in ordine.
7)     Non a caso abbiamo lanciato il Piano per il Sud.
8)     Il problema non è la mia persona.
9)     Siamo pronti a discutere della legge elettorale ma salvando il bipolarismo.
10)   Siamo pronti ad aprire a tutti i moderati.

Italiano corrente

1)     Porca pupazza, avevamo 100 deputati di vantaggio e ora eccoci qui a mendicare una maggioranza di un paio di voti pur di far fare una brutta figura a Fini! Se avessi trattato il dissenso come fanno i veri leader, cioè con rispetto delle idee altrui, non sarei qui a fare appelli disperati pur di salvare la pelle.
2)     Sono così certo di farcela che evoco persino il “partito liberale”. Cavour? Malagodi? Zanone? Macché. Il voto di Paolo Guzzanti, quello che ha scritto il libro “Mignottocrazia” e che mi accusa di fare affari con i russi.
3)     Magari fossimo nella Prima Repubblica, invece che in questo pantano dove i governi durano uno-due anni e dettano legge i Bossi e i Di Pietro. Però dalla Prima Repubblica una lezione l’ho imparata: meglio tirare a campare che tirare le cuoia!
4)     Il Pdl in realtà è solo il mio secondo nome. E quando va in tv La Russa, mi viene voglia di andare all’anagrafe e cambiarlo.
5)     Ehm… naturalmente questa regola non vale per gli amici moderati dipietristi, per il collega Calearo e per gli altri uomini che dimostrano senso della nazione.
6)     Diciamola tutta: abbiamo i conti in ordine ma non abbiamo un euro per rendere effettive le centinaia di riforme.
7)     Questa mi è venuta davvero bene. Come quell’altra del 29 settembre sul fatto che abbiamo messo a posto la Salerno-Reggio Calabria.
8)     Beh, che avete da ironizzare? Non è in gioco la mia persona, né oggi né nelle leggi sulla giustizia. Lascerei volentieri, se solo Gianni Letta avesse vent’anni di meno o Angelino Alfano vent’anni di più.
9)     Siamo sempre stati pronti, l’importante è salvare il fatto che da un lato comando io (da solo) e dall’altro non comanda nessuno.
10)   Siamo sempre stati pronti, sin dai tempi in cui cacciammo Casini dal Pdl. Proprio su questo, il Giornale aprirà una campagna intitolata “Pierferdinando entri in maggioranza o raccontiamo alcune cosette su di lui”.

PS – Un genio. Se il Cavaliere dovesse andarsene a vivere nella barca di Antigua, come dicono i giornali, saremmo tutti un po’ più tristi e soli. Solo ora capiamo il significato del celebre verso “meno male che Silvio c’è”.

13 dicembre 2010

Libertà, musica e ora la pensione. La vita (in discesa) dei nati nel ’48

da www.corriere.it

 Il «tempismo» di una generazione fortunata che ha avuto il posto fisso




Esiste una formula per vivere bene e trovarsi agli appuntamen­ti che migliorano la vita? In fon­do non ci vuole molto. Basta es­sere nati nell’anno giusto. E non è una questione di segni astrali. Serve una meravigliosa serie di coincidenze che arricchite di qualche casualità, connesse a uno sfondo favorevole, rendono più agevole il percorso nel tem­po. Gli inglesi l’hanno trovato questo anno fortunato: è il 1948. Si alzino dunque i bic­chieri per i neonati di 61 anni fa, invidiati ie­ri nella loro scapiglia­ta giovinezza come og­gi in una serena, gau­dente terza età. Per loro la vita, tut­ta sesso, rock&roll e pensione sicura, pare sia stata sempre in di­scesa. Certo alcune cir­costanze possono va­riare da paese a paese.
Non a ca­so l’autorevole The Guardian elenca i motivi specifici della scelta britannica. Primo: nel ’48 è nato il welfa­re system con assegni familiari, istruzione gratuita, atenei acces­sibili e borse di studio. Secondo: i nati nel ’48 hanno saltato il mi­litare perché nel ’60 è finito il servizio di leva. Terzo: il 2008 è stato l’ultimo anno utile per an­dare in pensione (piena) a ses­sant’anni. Inutile aggiungere quanta birra sia corsa per lo scampato rischio. E i quarantottini italiani? Ma­gari non proprio nati con la ca­micia come gli inglesi. Però quel­la resta un’annata altamente doc. Basta ricordare che proprio nel 1948, dopo la parentesi della Costituente, si svolgono le pri­me elezioni per il Parlamento della Repubblica. Che sono le pri­me «politiche» a suffragio uni­versale. E che, fondamento dei fondamenti, è l’anno in cui en­tra in vigore la Costituzione. Con la considerazione che la Car­ta riserva ad alcuni diritti essen­ziali come il lavoro e la salute. Non si può nascere in un an­no così senza essere circondati da un’atmosfera di gioia, di spe­ranza, che in qualche modo fan­no di te una specie di testimo­nial di questa nuova fiducia na­zionale. Ecco perché il ’48 rappresenta la punta di diamante d’una mi­crogenerazione, quella di noi na­ti tra il ’47 e il ’50, che ci fa senti­re particolarmente privilegiati. Una generazione che, al di là delle professioni, ha alle spalle una rassicurante abitudine al «posto fisso», concetto che oggi sembra appartenere addirittura ad altri mondi. Lavoro in nero e saltuario? Per noi soltanto qual­che assaggio. Mai un’indigestio­ne.
La conseguenza diretta sta nel crogiolarsi nella fascia anagrafi­ca che in questi tempi di crisi ha meno da perdere, potendo conta­re (con i dovuti scongiuri) su una pensione sicura e, in linea di massima, pronta da subito. Un’opportunità grandiosa se si guarda in generale alla preca­rietà ormai istituzionalizzata tra i giovani e alle loro nebbiose prospettive nell’immediato futu­ro. Poi c’è il contorno, che conta sempre. Nella categoria dei baby boomer, i quarantottini (o se preferiamo, la generazione ’47-’50) si sono rivelati incredi­bilmente tempisti. Nati con la Costituzione e nel felice momen­to in cui il Paese già cominciava a porre le basi per la ricostruzio­ne. In un’atmosfera assai diver­sa di chi è nato soltanto un paio di anni prima in città ancora feri­te con le macerie a vista e in cui mancavano i presupposti ele­mentari di qualsiasi buonumo­re. E per i baby b. arrivati invece dopo il ’50? Tranquilli, ma presi in contropiede. Troppo piccoli per andare da soli, come abbia­mo fatto noi, a vedere i Beatles nell’unica (1965), leggendaria tournée italiana.
Troppo in erba non soltanto per fumare la pri­ma erba, ma per entrare nei me­andri sconosciuti del tanto di­scusso «amore libero». Del ’68 si può pensare poi tut­to, ma che cosa c’è di più giusto e simbolico d’averlo incocciato proprio a vent’anni? I quarantot­tini sono diventati maggiorenni (21 anni a quell’epoca) nel 1969, l’anno dei tre giorni di pa­ce e musica a Woodstock, tra­sgressione pura e squattrinata, anche senza il permesso dei ge­nitori. Siamo una generazione che ha la stessa età dei dischi al vini­le e di Radio Lussemburgo, che ha fatto l’amore e (almeno quel­la europea non la guerra) senza l’allarme dell’Aids e che ha so­gnato l’Afghanistan, al pari del­­l’India, come una terra promes­sa di contemplazione. Nata al momento giusto, giovane al mo­mento giusto, con posto fisso, mutua e garanzia di una pensio­ne. Che poi questa nostra fortuna sia meritata è tutto da dimostra­re. Nel 1948 e dintorni è nata una generazione che spesso ha deviato nell’intolleranza e nella violenza e che dopo le barricate giovanili ha dimostrato di esse­re squallidamente voltagabbana e innamorata del potere. Nel migliore dei casi si è arroc­cata nella convinzione di essere stata la meglio gioventù con la migliore (questa sì) colonna so­nora. Troppo fortunati noi quaran­tottini e troppo autoreferenziali per risultare anche minimamen­te simpatici.
GIAN LUIGI PARACCHINI (nato attorno al '48)
16 novembre 2009

sabato 11 dicembre 2010

Nessuna trattativa con Silvio Berlusconi

Un dovere civico, perché il paese ha bisogno di entrare nel futuro 

di Filippo Rossi ( da www.Ffwebmagazine.it )
Nessuna trattativa con Silvio Berlusconi. Sto scrivendo queste poche righe di getto, con l’impeto di chi ha la memoria che corre a questi ultimi mesi di polemiche politiche. 

Nessuna trattativa con chi, un bel giorno, ha deciso di cacciare il cofondatore di un partito che doveva essere liberale ed è diventato totalitario. Nessuna trattativa con chi ha sguinzagliato i suoi “bravi” a mezzo stampa per massacrare mediaticamente l’avversario. Con chi ha trasformato il dibattito politico in un’ordalia medievale. Nessuna trattativa con chi è convinto che le istituzioni siano un affare privato. E che un partito possa essere proprietà privata. 

Nessuna trattativa che chi crede che la democrazia sia qualcosa che si possa manovrare a piacimento. Con chi pretende solo sudditanza e obbedienza. Con chi paga invece di convincere.

Nessuna trattativa con chi ha trasformato l’Italia in uno zimbello mondiale. Nessuna trattativa con chi dice che "Putin è un dono di Dio" e trasforma il suo paese nel parco giochi di Gheddafi. 

Nessuna trattativa con chi pensa che la politica sia un jingle pubblicitario. Nessuna trattativa con chi ha distrutto la speranza di una destra moderna, laica ed europea. Nessuna trattativa con che si atteggia a salvatore della patria e invece ha tradito il sogno degli italiani nel riscatto nazionale. Nessuna trattativa con chi cerca di comprare il consenso. Con chi usa i suoi manganelli mediatici per sbattere il traditore in prima pagina.

Nessuna trattativa con chi ha detto che Eluana Englaro poteva avere ancora figli. Con chi va in giro a fare le corna e il dito medio, o a dire barzellette con bestemmia finale. Con chi pensa ancora che esistano i comunisti. Con chi pensa che un mafioso possa essere un eroe. Nessuna trattativa con chi ha attaccato Roberto Saviano. Nessuna trattativa con s’inventa di avere il consenso della maggioranza degli italiani. Nessuna trattativa con Silvio Berlusconi.

Nessuna trattativa. È un dovere civico. E patriottico. Perché l’Italia ha bisogno di altro. Ha bisogno di fare finalmente un passo avanti. Ed entrare nel futuro.

11 dicembre 2010

venerdì 10 dicembre 2010

LA GENERAZIONE RASSEGNATA E IL FAMILISMO AMORALE

tratto dal sito www.pietroichino.it
UN ESEMPIO TRATTO DALLA VITA VISSUTA DI COME IL NOSTRO PAESE PENALIZZA I GIOVANI. E ALCUNE PROPOSTE SUL COME USCIRNE
Lettera pervenuta il 5 gennaio 2010
Caro Prof. Ichino,
Le scrivo dopo aver letto le sue proposte sulla flexsecurity e i suoi commenti e proposte espressi nella sua intervista al Riformista del 2 Gennaio riguardo alla ‘nuova generazione rassegnata’.
In questa lettera paragono inizialmente la mia esperienza lavorativa con quella di mio padre; successivamente, le propongo alcune chiavi di lettura sulla mia ‘generazione’, riallacciandomi al concetto di ‘familismo amorale’ – chiave nell’ultimo libro di Andrea Ichino e Alberto Alesina, L’Italia fatta in casa - che lei cita nell’intervista al Riformista; infine, le suggerisco alcune ‘vie d’uscita’ da una situazione che, altrimenti, i futuri neo-laureati italiani dovranno davvero ‘rassegnarsi’ ad affrontare.
Mio padre è nato nel 1948. Dopo essersi laureato in ingegneria a 24 anni, ha trovato subito lavoro in un’azienda in Italia dove veniva pagato a sufficienza per, come si suol dire, iniziare una famiglia. A 59 anni ha smesso di lavorare; grazie a un’ottima carriera e al generoso sistema pensionistico italiano attuale, ricevera’ una buona pensione per gli anni a venire. [Recentemente, il giornale inglese The Guardian ha definito la vita dei nati subito dopo la seconda Guerra Mondiale ‘in discesa’ (vedi anche http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_16/nati_nel_48_be5fc2c8-d27b-11de-a0b4-00144f02aabc.shtml)].
Dopo essermi laureato in ingegneria a 24 anni, la mia ricerca di lavoro, durata vari mesi, aveva portato solo a un paio di possibili ‘stage’ (leggi: lavoro di basso livello non retribuito) e a un possibile contratto di sei mesi per la Hewlett Packard a 300€ al mese (non e’ un refuso: 300€!). A una societa’ di consulenza franco-olandese, che mi offriva un contratto di un anno a 600€ al mese, avevo chiesto la possibilita’ di lavorare fuori dall’Italia: in risposta, mi avevano dato l’incarico di lavorare come ‘bassa manovalanza’ per l’Ipercoop situato dietro alla casa dei miei genitori. Queste prospettive mortificanti e altri motivi personali mi spinsero a emigrare in Inghilterra. A distanza di sei anni, ho un lavoro che mi piace moltissimo e attraverso il quale ho fatto una carriera al doppio della velocita’ dei miei colleghi rimasti in Italia, sia in termini di retribuzione, che di ‘grado’.
Chiaramente questa èsolo la mia esperienza; credo, però che si dovrà far qualcosa molto presto per evitare che i futuri neo-laureati si ritrovino davanti non a una scelta, ma a un’opzione binaria: restare in Italia in una situazione di dipendenza economica dai tuoi genitori almeno per i prossimi 5-10 anni; cercare lavoro all’estero e rimanerci, con una certa probabilita’, per sempre. Quando l’ex-Ministro Padoa-Schioppa descrisse i giovani italiani come ‘bamboccioni’ dimostrò di aver capito ben poco di questa situazione. Certo, ci sono della persone che stanno ben volentieri a casa dei genitori senza affitto da pagare, e con la mamma che cucina, lava e stira. Ma, a guardar bene, questa e’ una condizione, ahime’, spesso inevitabile (cosa ci si può permettere con 300 euro al mese?) e alla lunga umiliante, che molti di noi eviterebbero volentieri. Condizione analoga e’ quella dei dipendenti pubblici: ci sono certamente dei ‘fannulloni’ che stanno volentieri al bar nelle ore di ufficio. Il problema di gran lunga maggiore sono pero’ i ‘nullafacenti’, cioe’ quelle persone che pur lavorando, spesso anche piu’ del dovuto, non creano valore per l’organizzazione e la collettività perché non sono messi in condizione di farlo (per motivi strutturali, per carenza di management e leadership, etc.).
Inoltre, come lei sa benissimo, chi non sviluppa (in questo caso, “a chi non viene data l’opportunità di sviluppare”) una ‘cultura del lavoro’ in giovane età, lavorerà poco, non sarà molto produttivo, difficilmente riuscirà a valorizzare il lavoro come componente fondamentale della propria vita, ecc.
Nella sua intervista al Riformista lei dice, a ragione, che c’è una disaffezione dei giovani verso la politica. I motivi sono moltissimi e diversi a seconda dei casi. Personalmente, da adolescente avevo partecipato a riunioni e iniziative di un paio di partiti politici, solo per rendermi conto di quanto fossero intrisi di ideologia, autoreferenziali e distanti dalla realtà. Di partiti e sindacati non se ne vedeva l’ombra quando cercavamo lavoro e ci venivano proposti dei contratti da regime di schiavitu’. Ne’ le aziende sembravano molto interessate a investire in noi e nel nostro potenziale creativo. La nostra giovinezza sembrava un vero e proprio handicap… E non a livello micro, ma anche macro, basti pensare all’età di alcuni neo-eletti in cariche chiave dello Stato: Berlusconi Presidente del Consiglio a 72 anni, Napolitano Presidente della Repubblica ad 81 anni; Zavoli presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai a 85 anni, etc.
Qual è il messaggio se non: la porta d’ingresso è chiusa; attendete 30-40 anni e poi, semmai, vi verrà aperta?
Un altro fattore cruciale che tiene l’Italia legata a un modello fallimentare, sicuramente a livello economico, e’ quello del ‘familismo amorale’, che lei cita nella sua intervista. Quando si parla del Sessantotto, delle conquiste sociali sicuramente ottenute dai nostri genitori, etc. ci si dimentica che l’idea di ‘famiglia’ all’italiana come ‘unita’ fondamentale d’analisi’ e’ stata appena scalfita. In Italia permane un sistema che, come il libro di A. Ichino e A. Alesina dimostra, non solo è a bassa produttività perché le ‘risorse economiche e umane’ sono allocate male, ma anche perchè il sistema stesso tende a chiudersi e a diventare autoreferenziale. In altre parole, in un contesto in cui la maggior parte dei servizi sociali sono erogati dalla famiglia, per reclutare un eccellente informatico indiano (se mai lo si volesse) sarebbe necessario dotarlo non solo di un salario competitivo, ma anche di una famiglia italiana!
Chiudo questa lettera proponendo tre suggerimenti su come uscire da una situazione decisamente difficile:
   - investire nei giovani italiani mandandoli all’estero e facendoli tornare in Italia con posizioni di responsabilità: periodi di studio o di lavoro all’estero (Master e PhD, programmi Erasmus e Leonardo, etc), sono poco valutati in Italia, sia in sede di reclutamento che di ‘utilizzo’ delle risorse umane. Partiti politici, sindacati e associazioni industriali dovrebbero iniziare a capire che una persona puo’ far la differenza grazie alle proprie skills, capacità e, soprattutto, a un approccio culturale diverso. La Cina e i paesi mediorientali stanno investendo cifre incredibili per mandare persone a studiare e lavorare in UK e US e farle ritornare in patria con delle posizioni di maggiore responsabilita’ per ‘importare’ buone pratiche sviluppate in altri contesti. Questo approccio potrebbe benissimo esser utilizzato in Italia, tra l’altro contribuendo a scardinare idee assurde come la ‘difesa del posto’ e la progressione per sola anzianità.
   -  Usare la tecnologia per creare valore e coinvolgere i ‘giovani’: ci si lamenta tanto che l’Italia e’ indietro nell’ambito dell’ICT (information and communication technology); poi si arriva in un aeroporto italiano e la prima cosa che tutti fanno e’ chiamare al telefono, scrivere con il blackberry, etc. Negli ultimi anni, le organizzazioni pubbliche, i partiti e molti politici hanno aperto dei siti Internet. Peccato pero’ che la maggior parte li usi come strumenti di propaganda o come database, piuttosto che come siti in cui generare un dialogo che porti a idee e proposte sviluppate da vari soggetti. E qui e’ l’approccio che fa la differenza, non la semplice tecnologia: avere un blog/forum al quale non partecipo e che lascio in mano a sostenitori, oppositori e mitomani (vedi sito del Ministro Brunetta) non serve a molto.
   - Gestire le aspettative: in Italia, purtroppo, si è creata una situazione per cui è normale lavorare gratis per mesi, se non anni, fare la ‘gavetta’ sotto l’ala protettrice di un professionista, prof. universitario, etc. Negli altri paesi europei questo non esiste! Hewlett-Packard non si sognerebbe mai di proporre contratti ai neo-laureati per 300 euro al mese in UK, in Germania, etc. In UK ci sono degli ottimi ‘graduate scheme’ per neo-laureati dove si impara moltissimo e si ricevono stipendi sufficienti per andare a vivere fuori casa (un inglese gia’ lontano dai genitori da alcuni anni – questo però sarebbe un discorso troppo lungo). Se questo fosse reso molto chiaro in Italia, forse non si accetterebbero più queste condizioni lavorative assurde come ‘normali’ e si potrebbe avere maggior partecipazione da parte di chi al momento deve tener la testa bassa e aspettare che le cose migliorino.
La ringrazio molto per la sua attenzione.
E.L.

mercoledì 8 dicembre 2010

Giovani senza futuro

L'INCHIESTA (da sito www.repubblica.it)

I giovani si sentono senza futuro: ecco che cosa ha acceso la scintilla

La riforma Gelmini ha innescato il risentimento degli studenti. Contro una scuola e un'università che funzionano sempre peggio. Lo spiegano i dati Demos-Coop. Il disagio è profondo e generalizzato. E va ben oltre il ddl

di ILVO DIAMANTI
 
UN DISAGIO profondo e generalizzato. Che va ben oltre i contenuti della riforma Gelmini. Un disagio che riguarda lo stato del sistema scolastico, che appare in profondo e continuo degrado, da molto tempo. Ecco cosa c'è al fondo della protesta degli studenti. Il rinvio del voto al Senato, in attesa della fiducia (o della sfiducia) al governo, il prossimo 14 dicembre, non ha fermato la protesta contro la riforma dell'Università, firmata dal ministro Gelmini. In molte città, le occupazioni continuano. Nelle sedi universitarie ma anche nei licei e negli istituti superiori. Non intendiamo entrare nel merito della riforma, ma valutare il sentimento verso le politiche del governo, sull'università e sulla scuola. Parallelamente, ci interessa l'atteggiamento della popolazione nei confronti delle manifestazioni e delle polemiche che, da settimane, agitano il mondo studentesco. A questi argomenti è dedicato il sondaggio dell'Osservatorio sul Capitale Sociale di Demos-Coop, condotto nei giorni scorsi.


I dati suggeriscono che, al fondo della protesta, vi sia un disagio profondo e generalizzato. Che va oltre, ben oltre i contenuti e i provvedimenti previsti dalla riforma Gelmini. Un disagio che riguarda lo stato del sistema scolastico nell'insieme, che appare in profondo e continuo degrado, da molto tempo.

Circa il 60% del campione, infatti, ritiene che negli ultimi dieci anni l'università italiana
sia peggiorata. Lo stesso giudizio viene espresso dal 70% (circa) riguardo alla "scuola" nel suo complesso. In entrambi i casi, meno del 20% della popolazione sostiene il contrario. Che, cioè, scuola e università negli anni 2000 sarebbero migliorate. Metà degli italiani, peraltro, ritiene che la riforma delineata dal ministro Gelmini peggiorerà ulteriormente la situazione, un terzo che la riqualificherà.

Naturalmente, i mali del sistema scolastico hanno radici profonde e una storia molto lunga. Quanto all'università, è appena il caso di rammentare che, dalla riforma avviata dal ministro Berlinguer, alla fine degli anni Novanta (quindi da un governo di centrosinistra), è stata sottoposta a un processo di mutamento continuo e non sempre coerente. Che ha prodotto una moltiplicazione dei corsi di laurea e delle sedi assolutamente incontrollata. È da allora che gli studenti - e, in diversa misura, anche gli insegnanti - hanno cominciato a mobilitarsi. Oggi, però, il disagio ha superato il limite di guardia. E la protesta si è riprodotta per contagio, un po' dovunque. Per ragioni che vanno oltre la riforma stessa, lo ripetiamo. Perché è diffusa e prevalente l'impressione che l'università e la scuola, nell'insieme, ma soprattutto quella pubblica, abbiano imboccato un declino senza fine e senza ritorno.

La fiducia nella scuola, negli ultimi dieci anni per questo, più che calata, è crollata: dal 69% al 53%. Sedici punti percentuali in meno. Un quarto dei consensi bruciato in un decennio. Per diverse cause e responsabilità, secondo i dati dell'Osservatorio Demos-Coop. Due su tutte: la mancanza di fondi e di investimenti (32%), lo scarso collegamento con il mondo del lavoro (22%).

In altri termini: la scuola e l'università non attirano risorse e non promuovono opportunità professionali. Anche i "baroni", secondo gli italiani, hanno le loro colpe. Ma in misura sicuramente più limitata (9%) rispetto a quanto vorrebbe la retorica del governo e del ministro. Peraltro, le responsabilità dei "baroni" appaiono ulteriormente ridotte, nel giudizio degli studenti e di coloro che hanno, in famiglia, uno o più studenti. Il che (lo dice un "barone", personalmente, senza quarti di nobiltà e con pochi poteri) appare fin troppo generoso.

Perché le colpe del corpo docente, all'Università, sono molte. Una fra tutte: non aver esercitato un controllo di qualità nel reclutamento. E nella valutazione dell'attività scientifica e didattica. Anzitutto della propria categoria. (Anche per queste ragioni, forse, oggi appaiono perlopiù silenziosi, di fronte alla riforma).

Ma ridurre il problema dell'Università - e della scuola - alla stigmatizzazione dei professori, oltre a essere ingeneroso verso coloro - e sono molti - che hanno continuato a operare con serietà e, spesso, con passione, risulta semplicistico e deviante. Basti considerare, semplicemente, le risorse pubbliche destinate all'Università e alla ricerca. Le più basse in Europa. Basti considerare che, a questo momento, mentre sta finendo il 2010, il governo non ha ancora stabilito (non si dice erogato) il finanziamento (FFO) alle Università del 2010. Non è un errore di battitura. Si tratta proprio dell'anno in corso, o meglio, tra poco: dell'anno scorso. Difficile, in queste condizioni, discutere seriamente della riforma universitaria.

A non crederci, per primi, sono gli italiani. Anche così si spiega il largo sostegno alla protesta contro la riforma Gelmini - maggioritario, nella popolazione. Espresso dal 55% degli italiani, ma dal 63%, tra coloro che hanno studenti in famiglia. E dal 69% fra gli studenti stessi. Il consenso alla protesta studentesca diventa, non a caso, quasi unanime in riferimento alla carenza di fondi alla ricerca (81%). Mentre è più circoscritto (per quanto maggioritario: 53%) riguardo alle occupazioni. È significativa, a questo proposito, la minore adesione che si osserva fra gli studenti universitari stessi. Attori della protesta, ne sono anche penalizzati. Vista la difficoltà di svolgere l'attività didattica e quindi di "studiare".

La riforma Gelmini, per queste ragioni, più che l'unico motivo della protesta giovanile, appare la miccia che ha acceso e fatto esplodere un risentimento profondo, che cova da tempo. Nelle famiglie, tra gli studenti, tra coloro che lavorano nella scuola e nell'università (in primo luogo, fra i ricercatori, categoria a esaurimento, secondo la riforma). "Risentimento" e non solo "sentimento", perché scuola e Università sono un crocevia essenziale per la vita delle persone. A cui le famiglie affidano la formazione e la "custodia" dei figli. Dove i giovani passano una parte della loro biografia sempre più lunga. Dove coltivano amicizie e relazioni. La scuola e l'università: che dovrebbero prefigurare il futuro professionale dei giovani. Non sono più in grado di svolgere questi compiti. Da tempo. E sempre meno. Abbandonate a se stesse. In particolare quelle pubbliche. Anche se solo una piccola quota di italiani vorrebbe privatizzarle maggiormente. (Come emerge dal XIII Rapporto su "Gli Italiani e lo Stato", di Demos-la Repubblica, sul prossimo numero del Venerdì). C'è questo ri-sentimento alla base della protesta e del dissenso profondo verso le politiche del governo nei confronti della scuola e dell'università.

Da ultimo: la riforma Gelmini. Non è un caso che i più reattivi non siano gli universitari, ma i liceali. Gli studenti che hanno meno di vent'anni e frequentano le superiori. Si sentono senza futuro. Una generazione sospesa. Precaria di professione. Professionisti della precarietà. Tanto più se nella scuola, nell'Università e nella ricerca si investe sempre meno. Questi studenti (secondo una recente ricerca dell'Istituto Cattaneo e della Fondazione Gramsci dell'Emilia Romagna) oggi appaiono spostati più a destra rispetto ai giovani degli anni Settanta. E, quindi, ai loro genitori. Ma, sicuramente, sono molto più incazzati di loro. A mio personale avviso, non senza qualche "ragionevole" ragione.
(06 dicembre 2010)

domenica 5 dicembre 2010

Come non si fa una riforma

 da sito www.aetnamet.it
 
 
Da un anno il ministro Gelmini ha rifiutato il confronto con le opposizioni, con le rappresentanza del mondo accademico, dei ricercatori, degli studenti, non ha tenuto conto neppure dei suggerimenti della Conferenza dei Rettori. I miglioramenti che pur ci sono stati, sono stati sempre solo ad opera di emendamenti parlamentari, in alcuni casi, come alla camera contro la volontà del Governo. Ma questo rifiuto del confronto parte da subito, alla prima lettura del Senato. Mentre in Commissione si stavano creando le condizioni per modificare il testo del Governo e produrre una riforma condivisa, è intervenuto direttamente il ministro con il suo "niet".
Lì, nove mesi fa, si è consumato il primo e fatale errore, ben prima della giusta protesta di ricercatori e studenti. Perchè migliorare il nostro sistema universitario, potenziarne il ruolo nell'innovazione e nella ricerca, avrebbe dovuto essere obiettivo prioritario per il Paese, alla cui realizzazione chiamare con responsabilità, tutte le forze politiche e sociali, tutti gli attori diretti e indiretti. Invece non è stato così, fino all'approvazione l'altro giorno allacamera con un colpo di mano da parte di un governo screditato e sotto scacco. Diciamo subito che qui al Senato il testo non vedrà l'aula prima della verifica politica del 14 Dicembre: non c'è nessuna disponibilità da parte del PD e delle altre opposizioni a permetterlo,nè a concedere, anche dopo, corsie preferenziali per un testo che ci vede fortemente contrari. Qualcuno ci chiede perchè. Perchè, ci chiedono importanti commentatori se è una legge che introduce il merito e la valutazione, non sono forse anche le vostre parole d'ordine? Certo, queste sono le parole usate dal ministro e scritte in relazione, ma nel testo non c'è nulla di tutto ciò. Merito e valutazione verranno introdotti dopo, a data da destinarsi, e attraverso una pletora di norme e regolamenti (qualcuno ne ha contati 670), che di fatto ricentralizzano in capo al ministero e minano nel profondo l'autonomia dell'università. Altro che autonomia e responsabilità! ci troviamo di fronte ad un iper normativisto borbonico e a un iper burocratismo statalista degno di altre, lontane, stagioni della storia italiana. Di concreto, invece c'è un taglio in tre anni di circa il 15% delle risorse per l'attività ordinaria, mentre tutti i Paesi europei stanno investendo in formazione e ricerca.Tagli lineari che hanno colpito in modo indifferenziato tutti e quindi hanno di fatto premiato indirettamente i luoghi dello spreco e della clientela. Se un'università come il Politecnico di Milano denuncia pubblicamente, sui siti ufficiali, l'impossibilità di continuare a garantire i corsi di studi e l'eccellenza riconosciuta finora, se non cambierà la situazione, ci saranno pure delle buone ragioni. Di concreto, c'è il taglio al Diritto allo studio, nella quota nazionale, che sommato ai tagli alle regioni per la loro quota provocherà davvero una selezione di classe nell'accesso agli studi. Di concreto, c'è un sistema di reclutamento che invece di risolvere il precariato ne sta creando di nuovo, insieme al depauperamento del corpo docente. Veniamo infatti da un lungo periodo di blocco delle assunzioni e carriere, che sta comportando un aumento della precarietà, ma anche la fuga continua dei migliori ricercatori verso altri paesi o centri di ricerca privati Intanto si prevedono numerosi pensionamenti tra gli ordinari e i tempi per lo sbolcco con la riforma a regime sono tali da preoccupare per la qualità docente delle nostre università nei prossimi anni. Inoltre, visto che la centralizzazione viene giustificata con la lotta alle clientele, la pressione che ci sarà sui prossimi concorsi, quando finalmente ci saranno, sarà tale rispetto al numero dei posti, da lasciar prevedere esattamente il contrario. Questo testo deve essere ritirato, non certo per lasciare le cose come stanno, ma per una riforma che punti davvero su autonomia e responsabilità, poche regole chiare, incentivi e disincentivi, merito ed eccellezza come traguardo di un sistema che garantisca pari opportunità di accesso, finanziamenti certi per programmi di medio periodo. Si può fare e si farà, ma con un altro governo.
(Da ScuolaOggi di Marilena Adamo)

giovedì 2 dicembre 2010

Lettera aperta sulla riforma universitaria di Franco Cardini

02 dicembre 2010 11:51 | da www.secoloditalia.it |



Sto scrivendo nel pomeriggio del 27 novembre 2010.

La discussione parlamentare della riforma universitaria che prende il nome dal ministro Mariastella Gelmini è in corso e tutto appare fluido e incerto; a render le cose ancor più complesse, c’è il fatto che una riforma su un argomento di quest’importanza dovrebb’esser varata da un governo forte e stabile, mentre questo appare in bilico. Prudenza vorrebbe quindi che non si parlasse di quest’argomento se non quando la riforma sarà passata dalle due Camere e con certezza, salvi gli eventuali rilievi del Presidente della Repubblica, fosse divenuta legge.

Ma purtroppo, in questo come in altri casi, la prudenza cozza con l’opportunità morale, la quale prescrive invece che si assumano delle responsabilità prendendo posizione. E io la prendo. Tantopiù ch’è stato firmato da alcuni docenti di vari Atenei un comunicato nel quale alcuni colleghi ribadiscono il loro apprezzamento per il disegno di legge presentato dal ministro perché, tra l’altro, “riorganizza e moralizza gli organi di governo degli Atenei; perché limita la frantumazione delle sedi universitarie, dei corsi di laurea e dei dipartimenti; perché introduce norme più efficaci e razionali per il reclutamento dei docenti; perché stabilisce regole certe e trasparenti per disciplinare i casi di disavanzo finanziario e di mala gestione; perché fissa dei criteri di valutazione per le singole sedi universitarie e per i singoli professori”.

I motivi avanzati per la stesura del comunicato stanno essenzialmente nel fatto che “da troppo tempo” l’Università italiana ha bisogno di una riforma efficace e che “gli studenti italiani bravi e meritevoli non hanno più la possibilità di frequentare istituzioni universitarie competitive rispetto al resto dell’Europa e del mondo.

Alcune di queste ragioni mi paiono in tutto o in parte sottoscrivibili e condivisibili; altre mi trovano invece perplesso o decisamente contrario; inoltre, il carattere generale di quel documento e un discreto numero dei nomi dei colleghi firmatari parlano il linguaggio di un atto deliberatamente compiuto in appoggio al governo Berlusconi e al ministro che ha presentato il disegno di legge.

Si tratta di un documento di parte. Il che di per sé non ne limita affatto gli eventuali caratteri positivi. Dev’essere solo chiaro che esso è tale. Mi prendo la libertà di presentare qui, a mia volta, alcune considerazioni sul decreto di legge astraendo da quello che sarà il risultato del suo iter parlamentare.

Premetto di lavorare ininterrottamente nell’Università da oltre quarant’anni, per quanto abbia insegnato parecchio all’estero e abbia sempre rifiutato – per una specie di allergia – di assumere incarichi direttivi negli Atenei. Non ho quindi una speciale competenza amministrativa o gestionale da rivendicare per corroborar le mie ragioni. Tuttavia, posso – e debbo – dire qualcosa che a mio avviso dev’esser detto.

Sono entrato nell’Università nel 1967: si erano abolite da poco le “libere docenze” e si sarebbe di lì a poco eliminata l’istituzione (benemerita) degli “assistenti volontari”. Erano i primi segni dell’incertezza e del caos che si sarebbero imposte e sarebbero regnate nei decenni successivi, tra provvedimenti e controprovvedimenti. La Riforma Gentile del 1923, più liberale che non fascista (il fascismo si sarebbe trasformato in regime solo nel ’25), aveva retto piuttosto bene per quasi mezzo secolo: si sarebbe trattato solo di ritoccarla con misura e senso di responsabilità. Ma gli eventi ci obbligarono a scegliere una strada differente: alcuni politici, docenti e studenti erano convinti che si fosse alla vigilia di grandi mutamenti sociali e politici e desideravano affrettare i tempi per un mutamento che, - secondo qualcuno tra loro – sarebbe stato addirittura rivoluzionario, per cui si trattava di rovesciare le vecchie “istituzioni borghesi”; altri (e fra loro, lo confesso, un po’ anch’io) si lasciarono sedurre dal fascino del vento che veniva da Berkeley e da Parigi e cedettero, spesso anche in buona fede, al we shall overcome; altri ancora, per viltà o per conformismo o per opportunismo o per disinteresse, pensarono che opporsi a un movimento che si annunziava impetuoso e perfino violento fosse inopportuno, o inutile, o che si potesse addirittura tentar di “cavalcare la tigre”.

Le prospettive della “rivoluzione giovanile” del Sessantotto e dintorni, l’inadeguatezza di molti politici e la viltà e/o la disonestà almeno intellettuale (ma non solo…) di troppi docenti ci hanno gradualmente portato – attraverso circa un quarantennio di scelte sbagliate e di deterioramento sia civile, sia culturale, sia morale - a questo punto: università allo sbando, “tagli” e storni di fondi pubblici verso gli atenei privati, una classe docente screditata in seguito a decenni di concorsi “ritoccati” o “truccati” (e, direttamente o indirettamente, tutti noi docenti ne siamo respnsabili: se non altro per aver accettato, sottovalutato, taciuto), l’impossibilità pratica di rinnovare correttamente il personale docente e ricercatore, “mortalità universitaria” (cioè studenti che abbandonano gli studi senza aver conseguito la laurea), disoccupazione dei laureati e dei “dottori (e postdottori”) di ricerca alla quale la “fuga dei cervelli all’estero” – su cui si è fatto troppo battage, e che troppo spesso si risolve in una nuova delusione) è lungi dal poter porre rimedio anche solo parziale.

Non nego che, nella lettera del testo di riforma e nelle intenzioni di chi l’ha redatto, ci siano cose buone: per esempio la “lista nazionale” per i concorsi, che si rende necessaria anche visto il tragico fallimento delle “idoneità a lista aperta” degli Anni Ottanta. Ma l’idea di proporre come commissari solo i docenti ordinari è inopportuna: ed è ridicolo che provenga da un ministro che dice di voler combattere lo strapotere dei “Baroni”.

Ma i “Baroni”, ormai – a parte qualche residuale caso lobbistico, soprattutto in alcune facoltà scientifiche – non ci sono più: i professori universitari sono ormai una categoria screditata e oggetto quasi di dileggio, il loro prestigio sociale è ridotto a zero in una società che valuta pochissimo la cultura e non ne ha quasi alcun rispetto, i livelli economici delle loro riproduzioni li fanno apparire ridicolo in un mondo che rispetta la gente in misura direttamente proporzionale ai suoi profitti e alla sua visibilità. Altri aspetti del disegno di legge presentato dal ministro Gelmini appaiono positivi, o comunque interessanti: la fusione degli Atenei più piccoli (la loro proliferazione era uno dei segni più ridicoli e allarmanti della licealizzazione delle istituzioni universitarie), la razionalizzazione delle Facoltà (per quanto il limite massimo di 12 per Ateneo appaia inopportuno nel caso di alcune sedi più grandi e prestigiose), la limitazione a otto anni nella durata dei mandati. Queste sono caratteristiche da tenere presenti per un eventuale nuovo progetto di riforma.

Quello attuale, però, dev’essere respinto per due ragioni: una immediata, a carattere politico, istituzionale e gestionale; una pregiudiziale, a carattere etico.

Procedo per ordine, cominciando però dall’illustrare brevemente la seconda ragione. Anzitutto, l’insufficienza delle risorse assegnate: prova che l’attuale governo non attribuisce per nulla alla riforma universitaria e all’Università il peso ch’esso dovrebbe a mio avviso avere nella vita del paese. L’alibi avanzato – i tagli sarebbero giustificati dagli sprechi passati – è al riguardo ridicolo. Gli sprechi si rimediano migliorando gli strumenti di governo e i metodi di controllo, non azzerando i fondi a disposizione. I tagli indiscriminati sono offensivi, il fatto che in Italia le spese per l’istruzione riguardino meno dell1% del PIL è una vergogna. Gli altri paesi d’Europa stanno fra il 3 e il 4%; Germania e Inghilterra stanno attuando pesanti manovre di austerity, ma aumentano il bilancio della cultura.

Investire in cultura significa investire in futuro: solo da noi si arriva a non indignarsi, anzi a sorridere, davanti alle battute miopi e volgari di un ministro che sostiene che la cultura non si mangia.

In sintesi, comunque, si può dire che gli obiettivi della Riforma Gelmini sarebbero importanti a due livelli: gli organi di governo e la valutazione dei docenti, degli studenti e delle strutture. Ma, allo stato attuale, essa è fallimentare in entrambi i campi. Sul piano degli organi di governo, la prospettiva ministeriale stabilisce la dittatura negli Atenei di un rettore-manager accompagnato e sorvegliato da un carrozzone nuovo (L’ANVUR, Associazione Nazionale per la valutazione dell’Università e della ricerca) costituito in parte da non-universitari (cioè da imprenditori, manager ecc.) e dal Ministero dell’Economia, che potranno magari abolire interi corsi di laurea e cancellare linee di ricerca sulla base di un ragionamento di tipo “aziendale”.

Siamo davanti all’illusione di un’efficienza e di un produzionismo che poco e nulla hanno a che fare con la ricerca scientifica, l’insegnamento e l’apprendimento: a un’Università pubblica ormai ridotta a un’ombra e minacciata da Atenei e Masters privati all’economia e alla politica. E’ l’affossamento definitivo di quella classe insegnante che del resto negli ultimi anni è stata selezionata attraverso concorsi troppo spesso addomesticati e ha perduto quasi del tutto senso dello stato e della dignità.

Ecco perché le valutazioni concorsuali e quelle “meritocratiche” di modalità di accesso, premi e borse di studio appaiono viziate in partenza: a parte l’insopportabile demagogia “di destra” della democrazia, odiosa come lo era la demagogia “di sinistra” del voto politico e dell’abolizione forzata delle gerarchie di merito che hanno condotto alla svalutazione dei titoli di studio e alla diffusa onocrazia imperante nel paese (per i non ellenofoni, “onocrazia” significa “governo dei somari”: che oggi spadroneggia, dalle aule parlamentari alla TV alla scuola stessa).

L’ingresso di estranei all’Università nei Consigli di Amministrazione (tre esterni in quelli con almeno undici membri, due in quelli più ristretti) ne snaturerà il carattere e i fini, posporrà le esigenze dello studio, della didattica e della ricerca a quelle della produzione e del profitto, trasformerà le Università in qualcosa di simile alle attuali ASL. Quanto alla valutazione del lavoro dei docenti e alle varie forme d’incentivazione, insomma a tutto quel che concerne la “politica premiale”, debbono essere chiari i criteri sulla base dei quali si stabiliranno gerarchie e graduatorie: altrimenti, tutto rischia di cader di nuovo nell’arbitrio e negli accordi sottobanco. Infine, c’è il grande problema dei ricercatori: si prevede d’inquadrare i nuovi nell’arco di sei anni; e i precedenti, dovremo rottamarli tutti? O si tratta di fornire a ciascuno qualche opportunità, sempre basata sul “merito”?

Ma come sarà misurato, tale “merito”, e da chi? Una delega al governo “in materia d’interventi per la qualità e l’efficienza del sistema universitario” non può che destare legittime apprensioni. Lo stesso per il “Fondo per la Premialità” dei professori e dei ricercatori e per il “Collegio di Disciplina” che dovrebbe sanzionarli: come assicurane un funzionamento equo, corretto, scevro da abusi e da personalismi? E se l’autonomia delle sedi universitarie si deve mantenere al costo, nella migliore delle ipotesi, di una loro “aziendalizzazione”, non vale forse la pena di chiedersi se è giusto pagare un tale costo, che finisce con il tradirne la funzione pubblica?

Il problema resta in ultima analisi quello delle risorse umane. Per riformare sul serio l’Università occorrerebbero serietà, rispetto del sapere, onestà intellettuale e senso dello stato: valori ormai quasi del tutto scomparse nella società dell’Avere e dell’Apparire al posto dell’Essere. La scuola e l’Università sono specchio della società che li esprime; la società italiana, oggi, merita del tutto quelle che ha. Per cambiarle, occorrerebbe una rivoluzione. Magari non politica e violenta (non vedo proprio chi potrebbe farla, oggi, nel nostro paese): ma intima, etica, profonda.

Tale rivoluzione, allo stato attuale delle cose è impossibile. Perché scoppi una rivoluzione, occorre che all’interno di una società vi sia un gruppo che ha un determinante peso sociale e non se ne vede riconosciuto il valore a livello istituzionale: così il Terzo Stato nella Francia del 1789 e l’esercito di popolo nella Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Tale gruppo non esiste in Italia, dove tutti gli ambienti sono, sia pure a differente titolo, coinvolti nell’inefficienza e nel malcostume, responsabili dell’una e dell’altro, convinti che il permanervi sia vantaggioso. Prima o poi, questo pernicioso equilibrio muterà: tra qualche anno, quando avremo attraversato la crisi sociale e civile che dovrà per forza esserci e che sarà dura e forse drammatica. Per ora, si può solo cominciar a ricreare nicchie di rimoralizzazione politica e sociale da cui ripartire: preparare artigianalmente le avanguardie per i quadri di un duro lavoro di rifondazione civile.

Nell’accingerci a un tale, necessario lavoro, alcuni princìpi vanno formulati con chiarezza e perseguiti con rigore:

1. L’Università deve restare pubblica e statale: in un’Italia federale, essa è – con la magistratura, la polizia, le sovrintendenze ai beni culturali, l’esercito – un garante del mantenimento dell’unità del paese. Lo stato può e deve consentire la nascita di liberi Atenei di qualunque tipo e magari di Università regionali, ma non può rinunziare a quella pubblica né al disciplinamento dell’autonomia dei singoli Atenei e alla verifica delle risorse che la consentono.

2. E’ necessario investire nella scuola e nell’Università che rappresentano spese sociali primarie al pari della sanità; un governo che stanzia per tali spese meno dell’1% del PIL non è degno i un paese civile;

3. Una spesa sociale dev’essere affrontata tenendone presente la priorità e al di sopra di qualunque considerazione di tipo speculativo: prima ancora che irrealistico, inutile e dannoso, è assurdo giudicare e governare scuola e Università con criteri di tipo speculativo (il preside-manager, le facoltà che debbono garantire profitti e altre sciocchezze da SpA); l’Università non è né una “impresa”, né una “azienda”,

4. L’Università deve rivendicare il proprio carattere concettualmente e moralmente se non istituzionalmente corporativo: la sua anima profonda sta nell’essere effettivamente una corporazione; ciò era tanto chiaro ai grandi studiosi del passato, anche quelli sostenitori di modelli statalisti e dirigisti, che Giovanni Gentile intervenne a più riprese, durante il regime fascista e addirittura durante al guerra, perché nell’Università non entrassero le forze di polizia. La sua posizione aveva un valore simbolico e morale, dato il carattere statale dell’Università: ma era comunque significativa e coraggiosa.

A fortiori, criteri di speculazione e di profitto non hanno cittadinanza nell’Università, che è la corporazione dei professori e degli studenti. Nei Consigli di Amministrazione degli Atenei debbono entrare i docenti, con una significativa rappresentanza degli studenti e dei lavoratori dipendenti (personale tecnico, amministrativo, esecutivo). Altre componenti della vita civile, senza dubbio utili e importanti, debbono esser invitati a partecipare alla conduzione degli Atenei, ma ad esclusivo titolo consultivo (ed eventuali consulenze debbono essere rigorosamente soggette al controllo preventivo di un organo ministeriale per la scelta dei soggetti e della Corte dei Conti per la quantificazione dei compensi). Un regime apposito deve riguardare gli sponsores, che a fronte del loro contributo hanno diritto a prerogative che la legge deve specificare e delimitare con chiarezza (p.es. nella creazione e nel mantenimento di sovrastrutture, nella nomina di professori destinati a coprire cattedre o di studenti destinati a usufruire di borse di studio in tutto o in parte finanziate con offerte di un privato sponsor);

5. Le risorse pubbliche non debbono in linea di massima essere destinate a finanziare scuole, istituti e Università private, se non sulla base di speciali leggi da emanarsi volta per volta a fini specifici e chiaramente programmati;

6. I pubblici concorsi d’accesso alla qualifica di ricercatori e alle differenti fasce di docenti (associati e ordinari) debbono espletarsi sulla base di commissioni giudicatrici designate esclusivamente con un rigoroso e pubblicamente sorvegliato sistema di sorteggio; salvo lo stato di necessità, nessun docente ha diritto a partecipare a una commissione di concorso per più di una volta per ogni anno accademico; nessun docente può trovarsi in una commissione assieme ad altri colleghi con cui sia già stato in commissione nel medesimo anno scolastico (in caso il sorteggio presenti una simile eventualità, avrà diritto a rimanere insediato il docente che da più tempo è stato assente da commissioni giudicatrici);

7. I pubblici concorsi dovrebbero consentire l’accesso a una “Lista Nazionale di Idoneità”, alla quale le Facoltà debbono accedere per selezionare i docenti chiamati, sulla base del responso di una commissione di docenti della materia interessata o di materia affine votata dal CdF su proposta del preside;

8. La “premialità” e altri criteri d’incentivazione economico-finanziaria ambiguamente collegati a supposti presupposti meritocratici debbono essere rigorosissimamente proibiti in quanto fonte certa di corruzione, di favoreggiamenti, di ricatti. Eventuali premi in denaro possono essere elargiti sulla base di meriti assolutamente eccezionali; è invece auspicabile l’istituzione presso i singoli Atenei di un apposito “Fondo di Solidarietà Eccezionale” per eventuali gravi casi di salute, d’indigenza, di disagio e così via di docenti, studenti e personale amministrativo ed esecutivo. L’accesso a tale fondo va regolato da una legge pubblica, cui gli Atenei possono aggiungere un’eventuale normativa specifica per loro particolari caratteristiche e necessità;

9. L’unico tipo di “premialità” legittimamente previsto e programmato dev’essere costituito dall’intensificarsi di una politica di elargizione di borse di ricerca e di studio e, per i docenti, dall’istituzione di un Anno Sabbatico obbligatorio per aggiornamento al termine del quale dev’essere presentata un’accurata relazione scientifica da sottoporsi a una commissione nazionale. Se la relazione verrà respinta o dichiarata insoddisfacente, il docente sarà tenuto alla restituzione immediata e completa degli emolumenti mensili percepiti nell’Anno Sabbatico e alla reiterazione entro un quinquennio di tale Anno; un eventuale nuovo fallimento darà luogo all’espulsione dai ruoli e alla decadenza dai diritti connesssi. Tale istituzione di Anno Sabbatico va considerata a tutti gli effetti come l’istituzione di una verifica periodica dell’abilità all’insegnamento e alla ricerca. Viene con ciò abolito il principio secondo il quale una vittoria di concorso dà luogo a una qualifica a vita.

Questi sono almeno alcuni dei criteri che a mio avviso si dovrebbero seguire.