giovedì 2 dicembre 2010

Lettera aperta sulla riforma universitaria di Franco Cardini

02 dicembre 2010 11:51 | da www.secoloditalia.it |



Sto scrivendo nel pomeriggio del 27 novembre 2010.

La discussione parlamentare della riforma universitaria che prende il nome dal ministro Mariastella Gelmini è in corso e tutto appare fluido e incerto; a render le cose ancor più complesse, c’è il fatto che una riforma su un argomento di quest’importanza dovrebb’esser varata da un governo forte e stabile, mentre questo appare in bilico. Prudenza vorrebbe quindi che non si parlasse di quest’argomento se non quando la riforma sarà passata dalle due Camere e con certezza, salvi gli eventuali rilievi del Presidente della Repubblica, fosse divenuta legge.

Ma purtroppo, in questo come in altri casi, la prudenza cozza con l’opportunità morale, la quale prescrive invece che si assumano delle responsabilità prendendo posizione. E io la prendo. Tantopiù ch’è stato firmato da alcuni docenti di vari Atenei un comunicato nel quale alcuni colleghi ribadiscono il loro apprezzamento per il disegno di legge presentato dal ministro perché, tra l’altro, “riorganizza e moralizza gli organi di governo degli Atenei; perché limita la frantumazione delle sedi universitarie, dei corsi di laurea e dei dipartimenti; perché introduce norme più efficaci e razionali per il reclutamento dei docenti; perché stabilisce regole certe e trasparenti per disciplinare i casi di disavanzo finanziario e di mala gestione; perché fissa dei criteri di valutazione per le singole sedi universitarie e per i singoli professori”.

I motivi avanzati per la stesura del comunicato stanno essenzialmente nel fatto che “da troppo tempo” l’Università italiana ha bisogno di una riforma efficace e che “gli studenti italiani bravi e meritevoli non hanno più la possibilità di frequentare istituzioni universitarie competitive rispetto al resto dell’Europa e del mondo.

Alcune di queste ragioni mi paiono in tutto o in parte sottoscrivibili e condivisibili; altre mi trovano invece perplesso o decisamente contrario; inoltre, il carattere generale di quel documento e un discreto numero dei nomi dei colleghi firmatari parlano il linguaggio di un atto deliberatamente compiuto in appoggio al governo Berlusconi e al ministro che ha presentato il disegno di legge.

Si tratta di un documento di parte. Il che di per sé non ne limita affatto gli eventuali caratteri positivi. Dev’essere solo chiaro che esso è tale. Mi prendo la libertà di presentare qui, a mia volta, alcune considerazioni sul decreto di legge astraendo da quello che sarà il risultato del suo iter parlamentare.

Premetto di lavorare ininterrottamente nell’Università da oltre quarant’anni, per quanto abbia insegnato parecchio all’estero e abbia sempre rifiutato – per una specie di allergia – di assumere incarichi direttivi negli Atenei. Non ho quindi una speciale competenza amministrativa o gestionale da rivendicare per corroborar le mie ragioni. Tuttavia, posso – e debbo – dire qualcosa che a mio avviso dev’esser detto.

Sono entrato nell’Università nel 1967: si erano abolite da poco le “libere docenze” e si sarebbe di lì a poco eliminata l’istituzione (benemerita) degli “assistenti volontari”. Erano i primi segni dell’incertezza e del caos che si sarebbero imposte e sarebbero regnate nei decenni successivi, tra provvedimenti e controprovvedimenti. La Riforma Gentile del 1923, più liberale che non fascista (il fascismo si sarebbe trasformato in regime solo nel ’25), aveva retto piuttosto bene per quasi mezzo secolo: si sarebbe trattato solo di ritoccarla con misura e senso di responsabilità. Ma gli eventi ci obbligarono a scegliere una strada differente: alcuni politici, docenti e studenti erano convinti che si fosse alla vigilia di grandi mutamenti sociali e politici e desideravano affrettare i tempi per un mutamento che, - secondo qualcuno tra loro – sarebbe stato addirittura rivoluzionario, per cui si trattava di rovesciare le vecchie “istituzioni borghesi”; altri (e fra loro, lo confesso, un po’ anch’io) si lasciarono sedurre dal fascino del vento che veniva da Berkeley e da Parigi e cedettero, spesso anche in buona fede, al we shall overcome; altri ancora, per viltà o per conformismo o per opportunismo o per disinteresse, pensarono che opporsi a un movimento che si annunziava impetuoso e perfino violento fosse inopportuno, o inutile, o che si potesse addirittura tentar di “cavalcare la tigre”.

Le prospettive della “rivoluzione giovanile” del Sessantotto e dintorni, l’inadeguatezza di molti politici e la viltà e/o la disonestà almeno intellettuale (ma non solo…) di troppi docenti ci hanno gradualmente portato – attraverso circa un quarantennio di scelte sbagliate e di deterioramento sia civile, sia culturale, sia morale - a questo punto: università allo sbando, “tagli” e storni di fondi pubblici verso gli atenei privati, una classe docente screditata in seguito a decenni di concorsi “ritoccati” o “truccati” (e, direttamente o indirettamente, tutti noi docenti ne siamo respnsabili: se non altro per aver accettato, sottovalutato, taciuto), l’impossibilità pratica di rinnovare correttamente il personale docente e ricercatore, “mortalità universitaria” (cioè studenti che abbandonano gli studi senza aver conseguito la laurea), disoccupazione dei laureati e dei “dottori (e postdottori”) di ricerca alla quale la “fuga dei cervelli all’estero” – su cui si è fatto troppo battage, e che troppo spesso si risolve in una nuova delusione) è lungi dal poter porre rimedio anche solo parziale.

Non nego che, nella lettera del testo di riforma e nelle intenzioni di chi l’ha redatto, ci siano cose buone: per esempio la “lista nazionale” per i concorsi, che si rende necessaria anche visto il tragico fallimento delle “idoneità a lista aperta” degli Anni Ottanta. Ma l’idea di proporre come commissari solo i docenti ordinari è inopportuna: ed è ridicolo che provenga da un ministro che dice di voler combattere lo strapotere dei “Baroni”.

Ma i “Baroni”, ormai – a parte qualche residuale caso lobbistico, soprattutto in alcune facoltà scientifiche – non ci sono più: i professori universitari sono ormai una categoria screditata e oggetto quasi di dileggio, il loro prestigio sociale è ridotto a zero in una società che valuta pochissimo la cultura e non ne ha quasi alcun rispetto, i livelli economici delle loro riproduzioni li fanno apparire ridicolo in un mondo che rispetta la gente in misura direttamente proporzionale ai suoi profitti e alla sua visibilità. Altri aspetti del disegno di legge presentato dal ministro Gelmini appaiono positivi, o comunque interessanti: la fusione degli Atenei più piccoli (la loro proliferazione era uno dei segni più ridicoli e allarmanti della licealizzazione delle istituzioni universitarie), la razionalizzazione delle Facoltà (per quanto il limite massimo di 12 per Ateneo appaia inopportuno nel caso di alcune sedi più grandi e prestigiose), la limitazione a otto anni nella durata dei mandati. Queste sono caratteristiche da tenere presenti per un eventuale nuovo progetto di riforma.

Quello attuale, però, dev’essere respinto per due ragioni: una immediata, a carattere politico, istituzionale e gestionale; una pregiudiziale, a carattere etico.

Procedo per ordine, cominciando però dall’illustrare brevemente la seconda ragione. Anzitutto, l’insufficienza delle risorse assegnate: prova che l’attuale governo non attribuisce per nulla alla riforma universitaria e all’Università il peso ch’esso dovrebbe a mio avviso avere nella vita del paese. L’alibi avanzato – i tagli sarebbero giustificati dagli sprechi passati – è al riguardo ridicolo. Gli sprechi si rimediano migliorando gli strumenti di governo e i metodi di controllo, non azzerando i fondi a disposizione. I tagli indiscriminati sono offensivi, il fatto che in Italia le spese per l’istruzione riguardino meno dell1% del PIL è una vergogna. Gli altri paesi d’Europa stanno fra il 3 e il 4%; Germania e Inghilterra stanno attuando pesanti manovre di austerity, ma aumentano il bilancio della cultura.

Investire in cultura significa investire in futuro: solo da noi si arriva a non indignarsi, anzi a sorridere, davanti alle battute miopi e volgari di un ministro che sostiene che la cultura non si mangia.

In sintesi, comunque, si può dire che gli obiettivi della Riforma Gelmini sarebbero importanti a due livelli: gli organi di governo e la valutazione dei docenti, degli studenti e delle strutture. Ma, allo stato attuale, essa è fallimentare in entrambi i campi. Sul piano degli organi di governo, la prospettiva ministeriale stabilisce la dittatura negli Atenei di un rettore-manager accompagnato e sorvegliato da un carrozzone nuovo (L’ANVUR, Associazione Nazionale per la valutazione dell’Università e della ricerca) costituito in parte da non-universitari (cioè da imprenditori, manager ecc.) e dal Ministero dell’Economia, che potranno magari abolire interi corsi di laurea e cancellare linee di ricerca sulla base di un ragionamento di tipo “aziendale”.

Siamo davanti all’illusione di un’efficienza e di un produzionismo che poco e nulla hanno a che fare con la ricerca scientifica, l’insegnamento e l’apprendimento: a un’Università pubblica ormai ridotta a un’ombra e minacciata da Atenei e Masters privati all’economia e alla politica. E’ l’affossamento definitivo di quella classe insegnante che del resto negli ultimi anni è stata selezionata attraverso concorsi troppo spesso addomesticati e ha perduto quasi del tutto senso dello stato e della dignità.

Ecco perché le valutazioni concorsuali e quelle “meritocratiche” di modalità di accesso, premi e borse di studio appaiono viziate in partenza: a parte l’insopportabile demagogia “di destra” della democrazia, odiosa come lo era la demagogia “di sinistra” del voto politico e dell’abolizione forzata delle gerarchie di merito che hanno condotto alla svalutazione dei titoli di studio e alla diffusa onocrazia imperante nel paese (per i non ellenofoni, “onocrazia” significa “governo dei somari”: che oggi spadroneggia, dalle aule parlamentari alla TV alla scuola stessa).

L’ingresso di estranei all’Università nei Consigli di Amministrazione (tre esterni in quelli con almeno undici membri, due in quelli più ristretti) ne snaturerà il carattere e i fini, posporrà le esigenze dello studio, della didattica e della ricerca a quelle della produzione e del profitto, trasformerà le Università in qualcosa di simile alle attuali ASL. Quanto alla valutazione del lavoro dei docenti e alle varie forme d’incentivazione, insomma a tutto quel che concerne la “politica premiale”, debbono essere chiari i criteri sulla base dei quali si stabiliranno gerarchie e graduatorie: altrimenti, tutto rischia di cader di nuovo nell’arbitrio e negli accordi sottobanco. Infine, c’è il grande problema dei ricercatori: si prevede d’inquadrare i nuovi nell’arco di sei anni; e i precedenti, dovremo rottamarli tutti? O si tratta di fornire a ciascuno qualche opportunità, sempre basata sul “merito”?

Ma come sarà misurato, tale “merito”, e da chi? Una delega al governo “in materia d’interventi per la qualità e l’efficienza del sistema universitario” non può che destare legittime apprensioni. Lo stesso per il “Fondo per la Premialità” dei professori e dei ricercatori e per il “Collegio di Disciplina” che dovrebbe sanzionarli: come assicurane un funzionamento equo, corretto, scevro da abusi e da personalismi? E se l’autonomia delle sedi universitarie si deve mantenere al costo, nella migliore delle ipotesi, di una loro “aziendalizzazione”, non vale forse la pena di chiedersi se è giusto pagare un tale costo, che finisce con il tradirne la funzione pubblica?

Il problema resta in ultima analisi quello delle risorse umane. Per riformare sul serio l’Università occorrerebbero serietà, rispetto del sapere, onestà intellettuale e senso dello stato: valori ormai quasi del tutto scomparse nella società dell’Avere e dell’Apparire al posto dell’Essere. La scuola e l’Università sono specchio della società che li esprime; la società italiana, oggi, merita del tutto quelle che ha. Per cambiarle, occorrerebbe una rivoluzione. Magari non politica e violenta (non vedo proprio chi potrebbe farla, oggi, nel nostro paese): ma intima, etica, profonda.

Tale rivoluzione, allo stato attuale delle cose è impossibile. Perché scoppi una rivoluzione, occorre che all’interno di una società vi sia un gruppo che ha un determinante peso sociale e non se ne vede riconosciuto il valore a livello istituzionale: così il Terzo Stato nella Francia del 1789 e l’esercito di popolo nella Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Tale gruppo non esiste in Italia, dove tutti gli ambienti sono, sia pure a differente titolo, coinvolti nell’inefficienza e nel malcostume, responsabili dell’una e dell’altro, convinti che il permanervi sia vantaggioso. Prima o poi, questo pernicioso equilibrio muterà: tra qualche anno, quando avremo attraversato la crisi sociale e civile che dovrà per forza esserci e che sarà dura e forse drammatica. Per ora, si può solo cominciar a ricreare nicchie di rimoralizzazione politica e sociale da cui ripartire: preparare artigianalmente le avanguardie per i quadri di un duro lavoro di rifondazione civile.

Nell’accingerci a un tale, necessario lavoro, alcuni princìpi vanno formulati con chiarezza e perseguiti con rigore:

1. L’Università deve restare pubblica e statale: in un’Italia federale, essa è – con la magistratura, la polizia, le sovrintendenze ai beni culturali, l’esercito – un garante del mantenimento dell’unità del paese. Lo stato può e deve consentire la nascita di liberi Atenei di qualunque tipo e magari di Università regionali, ma non può rinunziare a quella pubblica né al disciplinamento dell’autonomia dei singoli Atenei e alla verifica delle risorse che la consentono.

2. E’ necessario investire nella scuola e nell’Università che rappresentano spese sociali primarie al pari della sanità; un governo che stanzia per tali spese meno dell’1% del PIL non è degno i un paese civile;

3. Una spesa sociale dev’essere affrontata tenendone presente la priorità e al di sopra di qualunque considerazione di tipo speculativo: prima ancora che irrealistico, inutile e dannoso, è assurdo giudicare e governare scuola e Università con criteri di tipo speculativo (il preside-manager, le facoltà che debbono garantire profitti e altre sciocchezze da SpA); l’Università non è né una “impresa”, né una “azienda”,

4. L’Università deve rivendicare il proprio carattere concettualmente e moralmente se non istituzionalmente corporativo: la sua anima profonda sta nell’essere effettivamente una corporazione; ciò era tanto chiaro ai grandi studiosi del passato, anche quelli sostenitori di modelli statalisti e dirigisti, che Giovanni Gentile intervenne a più riprese, durante il regime fascista e addirittura durante al guerra, perché nell’Università non entrassero le forze di polizia. La sua posizione aveva un valore simbolico e morale, dato il carattere statale dell’Università: ma era comunque significativa e coraggiosa.

A fortiori, criteri di speculazione e di profitto non hanno cittadinanza nell’Università, che è la corporazione dei professori e degli studenti. Nei Consigli di Amministrazione degli Atenei debbono entrare i docenti, con una significativa rappresentanza degli studenti e dei lavoratori dipendenti (personale tecnico, amministrativo, esecutivo). Altre componenti della vita civile, senza dubbio utili e importanti, debbono esser invitati a partecipare alla conduzione degli Atenei, ma ad esclusivo titolo consultivo (ed eventuali consulenze debbono essere rigorosamente soggette al controllo preventivo di un organo ministeriale per la scelta dei soggetti e della Corte dei Conti per la quantificazione dei compensi). Un regime apposito deve riguardare gli sponsores, che a fronte del loro contributo hanno diritto a prerogative che la legge deve specificare e delimitare con chiarezza (p.es. nella creazione e nel mantenimento di sovrastrutture, nella nomina di professori destinati a coprire cattedre o di studenti destinati a usufruire di borse di studio in tutto o in parte finanziate con offerte di un privato sponsor);

5. Le risorse pubbliche non debbono in linea di massima essere destinate a finanziare scuole, istituti e Università private, se non sulla base di speciali leggi da emanarsi volta per volta a fini specifici e chiaramente programmati;

6. I pubblici concorsi d’accesso alla qualifica di ricercatori e alle differenti fasce di docenti (associati e ordinari) debbono espletarsi sulla base di commissioni giudicatrici designate esclusivamente con un rigoroso e pubblicamente sorvegliato sistema di sorteggio; salvo lo stato di necessità, nessun docente ha diritto a partecipare a una commissione di concorso per più di una volta per ogni anno accademico; nessun docente può trovarsi in una commissione assieme ad altri colleghi con cui sia già stato in commissione nel medesimo anno scolastico (in caso il sorteggio presenti una simile eventualità, avrà diritto a rimanere insediato il docente che da più tempo è stato assente da commissioni giudicatrici);

7. I pubblici concorsi dovrebbero consentire l’accesso a una “Lista Nazionale di Idoneità”, alla quale le Facoltà debbono accedere per selezionare i docenti chiamati, sulla base del responso di una commissione di docenti della materia interessata o di materia affine votata dal CdF su proposta del preside;

8. La “premialità” e altri criteri d’incentivazione economico-finanziaria ambiguamente collegati a supposti presupposti meritocratici debbono essere rigorosissimamente proibiti in quanto fonte certa di corruzione, di favoreggiamenti, di ricatti. Eventuali premi in denaro possono essere elargiti sulla base di meriti assolutamente eccezionali; è invece auspicabile l’istituzione presso i singoli Atenei di un apposito “Fondo di Solidarietà Eccezionale” per eventuali gravi casi di salute, d’indigenza, di disagio e così via di docenti, studenti e personale amministrativo ed esecutivo. L’accesso a tale fondo va regolato da una legge pubblica, cui gli Atenei possono aggiungere un’eventuale normativa specifica per loro particolari caratteristiche e necessità;

9. L’unico tipo di “premialità” legittimamente previsto e programmato dev’essere costituito dall’intensificarsi di una politica di elargizione di borse di ricerca e di studio e, per i docenti, dall’istituzione di un Anno Sabbatico obbligatorio per aggiornamento al termine del quale dev’essere presentata un’accurata relazione scientifica da sottoporsi a una commissione nazionale. Se la relazione verrà respinta o dichiarata insoddisfacente, il docente sarà tenuto alla restituzione immediata e completa degli emolumenti mensili percepiti nell’Anno Sabbatico e alla reiterazione entro un quinquennio di tale Anno; un eventuale nuovo fallimento darà luogo all’espulsione dai ruoli e alla decadenza dai diritti connesssi. Tale istituzione di Anno Sabbatico va considerata a tutti gli effetti come l’istituzione di una verifica periodica dell’abilità all’insegnamento e alla ricerca. Viene con ciò abolito il principio secondo il quale una vittoria di concorso dà luogo a una qualifica a vita.

Questi sono almeno alcuni dei criteri che a mio avviso si dovrebbero seguire.

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