sabato 1 gennaio 2011

2011: l'anno dell'auto elettrica ?

 da sito www.albanesi.it ( copyright by THEA 2010)


Auto elettrica: sarà il 2011 l'anno che segnerà una svolta epocale nel settore della mobilità elettrica? Secondo molti la risposta è sì. Basti vedere gli entusiasmi suscitati dalle vetture elettriche al salone dell'auto di Ginevra tenutosi nel marzo del 2010 e al salone dell'auto di Parigi svoltosi pochi mesi dopo, senza contare il fatto che, per la prima volta, un'auto elettrica si laurea auto dell'anno (la Nissan Leaf, proclamata Car of The Year 2011).

Molti Paesi sembrano credere nel futuro dell'auto elettrica tant'è che sono già diversi i governi che hanno deliberato programmi di incentivi per l'acquisto delle auto elettriche (Spagna, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti ecc.). Insomma, l'auto elettrica ha gli occhi puntati addosso e i motivi sono molteplici, dalla crisi delle fonti energetiche ai nuovi "imperativi ecologici" (secondo i dati forniti dalla Commissione Europea, il 12% delle emissioni di anidride carbonica in Europa è dovuto al traffico automobilistico), ma anche a motivo dello sviluppo di nuove tecnologie legate all'auto elettrica che sembrano essere diventate abbastanza convincenti.
Ma l'entusiasmo generalizzato che circonda il settore dell'auto elettrica è veramente giustificato? Cerchiamo di vederci un po' più chiaro.

Auto elettrica: cos'è?
Prima di dire cos'è, iniziamo col dire quello che non è: l'auto elettrica non è una novità rivoluzionaria. Sono passati infatti quasi due secoli dall'invenzione della prima automobile elettrica; la prima vettura di questo tipo la si deve infatti a un imprenditore scozzese, Robert Anderson, che la ideò negli anni fra il 1832 e il 1839. 
Tecnicamente parlando l'auto elettrica è una vettura con un motore elettrico che sfrutta l'energia che proviene da batterie elettriche, tant'è che per indicare l'auto elettrica si usa anche l'acronimo  B.E.V. (Battery electric vehicle). Un'auto elettrica non ha quindi un serbatoio di carburante come nel caso delle vetture a benzina, gasolio o metano. Il rifornimento energetico di un'auto elettrica viene effettuato ricaricando le batterie attraverso l'elettricità che proviene dalla rete o mediante altri sistemi.
Sorge a questo punto spontanea una domanda: quanto dura un "pieno" di elettricità? Quesito interessante, perché il problema dell'autonomia delle auto elettriche è una questione di non poco conto. 

Autonomia delle batterie delle auto elettriche: un nodo da sciogliere
Le prime batterie utilizzate sulle auto elettriche erano decisamente ingombranti, pesanti e con autonomia decisamente ridotta. Con l'introduzione delle batterie al litio si sono fatti enormi passi in avanti in questo senso; le batterie al litio infatti sono piccole, non creano problemi a livello di abitabilità del veicolo e la loro autonomia è non è minimale; si parla però pur sempre di 120-150 km con un pieno di elettricità; assolutamente niente a che vedere con l'autonomia garantita dai carburanti con i quali si riforniscono le vetture tradizionali, autonomia che è 6-7 volte superiore.
Gli accaniti sostenitori delle auto elettriche ribattono alle obiezioni poste sull'autonomia delle vetture "verdi" sostenendo che la stragrande maggioranza degli automobilisti, nei giorni lavorativi, percorre mediamente una distanza giornaliera di circa 50-60 km nel tragitto casa-lavoro-casa. La mobilità sarebbe quindi assicurata senza problemi visto che l'auto potrebbe essere ricaricata alla presa di corrente domestica o a quella disponibile nei parcheggi aziendali, senza contare che in casi di emergenza ci si potrebbe rivolgere alle stazioni di servizio ed effettuare una sorta di cambio, lasciando le batterie scariche e montando un pacco carico. Sulla carta sembra fattibile, ma a livello pratico qualche dubbio permane (possiamo attaccare la batteria alla stessa presa alla quale si attaccano gli altri elettrodomestici od occorrono adattamenti particolari? Chi si sobbarcherà le spese per la costruzione delle infrastrutture necessarie alla ricarica nei parcheggi aziendali? Le aziende? Le case automobilistiche? Le società di fornitura di energia elettrica? E quanti saranno i distributori disposti a stoccare nei loro magazzini le batterie cariche e a investire nella struttura di ricarica?); e che dire infine di tutti quegli automobilisti che percorrono distanze notevolmente superiori ai citati 50-60 km giornalieri? Checché se ne dica questi utenti non sono pochi e inoltre non bisogna dimenticarsi dei tempi di ricarica: se per fare il pieno di benzina bastano pochi minuti, per ricaricare un'auto elettrica occorrono diverse ore (attualmente sono mediamente necessarie 4 o 5 ore per una ricarica completa); quindi, se anche le reti stradali e autostradali fossero fornite capillarmente di distributori di energia elettrica (per inciso: nel nostro Paese la rete dei punti di ricarica delle auto elettriche è praticamente inesistente), chi sarebbe disposto a soste di alcune ore? Ovviamente nessuno.
È quindi necessario investire nella ricerca e nello sviluppo affinché si risolvano i problemi legati sia alla relativamente scarsa autonomia delle batterie sia ai lunghi tempi di ricarica delle stesse (esistono sistemi che teoricamente consentirebbero ricariche molto più veloci, si parla di una trentina di minuti, ma siamo ancora in fase sperimentale).
Gli inguaribili ottimisti propongono addirittura sistemi di ricarica abbinati allo sfruttamento dell'energia fotovoltaica (pannelli fotovoltaici nelle aree di parcheggio), ma francamente i tempi per questo non sembrano ancora maturi; parliamoci chiaro: talvolta ci si innamora di certe idee, sì piene di fascino, ma si perde il contatto con la realtà. Ora come ora, tra quelli citati, il sistema migliore sarebbe quello della sostituzione del pacco di batterie scarico con uno carico; un sistema che alcuni definiscono come sistema QuickDrop. L'importante è trovare investitori che credano in tali progetti…
Un altro problema: il costo ancora piuttosto elevato di un'auto elettrica (28.000-35.000 euro) dipende molto dal costo del pacco delle batterie al litio che, per una city car, si aggira sui 10.000 euro, una cifra con la quale è possibile comprare una piccola autovettura tradizionale.
Bisogna infine porsi una domanda: supponiamo che il parco delle vetture elettriche si espanda in maniera esponenziale, come rimediare all'attuale inadeguatezza delle reti elettriche? Il problema è comune a moltissimi Paesi, europei e no, ed è una questione che abbiamo già affrontato nell'articolo che tratta dell'energia eolica (vedasi paragrafo Energia eolica: un'energia pulita? I pro e i contro).

Auto elettrica: è efficiente?
L'auto elettrica è efficiente? Forse si potrà rimanere sorpresi, ma la risposta è sì. I motori elettrici hanno un notevole rendimento, decisamente superiore a quello delle auto a benzina o a gasolio.
Il motore elettrico sfrutta infatti quasi totalmente tutta l'energia potenziale; il 90% di essa infatti si trasforma in energia meccanica; la percentuale di efficienza dei motori montati nelle automobili a combustione interna invece è decisamente più basso; nei motori a benzina soltanto un quarto dell'energia potenziale viene trasformato in energia meccanica, il restante 75% si disperde in calore; va un po' meglio (ma non c'è da esaltarsi) per i motori diesel, dove la percentuale di efficienza si aggira sul 40%.
Un altro innegabile vantaggio dei motori elettrici è quello di raggiungere il regime massimo di coppia in brevissimo tempo e mantenerlo costante a differenza di quanto accade nel motore termico. Vi è linearità nelle accelerazioni e, dal momento che non esiste frizione, il motore è costantemente collegato.
Dal punto di vista delle performance, quindi, l'auto elettrica non sembra essere particolarmente svantaggiata rispetto a un'automobile tradizionale; un esempio ci viene fornito dalla "supercar" della Tesla Motors, una vettura elettrica che arriva ai 200 km/h con un'accelerazione dichiarata di 3,9 secondi da 0 a 100 km/h; inoltre l'interessante auto elettrica americana ha un'autonomia di circa 350 km. Niente male, rimane però l'ostacolo del prezzo, una macchina del genere infatti non è per tutte le tasche dal momento che per acquistarla occorrono circa 120.000 euro.

Auto elettrica: vantaggi e svantaggi
Ogni medaglia ha un suo rovescio e l'auto elettrica non fa eccezione a questa regola. Da una parte, liquidare l'auto elettrica come un'utopia da ecologisti sfegatati sarebbe scorretto e superficiale, dall'altra, non tener conto degli inevitabili "contro" che ogni rivoluzione di una certa portata si porta dietro sarebbe colpevolmente miope.
Uno degli indubitabili vantaggi dell'auto elettrica è quello delle cosiddette emissioni zero. L'auto elettrica non produce emissioni nocive al contrario di quanto accade nelle vetture tradizionali che da questo punto di vista sono altamente inquinanti (rilascio di idrocarburi, ossido di azoto, monossido di carbonio, anidride carbonica, ossido di zolfo ecc.). Attenzione però; anche nel caso della vettura elettrica non è possibile parlare di impatto zero; l'elettricità attualmente prodotta proviene per la maggior parte da combustibili fossili e quindi non è attualmente possibile definire l'auto elettrica come mezzo totalmente ecologico (certamente le cose migliorerebbero decisamente se l'energia occorrente per le batterie di un'auto elettrica derivasse totalmente dalle cosiddette fonti alternative). Un altro problema di tipo ecologico è rappresentato dalle batterie al litio, il cui smaltimento può creare diversi problemi a livello ambientale. La buona notizia è che le batterie al litio possono essere riciclate con una certa convenienza dal momento che, arrivate al termine del loro ciclo vitale, possono essere rigenerate quasi completamente (si arriva all'80% della loro capacità iniziale), quindi rigenerazione e non smaltimento (ma anche la rigenerazione non è un processo completamente "verde"…).
Uno dei vantaggi delle vetture elettriche è quello relativo alla loro silenziosità o, meglio, alla loro bassissima rumorosità, caratteristica che permette una drastica riduzione dell'inquinamento acustico, una piaga che affligge moltissime persone. Alcuni ritengono che la silenziosità delle vetture elettriche potrebbe rappresentare un problema a livello di sicurezza: i pedoni e ciclisti potrebbero non accorgersi dell'arrivo delle vetture con tutte le conseguenze che ciò potrebbe comportare, senza contare che l'assenza di rumore potrebbe spingere il conducente a forzare involontariamente l'andatura (non si percepisce la potenza dell'autovettura); francamente tali asserzioni risultano un po' forzate, un voler trovare un difetto a tutti costi; se si seguissero le regole del Codice della Strada, l'assenza di rumore delle autovetture sarebbe un falso problema. I loro propugnatori sostengono anzi che, dal punto di vista della sicurezza, le auto elettriche apporterebbero alcuni vantaggi; tenderebbero a incendiarsi di meno dopo uno scontro, rispetto a una vettura di tipo tradizionale; questo però è vero per le vetture elettriche che non utilizzano batterie al litio, ovvero una minoranza destinata a sparire, dal momento che il mercato ha già fatto la sua scelta: il futuro immediato appartiene alle batterie agli ioni di litio.
Sul fronte delle spese, le autovetture elettriche non sembrerebbero particolarmente avvantaggiate rispetto alle automobili a combustione; ci sarebbero, è vero, minori spese di manutenzione (niente cambio dell'olio, controlli anti-inquinamento non necessari, sostituzione liquidi ridotta, parti meccaniche più facilmente riparabili ecc.), ma, per contro, c'è da registrare l'elevato costo delle batterie (cui avevamo già accennato in precedenza); un set di batterie costa circa 10.000 euro; se si tiene conto del fatto che la durata di tale set si aggira sui 33.000 km, vediamo che l'esborso economico non è certamente minimale. È vero però che la minore usura generale cui è sottoposta l'autovettura elettrica allunga decisamente i suoi tempi di vita che secondo alcuni sarebbero addirittura triplicati; certo è che i dati a disposizione in questo senso sono ancora insufficienti. Decisamente interessante invece è il costo energetico, percorrere 100 km con un'auto elettrica costa circa 1,5 euro.

Auto elettrica: le prospettive future
Il presente dell'auto elettrica per adesso non può certo definirsi esaltante, ma qual è il futuro delle auto a motore elettrico? Le ipotesi si sprecano, ma non è affatto facile prevedere con precisione gli sviluppi futuri di questo settore. Gli esperti azzardano cifre importanti: una quota di mercato di circa il 25% entro i prossimi 5-10 anni; in questo 25% però bisogna considerare le cosiddette auto ibride (che analizziamo brevemente poco più avanti) che si ritiene copriranno, nel giro del prossimo quinquennio, un 15% del mercato; gli obbiettivi che ci si pongono con l'auto elettrica vera e propria sono quindi più contenuti (10% entro la prossima decade). Certo, sempre secondo gli esperti del settore, saranno diversi i problemi da risolvere se si vuole che certe previsioni si avverino (abbattimento dei costi, risoluzione del problema dell'autonomia delle batterie, adeguate infrastrutture per l'approvvigionamento della corrente elettrica ecc). Con tutta probabilità, come accennavamo poco sopra, l'immediato futuro è quello relativo a un incremento della quota di mercato delle auto ibride; ma cosa si intende con quest'ultimo termine?
Un'auto ibrida è una vettura dotata di doppio motore, uno tradizionale (benzina o diesel) e uno elettrico; quest'ultimo lavora quando l'auto lavora a basse velocità (quelle caratteristiche del traffico cittadino), mentre il motore tradizionale entra in gioco quando si ha la necessità di prestazioni superiori. Secondo alcune stime un'auto ibrida è in grado di ridurre fino a un decimo le emissioni nocive e di diminuire sensibilmente l'inquinamento acustico.
Esistono diverse tipologie di auto ibride; vediamole brevemente. Una prima tipologia è quella delle cosiddette microibride, vetture dotate della cosiddetta funzione Stop&Start, funzione che permette di spegnere il motore quando non serve (per esempio durante una sosta davanti a un passaggio a livello o davanti a un semaforo rosso) per poi farlo ripartire all'occorrenza con la semplice pressione del pedale dell'acceleratore o di quello della frizione; le microibride inoltre sono dotate di un sistema che consente una parziale ricarica della batteria tramite l'alternatore. Si prevede che entro la fine del 2012, il sistema Stop&Start sarà installato su circa la metà del nuovo parco auto.
Una seconda tipologia di auto ibride è quella delle autovetture Mild-Hybrid, un'evoluzione delle microibride. Le vetture Mild-Hybrid, oltre alla funzione Stop&Start aiutano il motore tradizionale durante la fase di accelerazione; inoltre, nelle fasi di decelerazione, l'energia non viene dispersa, ma recuperata e usata per la ricarica delle batterie.  
Le autovetture Full-Hybrid sono auto ibride che, seppure a basse velocità (60 km/h circa), sono in grado di viaggiare con il solo motore elettrico; una caratteristica quest'ultima che può essere oltremodo utile nel traffico cittadino; il problema è che l'autonomia della sola modalità elettrica è attualmente molto limitata (pochi chilometri) perché le batterie di cui sono dotate non sono particolarmente capaci.
L'ultima tipologia di auto ibrida è quella denominata Plug-in; sono praticamente delle Full-Hybrid che possono essere ricaricate alla presa elettrica domestica o presso le apposite colonnine; ciò fa sì che non sia più necessario, per ricaricare le batterie, aspettare che il motore tradizionale recuperi l'energia durante la marcia.
I prezzi delle auto ibride sono però ancora non molto competitivi. L'impressione è che, nonostante tutti i proclami e le previsioni, le auto a benzina, gasolio e metano la faranno ancora da padrone per molto tempo.

venerdì 31 dicembre 2010

I tre voti che pesano sul futuro del Paese

di Eugenio Scalfari ( www.repubblica.it )

INIZIO questo articolo con un'ipotesi. So bene che l'ipotesi configura una realtà virtuale che spesso non coincide con quella reale ma ci aiuta spesso a capire meglio quello che è accaduto.

Facciamo dunque l'ipotesi che il 14 dicembre scorso il governo fosse stato battuto, sia pure per un solo voto, e che Berlusconi si fosse dimesso chiedendo al presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle Camere.

Il Presidente - l'ha detto pochi giorni dopo parlando alle Alte Cariche dello Stato - è in linea di principio contrario allo scioglimento anticipato di una legislatura; perciò, prima di addivenire alla richiesta del premier dimissionario, avrebbe verificato l'esistenza di una maggioranza alternativa.

Quella maggioranza - contraria allo scioglimento anticipato ma tuttavia incapace di esprimere un governo coeso e di indicarne il premier - c'era come tuttora presumibilmente c'è. Che cosa avrebbe fatto Giorgio Napolitano di fronte ad un Parlamento che non vuole essere mandato a casa ma non riesce a indicare un nuovo premier?

Forse avrebbe risolto il problema affidando l'incarico di formare un governo ad un uomo al di fuori dei partiti, con una forte caratura economica e/o costituzionale, in grado di portare avanti la legislatura rafforzando e restaurando le istituzioni e riconciliando con la politica quella moltitudine di cittadini che è profondamente delusa dall'imbarbarimento istituzionale in atto.

Personaggi adeguati da un tale incarico ce ne sono in abbondanza, a cominciare
dal governatore della Banca d'Italia, dal presidente del Consiglio di Stato, dal presidente della Corte Costituzionale, da qualche "emerito" di quella medesima istituzione. Per salvare la continuità politica, il Capo dello Stato avrebbe potuto perfino affidare l'incarico ad un "eminente" della maggioranza berlusconiana, del tipo di Gianni Letta, di Pisanu, di Tremonti.

Un governo formato con questi criteri avrebbe probabilmente riscosso la fiducia del Parlamento anche perché, al di là delle appartenenze di partito, un'elevata percentuale di deputati e di senatori non ha nessuna voglia di ritornare ai propri lavori domestici e - in aggiunta - un'elevata percentuale di cittadini elettori non ha alcun desiderio di tornare anticipatamente al voto. Un'ultima considerazione: un voto fatto in questa fase e con la legge elettorale vigente darebbe probabilmente una maggioranza di un tipo alla Camera e una maggioranza di una diversa tipologia politica al Senato. Si avrebbe perciò una nuova legislatura con due Camere diversamente orientate tra di loro, e quindi con una situazione travagliata come e più di quella attuale.

Aggiungo dal canto mio che una campagna elettorale nella presente congiuntura economica non farebbe che esasperare lo scontro sociale già largamente in atto e rappresenterebbe una ghiotta occasione per incoraggiare la speculazione ad attaccare il nostro debito sovrano sui mercati finanziari. Questa del resto è anche l'opinione manifestata pubblicamente e più volte dal Capo dello Stato.

* * *

Tutto il ragionamento fin qui svolto si basa su ipotesi logiche che non prevedono alcuna forzatura costituzionale. Infatti, per quanto riguarda le prerogative del Quirinale, la Corte è chiarissima in proposito: il Capo dello Stato, sentiti i presidenti delle Camere e i gruppi parlamentari, nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri. La medesima procedura è prevista per lo scioglimento delle Camere.

È perciò probabile che le cose sarebbero andate così, con largo vantaggio per le istituzioni, per i cittadini e quindi per il paese. Ma le ipotesi non sempre si verificano. Nel nostro caso, il 14 dicembre il premier ha avuto un'ampia maggioranza al Senato e la fiducia della Camera per tre voti di scarto. Le modalità di acquisizione di quei tre voti sono note ma ufficialmente non contestabili, salvo improbabili esiti dell'inchiesta giudiziaria in corso.

Il governo è quindi in carica nella piena legalità costituzionale e può benissimo proporsi di andare avanti fino al termine naturale della legislatura, varando un programma di riforme sociali, economiche e istituzionali. Non l'ha fatto prima, quando disponeva di una vasta maggioranza in entrambe le Camere. Potrà farlo ora con tre voti o magari con dieci di sostegno?

Berlusconi e soprattutto Bossi si sono dati la metà di gennaio come termine ultimo. Se a quella data la maggioranza si sarà rafforzata quantitativamente e politicamente, con un accordo con Casini, andrà avanti. In caso contrario Berlusconi andrà al Quirinale a dimettersi chiedendo le elezioni anticipate.
Che cosa farà a quel punto il Capo dello Stato?

* * *

I presupposti della sua azione non sono diversi da quelli precedenti al 14 dicembre scorso. Dovrà perciò verificare se in Parlamento emergerà una maggioranza contraria allo scioglimento oppure no.

In quest'ultimo caso la continuità da lui auspicata sarà interrotta e i pericoli per la stabilità economica si riproporranno tali e quali. Avremo dunque perso inutilmente un mese e ci ritroveremo nella stessa situazione dopo aver offerto purtroppo ai cittadini e alla pubblica opinione internazionale lo spettacolo del peggior trasformismo che si sia mai verificato in un paese democraticamente maturo dell'Occidente.

* * *

Avremo dunque la risposta tra tre settimane e ci sarà anche per quella data la sentenza della Corte sul "legittimo impedimento", che non è un elemento indifferente rispetto alle varie ipotesi sopra indicate.

Mi domando, e molti si domandano con me, quale sarà l'atteggiamento del centrosinistra nell'ipotesi di elezioni anticipate, oppure in quella di un accordo Berlusconi-Casini-Fini. Vediamo.

Accordo di Casini-Fini con Berlusconi: la legislatura procede fino al 2013 e tenta di fare le riforme tante volte promesse e mai effettuate: nuova legge elettorale, Senato federale, diminuzione del numero dei parlamentari, federalismo fiscale, riforma della giustizia per rendere il processo civile e quello penali più rapidi e il ruolo del Pubblico ministero più simile a quello di un avvocato di accusa. Infine, riforma fiscale che diminuisca il peso delle imposte sul reddito e introduca un prelievo sul patrimonio al di sopra di una certa soglia.

Il gruppo Casini-Fini cercherà di modellare quelle riforme nella prospettiva d'una nuova destra, "repubblicana", che si troverà di volta in volta in contrasto con il populismo berlusconiano o con la Lega o con tutti e due. Se Casini-Fini si appiattissero sui desideri del premier, non si capirebbe per quale motivo sia stata montata questa cagnara da quattro mesi a questa parte.

Sarà dunque un processo molto travagliato, quello sulle riforme, nel corso del quale il Partito democratico potrà essere determinante per far pendere la bilancia dall'uno o dall'altro lato. Ma proprio per questo travaglio è molto probabile che Berlusconi e Bossi manderanno al più presto tutto all'aria.

Se invece il percorso delle riforme proseguisse e con esso la legislatura, verrà anche il momento della scadenza del mandato di Bersani da segretario del Pd e ci sarà un nuovo congresso e nuove primarie di partito. Bersani presumibilmente si ricandiderà ed avrà quasi certamente Veltroni come concorrente. Di Pietro e Vendola saranno fuori da questa tenzone che riguarda soltanto il Pd. Se invece a gennaio Berlusconi e Bossi, non riuscendo a rafforzare la maggioranza, decideranno per la crisi e se Napolitano dovesse accettare lo scioglimento delle Camere, si verificherebbe l'ipotesi peggiore per il Pd, che si troverebbe alle prese con il Terzo Polo sulla sua destra e con Vendola e Di Pietro sulla sua sinistra.

Andare alle elezioni da solo significherà per il Pd esporsi dunque a perder voti sull'uno e sull'altro versante. Puntare su un'alleanza con Casini significherà un salasso a sinistra; puntare sull'alleanza con Vendola significherà affrontare le primarie di coalizione che vedranno molteplici candidati ai nastri di partenza. Non è immaginario pensare che oltre a Bersani e Vendola ci saranno anche Veltroni, probabilmente Bindi e D'Alema, per non parlare di Di Pietro. Una situazione che rischia di polverizzare l'intera sinistra.

Questo è il panorama che occorre evitare a tutti i costi, sperando nella saggezza e nell'umiltà dei vari interlocutori e in un accordo di tutte le opposizioni.

Se debbo dire la mia, questa dell'accordo generale mi sembra un'ipotesi cosiddetta di terzo grado, teoricamente la sola valida, praticamente impossibile da realizzare.

Come si vede, quei tre voti del 14 dicembre rischiano di avere come risultato la scomparsa della sinistra italiana e di consegnare il paese per altri dieci anni al berlusconismo populista, autoritario e leghista. Con la speculazione che spennerà il nostro debito sovrano a suo piacimento.

Chi volesse trovare un solo colpevole non riuscirebbe, lo sono tutti, nessuno escluso.
  (27 dicembre 2010)


Nota personale: sono forse questi i veri motivi per cui Napolitano ha firmato la legge di riforma dell'Università ?  Rimandare la legge alla Camera dei Deputati avrebbe messo in seria difficoltà il Governo ed aperto uno di questi scenari, di cui non si vede facilmente la via d'uscita (soprattutto per il PD).

Presidente perchè?

di Alessandro Pezzella*

La firma del presidente Napolitano alla riforma universitaria è arrivata ieri accompagnata, preceduta si potrebbe dire per un senso mediatico di attesa, da una “nota di criticità” che si distingue per affermazioni in negativo, che, invece di sostenere l’opportunità della firma, suggeriscono la lettura “ho firmato non perché buona legge, ma perché non abbastanza malfatta da poter evitare di firmarla”. Senza seguire la strada dell’interpretazione, chi scrive ha una precisa valutazione di questa “riforma” e potrebbe essere portato a falsare il senso della nota. Cercando quindi di procedere con piena onestà intellettuale, ripercorriamo alcuni passaggi.

A fine luglio il Presidente Napolitano riceve dalla Rete29Aprile una lettera in cui si fa il punto su mesi di proteste che il mondo universitario ha ritenuto di mettere in atto contro una riforma che, al di là di specifici affondi su ricerca e diritto allo studio, mina l’università pubblica nel suo impianto.  A tale lettera il Presidente risponde con una nota pubblica che invita l’esecutivo ad ascoltare la voce della ricerca.

L’invito del Presidente è disatteso, le proteste ignorate, sminuite o peggio confuse artatamente con altre iniziative. L’iter della legge procede con l’approssimazione che tutti ricordiamo e che può essere rappresentata, nel merito, dai precisi richiami della nota del Presidente; nella forma, dallo spettacolo dell’ultima presidenza dei lavori al Senato.

Nei mesi, il lavoro di protesta spicca al confronto del “lavoro” dell’esecutivo e del Parlamento per la serietà ed autorevolezza dei tanti ricercatori, studenti, precari e professori, che, data l’importanza di una riforma universitaria, hanno sentito il dovere di analizzare, denunciare, protestare e proporre. E’ proprio questa serietà ed autorevolezza ad imporre il dibattito alla stampa ed alla televisione, fornendo all’opinione pubblica occasioni di confronto.

In quel confronto tra chi “protesta” e chi “fa la legge” cosa emerge ? Che il consulente del ministro, Roger Abravenel, il lunedì precedente la discussione alla Camera, in diretta su La7, alla domanda su se sia un bene l’approvazione di questa riforma in queste condizioni risponde: “Non lo so”… Oppure che, secondo Valentina Aprea (presidente della commissione Cultura della Camera), sempre su La7, i politici non devono essere soggetti a valutazione, a differenza degli universitari…

In sintesi, fretta, approssimazione, presunzione, assenza di dialogo, il tutto con lo sfondo di una maggioranza sul limite della sfiducia e per una legge in cui errori e deleghe rendono appunto necessario accompagnare la firma del presidente della Repubblica con una nota esplicativa. E’ mettendo in prospettiva tutti questi elementi che vanno lette le parole del presidente Napolitano: “Promulgo la legge, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, non avendo ravvisato nel testo motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle Camere, correttiva della legge approvata a conclusione di un lungo e faticoso iter parlamentare. L’attuazione della legge è del resto demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali; quel che sta per avviarsi è dunque un processo di riforma”.

Come a dire: gli errori ci sono ma non è grave perché le legge non c’è, quindi, invece di rimandarla alle camere, si confida in un cambio di condotta nella fase dei decreti attuativi. Non appare questo certo uno scenario adeguato ad un atto di firma pieno. Con le stesse premesse si sarebbe potuto dire che gli errori ci sono ma le legge non c’è e quindi, invece di confidare in un cambio di condotta nella fase dei decreti attuativi, si rinvia alle camere il testo.

Se gli aspetti giuridico-legislativi non sono quindi determinanti, quelli politici prevalgono, così una firma finisce anche col divenire firma di una certa conduzione squalificata della Presidenza del Senato, di una approssimazione di consulenti ministeriali, di una ostentata autoreferenzialità di un presidente di commissione Cultura, di una pericolosa prassi per cui si legifera alla leggera, tanto poi… e della stessa indifferenza al richiamo al dialogo del Capo dello Stato.

E’ certo che quest’ultimo ha agito nella consapevolezza di tutto ciò ed è certo anche che ha agito nell’interesse del Paese, quindi devono esserci state solide valutazioni ed elementi, oltre quanto contenuto nella nota che anzi suggerirebbe per il rinvio alle Camere, ad aver fatto propendere il presidente per la firma. Per la serietà della protesta, per il lavoro profuso, per il continuo rifiuto di scorciatoie, tutti quanti finora hanno protestato – gli stessi ragazzi e ricercatori ricevuti in Quirinale – tutti noi abbiamo diritto di conoscere queste valutazioni. Presidente ci spieghi.

* Rete29Aprile

giovedì 30 dicembre 2010

Università: una "riforma pasticcio" ..... e Napolitano rileva "criticità"

 da termometro politico su sito www.agoravox.it

Si è iniziato a discutere della riforma dell'Università due anni orsono, e all'epoca tutti erano d'accordo: governo, opposizione, parti sociali, Confindustria, attori dell'Università. Quattro erano i principi fondamentali che avrebbero dovuto ispirare il nuovo disegno dell'Università: autonomia, responsabilità, valutazione e merito. Quella che è stata invece approvata pare essere una riforma che ha contraddetto clamorosamente le sue premesse e i suoi principi ispiratori e che, non a caso, ha alimentato uno scontro feroce tra maggioranza e opposizione in sede di approvazione finale.
La legge appare gravemente lesiva dell’autonomia degli atenei in quanto centralista ed eccessivamente prescrittiva su numerosi temi quali la composizione degli organi, di fatto disciplinata fin nei minimi dettagli; lo spazio lasciato agli statuti nell’applicazione dei criteri direttivi previsti dalla legge è ben poco. Nel dettare norme così circostanziate la riforma Gelmini “dimentica” le profonde diversità che caratterizzano le Università del nostro paese e, di conseguenza, la necessità che alcuni aspetti dell’organizzazione siano lasciati agli statuti delle singole Università, nel rispetto del principio di autonomia sancito dall’articolo 33 della Costituzione.
L’articolo 4 della legge poi, nell’istituire presso il Ministero dell’istruzione, dell’Università e della ricerca, un Fondo per il merito volto a promuovere l’eccellenza e il merito fra gli studenti erogando premi di studio, buoni studio o finanziamenti, rimette la determinazione dei criteri e delle modalità di attuazione della norma, comprese le modalità di utilizzo del Fondo, a decreti ministeriali “di natura non regolamentare”, da adottarsi dopo aver sentito la Conferenza Stato-Regioni, luogo decisionale costituzionalmente deputato a gestire “il governo delle cose di Stato e Regioni”. A tale proposito, si noti che la sentenza della Corte costituzionale n. 308 del 2004, con riferimento ad un fondo analogo – quello per la garanzia del rimborso dei prestiti fiduciari per il finanziamento degli studi universitari dei capaci e meritevoli – ha chiarito che, attenendo il fondo alla promozione del diritto allo studio e alla materia dell’istruzione, materia di legislazione concorrente, la sua disciplina non può prescindere dal diretto coinvolgimento delle Regioni, nel rispetto di quanto sancito dall’articolo 117 della Costituzione. La stessa Corte ha dunque ritenuto costituzionalmente illegittime le norme riguardanti la gestione del relativo fondo in quanto riservavano ogni potere decisionale ad organi dello Stato, laddove invece tale disciplina di dettaglio avrebbe richiesto un coinvolgimento delle Regioni. Ugualmente, nel parere reso sulla legge in esame, la 1a Commissione della Camera dei Deputati ha affermato che “l’articolo 4, comma 3, riservando ogni potere decisionale ad organi dello Stato e assegnando alle regioni un ruolo meramente consultivo, non tiene adeguato conto dell’esigenza del coinvolgimento delle regioni”. Ci si chiede allora con quale ostinata ragione il governo abbia voluto continuare sulla strada di un Fondo per il merito completamente rimesso alla determinazione per opera di decreti ministeriali.
Per quanto riguarda poi la "missione" dell'Università, ovvero la ricerca e la formazione delle future generazioni, la legge peggiora le condizioni per il diritto allo studio, riducendo drasticamente le borse di studio e, in particolar modo, non delineando alcun progetto di welfare studentesco. È dunque contraddetto il quarto principio tipicamente ispiratore della riforma, ovvero quello del merito: esso risulta infatti solo un vuoto programma laddove, senza una politica di diritto allo studio non può conseguentemente emergere il merito degli studenti meno abbienti.
Anche la mobilità non viene garantita e, anzi, paradossalmente si istituiscono meccanismi premiali per coloro i quali decidano di frequentare l'Università "sotto casa" anziché la migliore per il proprio percorso formativo. Questo è ciò che comporta la riserva di una quota del 10 per cento delle borse di studio agli studenti iscritti nelle Università della regione in cui risultano residenti, prevista dall’articolo 4, comma 3, lettera o) : una disposizione che appare suscettibile di ledere il principio di uguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione, problema peraltro già evidenziato nel parere espresso dalla 1a Commissione del Senato. Da questo stesso parere si possono poi ricavare altri elementi di incostituzionalità e di irragionevolezza della legge Gelmini: uno riguarda infatti l’articolo 5, comma 8, in relazione all’articolo 81 della Costituzione sul bilancio dello Stato, un altro l’articolo 6, comma 12, in relazione all’incompatibilità tra la condizione di professore a tempo definito e l’assunzione di cariche accademiche, ed un altro ancora l’articolo 24, comma 2, lettera c), in cui si evidenzia il ricorso ad una normativa di dettaglio che dovrebbe essere più correttamente contenuta in disposizioni di rango secondario come regolamenti che leggi.
Ancora, si può dire che la legge contiene una serie di disposizioni apparentemente innovative, come ad esempio il meno controverso caso della “Agenzia per la valutazione degli atenei”: per la prima volta si prevede che i fondi pubblici alle Università siano assegnati in funzione dei risultati e, purtroppo, immaginiamo sin da ora che ci vorranno anni prima che la nuova agenzia sia in grado di produrre i primi risultati. Ad ogni modo, pur ammettendo che questa nuova agenzia sia in grado di lavorare da subito, il lavoro sarebbe inutile perché non ci sono fondi adeguati che possano premiare le Università migliori (un paradosso evidente).
La ciliegina sulla torta è poi l’evidente pressappochismo che contraddistingue la legge Gelmini e che si materializza all’articolo 29, comma 11, lettera c), che abroga il comma 11 dell’articolo 1 della legge n. 230 del 2005, modificato dall’articolo 6, comma 5, della legge Gelmini stessa. In sostanza, il legislatore decide e non decide di voler sopprimere qualcosa (si veda l’articolo 29) e di volerla modificare allo stesso tempo (si veda l’articolo 6): com'è stato possibile che il legislatore volesse una cosa e allo stesso tempo il suo contrario? Il punto è che purtroppo non si tratta di una disputa accademica ma di un vero e proprio "sbrego" procedurale, per cui sarebbe stata a nostro avviso necessaria una seria presa d’atto dell’errore, con relativo emendamento correttivo, decisivo per il ripristino della coerenza normativa del testo di legge prima della sua pubblicazione ed entrata in vigore, ed una conseguente indispensabile “navetta”, ovvero un ulteriore passaggio alla Camera. Quello che invece è avvenuto è stato lo show down di martedì 21, durante il quale la presidente di turno leghista Rosy Mauro, proprio a partire dall'emendamento del PD che denunciava l'errore, innescava una bagarre tale da produrre ben quindici votazioni annullate e fatte rifare da Schifani. Così, la questione si è conclusa con la maggioranza che “concede” solo che i senatori dell'opposizione possano usare, a fine lavori, l'articolo 103 del Regolamento del Senato per chiedere il c.d. “coordinamento formale”, un meccanismo teoricamente pensato per quando si scopre, alla fine, che ci sono dei “pasticci” nel testo legislativo, e non certo per quando i “pasticci” si conoscono prima e sono quindi evitabili. Il Senato ne esce umiliato: ha votato scientemente nella stessa legge una cosa e il suo contrario, sapendolo prima.
Di certo una legge di riforma dell'Università che vorrebbe definirsi “epocale” proprio perché finalizzata a modificare nel profondo il sistema accademico attuale, avendo rispetto per il futuro e il quotidiano di studenti, ricercatori e professori, non merita di incappare in un errore tecnico materiale relativo alle specifiche disposizioni normative del testo di legge, non eccepito se non prima del terzo passaggio al Senato dal gruppo PD. L'ostinazione di voler approvare al più presto, come se fosse un diktat (e le immagini più chiare di tutto ciò sono quelle della vicepresidente d'assemblea leghista Rosy Mauro) la riforma Gelmini, ha addirittura comportato una “strana”, per non dire “dubbia”, modifica alla prima bozza del verbale della seduta di martedì scorso. Non a caso il senatore PD Zanda ha sollecitato in una nota l'avvio di un'inchiesta interna al Senato per far luce e chiarire i motivi, oltre che scoprire il “mandante”, che hanno portato all'inserimento di puntini di sospensione davanti alle parole della vicepresidente Rosy Mauro “approvato”, che non comparivano nella precedente bozza del resoconto stenografico effettuata nell'immediatezza della seduta e che, apposti in un momento successivo, hanno permesso in definitiva di “salvare” le procedure parlamentari e, in sostanza, la legge.
In conclusione, il Parlamento ha approvato una riforma dell'Università che più che essere un investimento in cultura e ricerca appare un ingegnoso marchingegno volto al taglio di ulteriori risorse in settori chiave di crescita e sviluppo dell'Italia tutta. Il significato ultimo è quello di una “riforma Tremonti”, pericolosamente diretta in senso opposto a quello scelto dagli altri paesi d'Europa che, nonostante vivano come da noi l'eccezionale gravità della crisi economica, hanno scelto di puntare su formazione e ricerca. Non rimane dunque che augurarsi che la cittadinanza sia ascoltata e fatta partecipe delle decisioni che ci saranno nel prossimo futuro, con l'approvazione dei regolamenti attuativi della riforma Gelmini. La legge approvata in via definitiva è stata, infatti, una legge-delega che spetterà al governo attuare con l'emanazione di decreti legislativi (esattamente come per il federalismo fiscale).

domenica 26 dicembre 2010

Cose e idee ormai obsolete

La lista dell'Huffington Post
Le 20 cose e idee più obsolete del decennio (dal sito www.corriere.it )
Vhs, agenzie di viaggio, cd, mappe, fax, enciclopedie: ci ricordano quanto le nostre abitudini sono cambiate


MILANO
– Come cambia velocemente il mondo in questa società effimera, nella quale tutto sembra bruciare istantaneamente per essere rimpiazzato da qualcosa di migliore, di più bello, di più rapido ed efficiente. Il giorno della vigilia di Natale la celebre testata fondata da Arianna Huffington propone una sorta di necrologio per ogni prodotto, invenzione o idea che nell’ultima decade è passato a miglior vita, ricordandone anche brevemente la data alla quale si può ricondurre la dipartita ufficiale. Nella lista troviamo non solo oggetti ormai relegati al passato, ma anche concetti che, travolti da cambiamenti epocali, stanno sparendo persino dall’immaginario delle persone.
AI PRIMI POSTI – Il primo funerale va celebrato per il Vhs e le sue videocassette, capaci ormai di far quasi sorridere al cospetto del ben più autorevole Dvd. Il Washington Post scriveva della sua morte già nel 2005: «Il Vhs è morto, a soli 29 anni di vita». A seguire troviamo nella classifica delle cose obsolete le agenzie di viaggio, ormai spazzate via dai siti e dalle applicazioni per viaggiatori digitali, capaci di offrire soluzioni ben più capillari e originali. Al terzo posto Huffington Post cita il tramonto della separazione tra vita lavorativa e privata, definitivamente annientata dopo anni di assottigliamento di un confine sempre più labile, complici il multitasking e le connessioni senza fili. Ma nella lista nera si possono trovare, come ricordato, anche concetti astratti: ne è un esempio l’oblio che, in una rete con una memoria da elefante che conserva una copia digitale di ogni pensiero e di ogni azione dei suoi utenti, semplicemente non ha più ragione di esistere. La fine del diritto di dimenticare viene sancita dall’autorevole New York Times nel luglio di questo anno con un articolo dal titolo The Web Means the End of Forgetting (Il web significa la fine dell’oblio). Gli ultimi dieci anni hanno significato anche la lenta agonia delle librerie e dei loro frequentatori, i topi da biblioteca. L’anno che verrà sarà l’anno della fine delle librerie brick and mortar (calce e mattoni) secondo le previsioni dell’editore Mike Shatzkin che nel suo blog profetizza il fallimento di molti colossi del settore, oscurati da Amazon e simili e dall’ebook. Anche l’orologio da polso è destinato a sparire, sorpassato da cellulari, laptop e gadget tutto fare che offrono un servizio molto più completo della semplice indicazione dell’orario. Uno studio del Beloit College sulle abitudini studentesche della generazione imminente concludeva pochi mesi fa: la generazione a venire non saprà più scrivere in corsivo e non conoscerà l’orologio, inteso come oggetto utile. Sopraviveranno gli orologi particolari, di lusso, capaci di regalare un valore aggiunto rispetto alla semplice indicazione pratica dell’ora.
GLI ALTRI DEFUNTI – Ma nell’ultimo decennio si sono dissolte, impercettibilmente e lentamente, tante altre cose. Nella lista c’è un posto per le linee erotiche, decisamente demodé, le cartine geografiche (impallidite rispetto alle mappa online e al Gps), la chiamata telefonica, gli annunci sui giornali, le connessioni dial-up, l’enciclopedia, il Cd, la linea fissa, le pellicole, le pagine gialle, i cataloghi, il fax. Infine, grazie al wireless sono diventati obsoleti i fili. «Nonostante per ora i fili siano ancora con noi», scrive l’Huffngton Post, «si stanno avviando a diventare una cosa del passato».
Emanuela Di Pasqua
24 dicembre 2010

Grazie figli ..... l'Italia siete voi !


Concita Di Gregorio (l'Unità 22.12.2010) 
Grazie, figli, di questa lezione memorabile che avete dato a noi che solo per voi lavoriamo e viviamo e che per voi avevamo paura, dicevamo va bene vai ma stai attento, come sempre avremmo voluto essere al posto vostro per aiutarvi e proteggervi e chissenefrega oggi di destra sinistra e centro, l'unica cosa che conta è il vostro futuro e il futuro è di tutti, anche – avete visto – di quei poliziotti e di quei finanzieri che vi applaudivano al passaggio, ce n'era un gruppo sotto al ministero Gelmini che si è messo a scherzare vi ha detto “non vi fate fregare che dipende solo da voi”, sono gli stessi agenti che manifestano davanti a Montecitorio e ad Arcore, gli stessi che vi hanno scritto, sono ragazzi anche loro, ce ne sono tanti come voi anche fra loro. Non tutti, ma tanti. Avevamo paura per voi e insieme speranza, come sempre, e come sempre non potevamo esserci perché il tempo è vostro, adesso, e da voi dipende il nostro. Grazie di aver sconfitto con l'unica arma possibile, l'intelligenza e l'ironia, la minaccia grande e reale di chi ha cercato e ancora cercherà di farvi passare per estremisti, ignoranti, provocatori, di aver sconfitto la torva arroganza del fascismo di ritorno spiazzandolo, come vi avevamo suggerito e certo sappiamo bene che non è successo perché ve l'abbiamo detto noi però lasciateci la gioia di vedere incarnato un pensiero, un testimone che passa di mano, un'idea che si muove e da qualche parte, del resto, verrà. Grazie di aver reso ridicoli semplicemente ignorandoli quelli che chiedevano il sangue sull'asfalto, quelli che vi volevano arrestare prima, che volevano trattarvi da ultras, che vi temono e vi odiano perché non vi ascoltano, non sanno quanto sia difficile stare nei vostri panni perché non ci stanno mai, stanno nei loro. Grazie per aver pensato l’idea di libertà che lascia le trincee a chi le ha costruite. Così, a Roma, vi abbiamo visti in periferia, lontano dalla zona rossa. Vestiti da Babbo Natale, coi pacchi regalo su cui avete scritto “Lotta all’evasione fiscale”, “Riconoscimento delle coppie di fatto”, “Acqua pubblica”. Diritto allo studio, avete detto al Presidente della Repubblica. Avete visto, Napolitano ha aperto la porta. I nonni e i nipoti, sono anni che lo andiamo dicendo: è questa l’alleanza che salverà l'Italia. La saggezza dei nonni, la forza dei nipoti. Scriveva Luigi Manconi, ieri, che siete un vero movimento politico. Jolanda Bufalini Claudia Fusani e Maria Grazia Gerina sono state con voi e raccontano per esempio di Alessandro, che aveva al collo una poesia di Franco Fortini. Istruitevi, abbiamo bisogno della vostra intelligenza. Non fermatevi, la battaglia è appena cominciata. L'Italia siete voi. Restituiteci la dignità che abbiamo cercato in questi tempi di fango di tenere in salvo come i libri ai tempi delle alluvioni, le mani in alto. Bianche, le mani, come le vostre. È un Paese bello e onesto e dignitoso, il nostro, avete ragione. È un Paese migliore di quella gentaglia. Prendetelo, figli. Restituitecelo. Vi guarderemo portarlo lontano, dove merita e dove meritate.

22 dicembre 2010

Mostreremo loro il rispetto, il dialogo, la forza delle idee !!!

Ecco fatto 
di Guido Mula*  (da www.ilfattoquotidiano.it )

Ecco, il ministro Gelmini sarà finalmente contenta di aver portato a casa la “sua” riforma “epocale”. Non ha ascoltato nessuno, ha calpestato le voci dei giovani e dei ricercatori, insieme alla sua maggioranza ha usato tutta l’arroganza e il disprezzo di chi pensa che nessuno abbia mai ragione al di fuori di sé. Con questa maggioranza hanno offeso gli studenti, hanno gridato prevedendo chissà quali attentati e violenze, hanno chiesto gli arresti preventivi, hanno usato sempre e solo slogan privi di sostanza.

L’università dileggiata, senza soldi, privatizzata, attaccata sotto tutti i fronti però non è morta, ma saprà resistere e risollevarsi nonostante questo attacco scellerato, distruttivo e incosciente: è una caratteristica degli italiani rialzarsi nei momenti di maggiore difficoltà. Quella approvata è una legge che perfino la maggioranza riconosce essere da rattoppare. Se non si accorgono degli errori plateali, si può facilmente immaginare quanta attenzione abbiano dedicato agli errori meno evidenti, ma ben più gravi, di fondo e di sostanza. Se preferiscono approvare una legge sapendo che è errata piuttosto che fermarsi a correggerla, è chiaro che della gente e dell’Università non importa loro assolutamente nulla.

On. Gelmini, l’Università è fatta da tantissime persone capaci di pensare e, soprattutto, capaci di insegnare. Insegneremo ai giovani, agli studenti, ai nostri figli cosa vuol dire Rispetto, Dialogo, Confronto costruttivo, e lo spiegheremo con l’esempio al contrario di quello che in questi mesi avete dato abbondantemente. Mostreremo loro chi sono le persone che hanno deciso di togliere loro un’università di qualità, il diritto allo studio, la libertà di imparare, chi ha coperto con vuoti slogan una legge insulsa e tagli irrazionali. Mostreremo loro come con la forza delle idee è possibile ricostruire e risollevarsi.

*Rete29Aprile