venerdì 30 luglio 2010

Università/ Andu: riforma voluta da Confindustria, non da Gelmini

'Per non chiudere atenei pubblici. Ultima speranza ripresa proteste'


Roma, 30 lug. (Apcom) - Secondo Nunzio Miraglia, coordinatore nazionale dell'Andu, l'Associazione nazionale docenti universitari, il ddl approvato ieri dal Senato non deriverebbe dalla volontà del ministro Gelmini ma da una precisa scelta di forti gruppi di potere, in particolare dalla volontà di Confindustria di ridurre i finanziamenti dello Stato verso gli atenei pubblici: "è il compimento di un progetto di distruzione dell'università pubblica - dichiara oggi Miraglia ad 'Ustation-the university media network' - condotto trasversalmente da Confindustria e dai forti poteri pseudo-liberisti".
Miraglia, tra i docenti più attivi, attraverso la sua associazione, nel contestare le novità incluse nel testo di riforma, ritiene che "il parlamento è stato condizionato, come negli ultimi 20-25 anni, da gruppi di potere extraparlamentari che hanno deciso al loro posto i destini dell'università pubblica: poteri che hanno come unico obiettivo quello di chiuderla".
Per il coordinatore dell'Andu le logiche di potere cui si riferisce, "sono di tipo economico ed affaristico" e prevalgono chiaramente anche nel testo del ddl approvato ieri: "basti pensare al commissariamento previsto per gli atenei in difficoltà, all'autonomia nazionale 'chiusa' ed ai grossi margini decisionali che avrà l'Anvur a seguito dell'approvazione della riforma".
Anche se il Senato ha approvato il ddl, le speranze di associazioni e sindacati di non portarla a compimento rimangono intatte. "È importante prendere atto che si è trattato di una serie di manifestazioni non scontate, soprattutto quelle delle ultime settimane: si sono svolte centinaia di assemblee di facoltà, tutte omogenee nel contestare non solo i tagli ma anche il ddl e gli attacchi all'autonomia".
Il leader dell'associazione dei docenti ritiene che il ritorno della contestazione possa in qualche modo frenare le scelte della Camera: "C'è da sperare - specifica Miraglia - che a settembre il movimento attacchi i veri responsabili di questa operazione: non certo il ministro Gelmini, che non ha le competenze per realizzarla, ma la Confindustria ed i poteri extraparlamentari. Si tratta di un potere accademico-politico fortissimo".
Per contrastarlo è fondamentale che "gli studenti, i professori, i ricercatori ed i tanti rettori che si sono espressi negativamente riprendano la loro lotta" subito dopo l'estate. "In gioco è la democrazia del paese, perché l'università è autonoma e libera. È una battaglia - conclude il coordinatore dell'Andu - che va al di là degli interessi di categoria".

giovedì 29 luglio 2010

Mailbombing ai partiti di opposizione per rompere silenzio sulla riforma Gelmini

da sito repubblica.it del 29.7.2010 

 

"Mailbombing" ai partiti d'opposizione
"Rompere il silenzio" sulla riforma Gelmini
 

L'iniziativa di docenti e ricercatori dell'ateneo di Salerno per chiedere "attenzione, lungimiranza e coraggio" contro un provvedimento che rischia di "smantellare la formazione e la ricerca"

di CARMINE SAVIANO
 
Inviare una mail per salvare l'università. Parte da Salerno l'ultima protesta contro la riforma Gelmini. Protagonisti i docenti e i ricercatori dell'ateneo salernitano. Che hanno proposto un "mailbombing rivolto ai capigruppo dei partiti d'opposizione alla Camera e al Senato". Oggetto della mail: "rompere il silenzio". Contenuto una richiesta di "attenzione, lungimiranza e coraggio" per combattere un provvedimento che rischia di "smantellare la formazione e la ricerca". Ne parliamo con Miriam Voghera, docente di Linguistica Generale nell'Università di Salerno, che a Repubblica.it racconta genesi e sviluppo dell'idea.

Professoressa Voghera, cosa spinge un professore universitario a usare toni così netti e perentori nei confronti di chi dovrebbe rappresentarlo?
"Il senso di responsabilità. Chi lavora in questi ambiti sa che anche dal suo lavoro dipende la formazione delle generazioni future e la qualità del futuro. Ma se sta per essere approvata una legge che diminuisce le risorse materiali e umane a disposizione, noi abbiamo il dovere di rivolgerci con forza ai nostri rappresentanti in Parlamento per chiedere attenzione, lungimiranza e coraggio. Lo dobbiamo ai nostri studenti, alle loro famiglie e, per quanto possa suonare retorico, alla società".

Perché un mailbombing all'opposizione e non alla maggioranza?

"L'idea che la scuola e l'università siano un bene di tutti e per tutti non appartiene ai partiti di questo governo. Rivolgersi a loro perché difendano la scuola, la ricerca e l'università pubbliche di qualità è privo di senso politico: è un po' come a chiedere alla Lega di difendere la libertà religiosa. Altra cosa è rivolgersi a chi ha fatto della difesa della scuola, della ricerca e dell'università pubblica un punto del proprio programma politico. E' a questi senatori e deputati che chiediamo conto del loro operato e del perché non abbiano fatto della riforma dell'università un grande tema di dibattito nazionale".

Quali saranno le condizioni reali dell'università italiana se la riforma Gelmini dovesse essere approvata?
"L'Italia, secondo l'Istat, spende per lo sviluppo e la ricerca circa 266 euro per abitante contro una media europea di circa 432 euro. Quindi è bene sapere che l'idea che l'università sprechi enormi quantità di risorse è falsa, semplicemente perché le risorse sono già pochissime. La riforma Gelmini taglierà ancora risorse in due modi: darà meno soldi  e bloccherà la possibilità di assumere i professori e i ricercatori che via via  andranno in pensione. Questo certo non favorirà l'inserimento di giovani ricercatori".

E l'altro modo?
"Anziché affrontare e risolvere la questione dello stato giuridico dei ricercatori, si inventano dei ricercatori a tempo determinato che dovranno lottare contro gli attuali ricercatori per dei posti che comunque non ci saranno. Infine, ciò di cui nessuno parla, ma che temo sia l'obiettivo vero della riforma".

Ovvero?
"Il Ddl prevede una riforma del sistema di governo delle università, esautorando, di fatto, i Senati accademici e trasferendo ampi poteri ai consigli di amministrazione che saranno aperti a personalità con esperienza in campo gestionale e professionale, di cui non vengono indicate le competenze necessarie".

L'università come un'azienda. Che ricadute avrà questa decisione?
"Si toglie l'università ai professori per darla ai cosiddetti manager. Con la piccola differenza che mentre i professori, i ricercatori, gli assegnisti di ricerca e persino i dottorandi devono sottoporsi a valutazioni periodiche, per i manager la meritocrazia non vale mai".

Chi ci perde e chi ci guadagna con la riforma?
"La riforma fatta dalla ministra Gelmini al grido di 'Abbasso i baroni' è una riforma contro gli studenti che avranno corsi di laurea più poveri. Contro gli attuali ricercatori, che restano senza prospettive. Contro la meritocrazia perché affida il governo dell'università a personalità che non saranno sottoposte a un giudizio pubblico. E i soliti noti ne trarranno giovamento".

Il testo della lettera
Ai Senatori e ai Deputati eletti nelle liste dell'opposizione

Non abbiamo votato per il governo ma per i partiti oggi all'opposizione, perché ritenevano  -  e vogliamo continuare a ritenere  -  che voi dell'opposizione avreste lavorato per il necessario sviluppo della scuola, dell'università e della ricerca pubblica, che costituiscono il futuro non solo culturale e intellettuale, ma anche economico-produttivo del nostro Paese.

Non vediamo proposte credibili che portino il vostro segno a favore dell'istruzione e della ricerca pubblica. A fronte di una scarsa progettualità, intravediamo segnali di parziale consenso o velato dissenso al Ddl Gelmini. Poiché il Ddl ha come effetto la distruzione della qualità formativa e scientifica del sistema universitario, impedendo investimenti per la ricerca e la didattica, riterremo ogni forma di sostegno diretto o indiretto come una negazione del patto che lega noi elettori ai nostri rappresentanti.

In assenza dell'elaborazione di concrete proposte alternative che contrastino il Ddl Gelmini nei fondamenti e nelle prospettive, siamo pronti a ripensare il nostro sostegno ai vostri partiti per i quali potremmo non votare alle prossime elezioni.
(29 luglio 2010)

Primo passo secondo quanto previsto da Valditara: Senato approva ddl Gelmini prima della pausa estiva

 fonte: agenzia di stampa ASCA del 29 Luglio 2010

UNIVERSITA': OK DEL SENATO ALLA RIFORMA GELMINI. ECCO COSA PREVEDE


L'aula del Senato ha dato il via libera al ddl Gelmini che riforma l'universita' italiana. Il testo approdera' alla Camera a ottobre e dovrebbe essere approvato definitivamente entro fine anno.

Il provvedimento e' composto da 22 articoli e sono stati oltre 400 gli emendamenti esaminati dall'aula, 80 quelli della maggioranza. Questi i punti principali del ddl: LINEE ISPIRATRICI. Il provvedimento riforma l'intero sistema universitario affermando il principio che l'autonomia delle universita' deve essere coniugata con una forte responsabilita': finanziaria, scientifica, didattica. Le universita' sono autonome ma risponderanno delle loro azioni.

FINANZIAMENTI IN BASE A QUALITA'. Se le universita' saranno gestite male riceveranno meno finanziamenti. I soldi dunque saranno dati solo in base alla qualita' con la conseguente cessazione dei finanziamenti a pioggia. Nella stessa ottica, si riforma il reclutamento del personale e si riforma la governance delle universita' secondo criteri meritocratici e di trasparenza.

GESTIONE FINANZIARIA. Viene introdotta la contabilita' economico-patrimoniale uniforme, secondo criteri nazionali concordati tra Miur e Tesoro. I bilanci dovranno rispondere a criteri di maggiore trasparenza. Debiti e crediti saranno resi piu' chiari nel bilancio.

Inoltre, vi sara' il commissariamento e tolleranza zero per gli atenei in dissesto finanziario.

RETTORI A TEMPO DETERMINATO. Limite massimo complessivo di 8 anni al mandato dei rettori, inclusi quelli gia' trascorsi prima della riforma. Come e': oggi ogni universita' decide il numero dei mandati. Come sara': un rettore non potra' rimanere in carica per piu' di 8 anni, con valenza retroattiva. Per un massimo di due incarichi di quattro anni ciascuno.

ADOZIONE DI UN CODICE ETICO. Oggi non ci sono regole per garantire trasparenza nelle assunzioni e nell'amministrazione. Il provvedimento prevede un codice etico per evitare incompatibilita', conflitti di interessi legati a parentele. Alle universita' che assumeranno o gestiranno le risorse in maniera non trasparente saranno ridotti i finanziamenti del ministero.

RIORGANIZZAZIONE INTERNA DEGLI ATENEI. Riduzione molto forte delle facolta' che potranno essere al massimo 12 per ateneo. Questo per evitare la moltiplicazione di facolta' inutili o non richieste dal mondo del lavoro.

ATENEI POTRANNO AGGREGARSI. Possibilita' per gli atenei di fondersi tra loro o aggregarsi su base federativa per evitare duplicazioni e costi inutili. Come e': oggi universita' vicine non possono unirsi per razionalizzare e contenere i costi. Come sara': ci sara' la possibilita' di unire o federare universita' vicine, anche in relazione a singoli settori di attivita', di norma in ambito regionale, per abbattere costi e aumentare la qualita' di didattica e ricerca.

ABILITAZIONE NAZIONALE. Il ddl introduce l'abilitazione nazionale come condizione per l'accesso all'associazione e all'ordinariato. L'abilitazione e' attribuita da una commissione nazionale sulla base di specifici parametri di qualita'. I posti saranno poi attribuiti a seguito di procedure pubbliche di selezione bandite dalle singole universita', cui potranno accedere solo gli abilitati.

In particolare sono previsti: commissioni di abilitazione nazionale autorevoli con membri italiani e, per la prima volta, anche stranieri; cadenza regolare annuale dell'abilitazione a professore al fine di evitare lunghe attese e incertezze; attribuzione dell'abilitazione, a numero aperto, sulla base di rigorosi criteri di qualita' stabiliti con Decreto Ministeriale, sulla base di pareri dell'Anvur (Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) e del Cun (Consiglio Universitario Nazionale); distinzione tra reclutamento e progressione di carriera: basta con i concorsi banditi per finta solo per promuovere un interno. Entro una quota prefissata (1/3), i migliori docenti interni all'ateneo che conseguono la necessaria abilitazione nazionale al ruolo superiore potranno essere promossi alla luce del sole con meccanismi chiari e meritocratici. E ancora: messa a bando pubblico per la selezione esterna di una quota importante (2/3) delle posizioni di ordinario e associato per ricreare una vera mobilita' tra sedi, oggi quasi azzerata; procedure semplificate per i docenti di universita' straniere che vogliono partecipare alle selezioni per posti in Italia.

VALUTAZIONE ATENEI. Le risorse saranno trasferite dal ministero in base alla qualita' della ricerca e della didattica. Fine della distribuzione dei fondi a pioggia. Ci sara' l'obbligo di accreditamento, quindi di verifica da parte del ministero, di tutti i corsi di laurea e di tutte le sedi distaccate per evitare che si creino insegnamenti e strutture non necessarie e la valutazione dell'efficienza dei risultati conseguiti da parte dell'Anvur.

OBBLIGO DOCENTI DI CERTIFICARE PRESENZA. I docenti avranno l'obbligo di certificare la loro presenza a lezione. Questo per evitare che si riproponga senza una soluzione il problema delle assenze dei professori negli atenei. Viene per la prima volta stabilito inoltre un riferimento uniforme per l'impegno dei professori a tempo pieno per il complesso delle attivita' didattiche, di ricerca e di gestione, fissato in 1.500 ore annue di cui almeno 350 destinate ad attivita' di docenza e servizio per gli studenti.

SCATTI STIPENDIALI SOLO AI PROFESSORI MIGLIORI. Si rafforzano le misure annunciate nel DM 180 in tema di valutazione dell'attivita' di ricerca dei docenti. In caso di valutazione negativa si perde lo scatto di stipendio e non si puo' partecipare come commissari ai concorsi.

ACCESSO AI GIOVANI STUDIOSI. Il ddl introduce interventi volti a favorire la formazione e l'accesso dei giovani studiosi alla carriera accademica.

In particolare, sono previsti: la revisione e semplificazione della struttura stipendiale del personale accademico per eliminare le penalizzazioni a danno dei docenti piu' giovani; la revisione degli assegni di ricerca per introdurre maggiori tutele con aumento degli importi; l'abolizione delle borse post-dottorali, sottopagate e senza diritti; la nuova normativa sulla docenza a contratto, con abolizione della possibilita' di docenza gratuita se non per figure professionali di alto livello; la riforma del reclutamento con l'introduzione di un sistema di tenure-track: contratti a tempo determinato di 6 anni (3+3).

DOPO SEI ANNI O ASSUZIONE O CESSAZIONE LAVORO RICERCATORI.

Il termine dei sei anni se il ricercatore sara' ritenuto valido dall'ateneo sara' confermato a tempo indeterminato come associato. In caso contrario terminera' il rapporto con l'universita' maturando pero' dei titoli utili per i concorsi pubblici. Questo provvedimento si rende indispensabile per evitare il fenomeno dei ricercatori a vita e determina situazioni di chiarezza fondate sul merito. Inoltre il provvedimento abbassa l'eta' in cui si entra di ruolo in universita' da 36 a 30 anni con uno stipendio che passa da 1300 euro a 2100. E ancora: chiarificazione delle norme sul collocamento a riposo dei docenti e valutazione complessiva delle politiche di reclutamento degli atenei ai fini della distribuzione del Fondo di Finanziamento Ordinario.

DIRITTO ALLO STUDIO E AIUTI PER STUDENTI MERITEVOLI.

Delega al governo per riformare organicamente la legge 390/1991, in accordo con le Regioni. Obiettivo: spostare il sostegno direttamente agli studenti per favorire accesso agli studi universitari e mobilita'. Inoltre sara' costituito un fondo nazionale per il merito al fine di erogare borse di merito e di gestire su base uniforme, con tassi bassissimi, i prestiti d'onore.

MOBILITA' PERSONALE NEGLI ATENEI. Sara' favorita la mobilita' all'interno degli atenei perche' un sistema senza mobilita' interna e' un sistema non moderno e dinamico.

5 ANNI ASPETTATIVA. Possibilita' per chi lavora in universita' di prendere 5 anni di aspettativa per andare nel privato senza perdere il posto.

DISTINZIONE DI FUNZIONI TRA SENATO E CONSIGLIO AMMINISTRAZIONE. E' prevista una distinzione netta di funzioni tra Senato e Consiglio d'Amministrazione, il primo organo accademico, il secondo di alta amministrazione e programmazione. Il Senato avanzera' proposte di carattere scientifico, ma sara' il CdA ad avere la responsabilita' chiara delle spese, delle assunzioni e delle spese di gestione anche delle sedi distaccate.

CDA NON SARA' ELETTIVO E STUDENTI IN ORGANI GOVERNO. Il Consiglio di Amministrazione non sara' elettivo, ma fortemente responsabilizzato e competente, con il 40% di membri esterni. Il presidente del Cda potra' essere esterno.

E' prevista la presenza qualificata degli studenti negli organi di governo.

DIRETTORE GENERALE AL POSTO DELL'AMMINISTRATIVO. Viene introdotto un direttore generale al posto del direttore amministrativo. Oggi il direttore amministrativo e' spesso un esecutore con ruoli puramente amministrativi, in futuro il direttore generale avra' compiti di grande responsabilita' e dovra' rispondere delle sue scelte, come vero e proprio manager dell'ateneo.

NUCLEO VALUTAZIONE A MAGGIORANZA ESTERNA. Il nulceo di valutazione d'ateneo sara' a maggioranza esterna. Come e': molti nuclei di valutazione sono oggi in maggioranza composti da docenti interni. Come sara': il nucleo di valutazione dovra' avere una maggiore presenza di membri esterni per garantire una valutazione oggettiva e imparziale.

STUDENTI VALUTERANNO I PROFESSORI. Gli studenti valuteranno i professori e questa valutazione sara' determinante per l'attribuzione dei fondi alle universita' da parte del ministero.

RIDUZIONE SETTORI SCIENTIFICO-DISCIPLINARI. Vengono ridotti i settori scientifico-disciplinari, dagli attuali 370 alla meta' (consistenza minima di 50 ordinari per settore).

Come e': ogni professore e' oggi rigidamente inserito in settori scientifico-disciplinari spesso molto piccoli, anche con solo 2 o 3 docenti. Come sara': saranno ridotti per evitare che si formino micro-settori, che danneggiano la circolazione delle idee e danno troppo potere a cordate ristrette.

GELMINI, ''EVENTO EPOCALE. L'ITALIA TORNA A SPERARE''.

''Voglio esprimere grande soddisfazione per l'approvazione del ddl sull'universita'. Si tratta di un evento epocale che rivoluziona i nostri atenei e che permette all'Italia di tornare a sperare''. Lo afferma il ministro dell'Istruzione, dell'Universita' e della Ricerca, Mariastella Gelmini, dopo il via libera del Senato al ddl che riforma l'universita' e che dopo l'estate approdera' alla Camera.

''L'universita' - spiega Gelmini - sara' piu' meritocratica, trasparente, competitiva e internazionale. Il ddl segna la fine delle vecchie logiche corporative: sara' premiato solo chi se lo merita. L'approvazione di questo provvedimento costituisce la base per il rilancio del sistema universitario italiano, finalmente si potra' competere con le grandi realta' internazionali''.

''E' importante che una parte dell'opposizione, come Rutelli e l'Api - conclude il ministro - abbia votato a favore del provvedimento. Questa e' la dimostrazione che, sui grandi temi del riformismo, maggioranza e opposizione possono lavorare insieme per modernizzare il Paese''.

venerdì 23 luglio 2010

Valditara (PdL): riforma universitaria approvata verso fine anno

da sito ilsole24ore.it del 23.07.2010



È sbarcato ieri in aula al Senato il Ddl di riforma degli atenei italiani, con quasi due mesi di ritardo dalla chiusura dei lavori in commissione.
Il testo, accompagnato da ben 437 emendamenti, di cui un centinaio presentati dalla maggioranza, si preannuncia "blindato". Palazzo Madama dovrebbe accogliere solo le richieste di modifica che hanno ottenuto l'ok da parte del governo, vale a dire circa una trentina, anticipate dal Sole24ore.com lo scorso 20 luglio.

Il relatore del provvedimento e professore universitario, Giuseppe Valditara (Pdl) si è mostrato fiducioso di chiudere l'esame del Ddl entro mercoledì della prossima settimana, o al massimo, prima della pausa estiva. La palla passerà poi a Montecitorio, che dovrebbe licenziare definitivamente la riforma Gelmini tra novembre e dicembre. Pochissime le possibilità di chiudere prima, come ammette Valditara, considerato come, in quel periodo, ha spiegato, «la Camera sarà probabilmente impegnata nell'esame della finanziaria d'autunno, che, come è accaduto con la manovra estiva, monopolizzerà i lavori del parlamento». Per Valditara, il Senato si appresta a votare «una riforma di alto profilo», e probabilmente, «la più importante di questa legislatura nel settore dell'istruzione e della ricerca». Giudizio diametralmente opposto per il capogruppo Pd in commissione cultura a Palazzo Madama, Antonio Rusconi che ha parlato, invece, di «pessima riforma», partita peraltro con il piede sbagliato, vale a dire «senza risorse economiche sufficienti». Rusconi ha ricordato infatti come la manovra di Tremonti, al giro di boa definitivo alla Camera, abbia confermato la cura dimagrante di 1,3 miliardi di euro al fondo di funzionamento degli atenei, tagliando, di fatto, le ali a qualsiasi tentativo di modifica del settore.

Un punto che registra malumori anche all'interno della maggioranza e rilanciato dallo stesso Valditara, che nella relazione illustrativa del Ddl Gelmini in Senato, ha chiesto al governo di assicurare «risorse adeguate». Altrimenti, ha detto, «non si potranno fare assunzioni di personale e i ricercatori non avranno adeguate prospettive di carriera». Senza dimenticare, ha aggiunto, come dal prossimo anno accademico è attesa una riduzione del 20% dei corsi di laurea.
Una volta approvata, la riforma produrrà un radicale cambiamento nelle università italiane, dove attualmente lavorano circa 40mila professori e 25mila ricercatori.
Oltre al test obbligatorio di lingua straniera per i ricercatori, le nuove norme impongono agli ordinari a tempo indeterminato di svolgere attività lavorativa per almeno 1.500 ore nell'anno solare, di cui 350 ore di didattica. Sul fronte del reclutamento, arriva l'obbligo per gli atenei di stanziare i fondi necessari per sbloccare i concorsi per associato. I ricercatori, poi, avranno tutti un contratto a tempo determinato: tre anni rinnovabili di altri tre. Entro questo termine dovranno, però, conseguire l'abilitazione scientifica per diventare associati, altrimenti si finisce fuori. Restano, invece, "a esaurimento" i ricercatori di ruolo. Per Carmen Mariano, 34 anni, da due anni ricercatrice a tempo indeterminato alla Sapienza, «si blocca qualsiasi progressione meritocratica, con un danno in busta paga, pensione e buonuscita».

 Dal 2016 il dottorato diventerà requisito per accedere ai contratti di ricerca. Mentre salta il cosiddetto "biennio Amato", che consentiva il fuori ruolo ai docenti universitari. E dopo vari annunci e smentite si fissa un punto fermo: la pensione arriverà per tutti a 70 anni.

I PUNTI CHIAVE

I professori
Con l'entrata in vigore della riforma salta il "biennio Amato" che consentiva il fuori ruolo per i docenti universitari. E la pensione arriva per tutti a 70 anni

I ricercatori
I ricercatori di ruolo andranno "a esaurimento", tutti gli altri saranno a tempo determinato: tre anni rinnovabili di altri tre. Solo dopo potranno essere assunti dall'ateneo come associati altrimenti si finirà fuori

La governance
I rettori avranno un mandato a tempo che potrà arrivare fino a 8 anni. Il senato accademico potrà proporre con maggioranza di 3/4 la sfiducia del rettore che abbia amministrato male l'ateneo.



da sito ilsole24ore del 20.07.2010

Professori universitari: la proposta di ddl di riforma non tiene conto della richiesta del Ministro Gelmini e  conferma la pensione a 70 anni

Nessun pensionamento "accelerato" per i professori universitari, mentre diventa obbligatoria per chi vuole diventare ricercatore la conoscenza della lingua inglese. Sono alcune delle novità, anticipate dal Sole24ore.com, del pacchetto di emendamenti che in serata (il termine scade alle ore 19) il relatore Giuseppe Valditara (Pdl) presenterà al ddl università, contestato ieri a Padova, che giovedì inizierà l'esame in aula al Senato, per il via libera definitivo, che dovrebbe arrivare martedì o mercoledì della prossima settimana.

In tutto una decina di modifiche, che hanno ricevuto l'ok da parte del Governo, che mirano, soprattutto, a semplificare ulteriormente alcuni adempimenti amministrativi degli atenei, dalle chiamate dei docenti, alla maggiore flessibilità sull'organizzazione del lavoro interno. Quest'ultima possibilità, però, sottolinea Valditara, viene limitata ai soli atenei virtuosi e servirà, comunque, il via libera di Viale Trastevere.

L'attesa era tutta su un eventuale "emendamento" che anticipasse a 65 anni l'età di pensionamento dei "baroni", così come richiesto, tra l'altro, qualche giorno fa, dallo stesso ministro Gelmini. Fumata nera. La richiesta di modifica non è entrata nel pacchetto Valditara, con la conseguenza, quindi, che rimane a 70 anni il limite massimo d'età per i docenti per lasciare la cattedra.

Tra gli altri emendamenti che saranno presentati dal relatore, spicca quello che impone agli atenei di accantonare le risorse per i ricercatori a contratto. Questi soldi, ha spiegato Valditara, serviranno per garantire il secondo rinnovo dei contratti triennali. Valditara ha evidenziato anche di aver "strappato" al ministro Gelmini l'impegno a rimpinguare il fondo ordinario di funzionamento degli atenei (che il prossimo anno subirà una sforbiciata di 1,3 miliardi) e, soprattutto, la possibilità di recuperare gli scatti d'anzianità per docenti e ricercatori, bloccati dalla manovra di Tremonti fino al 2013. Il costo di quest'ultima operazione è di circa 300 milioni, nel triennio, 36, per il 2011, 101, per il 2012 e 162, per il 2013, che, secondo Valditara, potrebbero essere recuperati dall'aumento dell'accise sui tabacchi.

giovedì 22 luglio 2010

Le università sotto esame: inizia oggi discussione in Senato del ddl Gelmini

 da corriere.it del 22.7.2010


LA RIFORMA E LA FINE DEI CONCORSI

La cosa più rilevante accaduta in questi mesi nell’università è la nascita dell’Anvur, un’agenzia indipendente il cui compito è valutare gli atenei e lo stato della ricerca. Più importante della stessa legge di riforma che l’aula del Senato inizia oggi a discutere: perché gli incentivi sono spesso più efficaci delle leggi.

Dallo scorso anno, una quota (il 7%) dei fondi che lo Stato trasferisce alle università viene assegnata sulla base di un esperimento di valutazione, effettuato prima della nascita dell’Anvur. Le università migliori ricevono un premio che può essere cumulato nel tempo. Nel 2011 atenei virtuosi (ad esempio i Politecnici di Torino e Milano) potrebbero quindi ricevere fino al 14% in più, una cifra che li metterebbe ampiamente al riparo dai tagli orizzontali previsti dalla Finanziaria.
In altre sedi, invece, il taglio complessivo potrebbe superare il 14%. Poiché i fondi pubblici ormai servono a mala pena a pagare gli stipendi, le università peggiori, per sopravvivere, dovranno attuare ampie riorganizzazioni, ad esempio chiudere i dipartimenti responsabili per la modesta valutazione dell’intero ateneo.
L’efficacia dell’Anvur dipenderà dalle persone chiamate a guidarla. I primi passi lasciano ben sperare. Il consiglio direttivo sarà individuato (riproducendo le modalità seguite per lo European Research Council, Erc) all’interno di una rosa di nomi indicati da cinque esperti. La presenza fra essi di Salvatore Settis e Claudio Bordignon, gli unici italiani che fanno parte del comitato scientifico dell’Erc, è una garanzia della qualità delle scelte. Se non vi saranno sorprese, l’autorevolezza e l’indipendenza dell’Anvur saranno in contro-tendenza rispetto ad un governo che dimostra un crescente fastidio verso le agenzie indipendenti.
La fine dei concorsi universitari è l’aspetto più rilevante della riforma. Sono i tempi eterni e la corruzione dei concorsi che hanno indotto tanti giovani ad emigrare. Salvo il vaglio di una certificazione nazionale, le università potranno assumere chi ritengono a loro più adatto. È per questo motivo che l’Anvur è il vero perno della riforma: se l’agenzia non funzionasse, la nuova legge consentirebbe di assumere amici e parenti senza dover neppure truccare i concorsi.
In queste ore ricercatori e professori associati premono per essere tutti promossi ope legis. La nuova legge li protegge fin troppo. A chi già lavora nell’università riserva di fatto i due terzi di tutti i nuovi posti: solo un nuovo docente ogni tre proverrà da fuori. E la definizione di «esterno» non impedirà all’università di Trieste di assumere un suo allievo temporaneamente trasferito a Gorizia. In Senato numerosi emendamenti propongono di abbassare ancor più la quota di esterni.
Ma quanti nuovi posti vi saranno nei prossimi 5-6 anni? Pochissimi se i professori insistono per insegnare fino a 70 anni. Il Pd chiede che l’età di pensionamento sia abbassata a 65 anni, come accade quasi ovunque in Europa. Questo, e un graduale innalzamento della quota di fondi pubblici assegnata sulla base delle valutazioni, consentirebbe di non perdere una generazione di ricercatori. I professori resistono: non per insegnare fino a 70 anni, ma per non perdere potere. C’è una soluzione semplice per convincerli ad andare in pensione: prevedere che dopo i 65 anni non si possa più partecipare alla selezione dei nuovi docenti, né dirigere le Scuole di specializzazione, soprattutto quelle di medicina.
Francesco Giavazzi
22 luglio 2010

Università di Bari: risanamento del buco da 52 mln di euro


da corrieredelmezzogiorno.it del 22.7.2010

BARI - Il piano di rientro dell’Università di Bari, per risanare il buco di 52 milioni di euro, è stato approvato ieri dalla commissione bilancio. Dopo mesi di occupazioni, di proteste in strada, di appelli alle istituzioni, gli studenti sono riusciti ad ottenere una riduzione dal 27 al 15 per cento, ma l’aumento tasse ci sarà. Ieri la proposta è stata presentata in commissione: il passaggio è necessario prima di arrivare in senato accademico e in cda. Senza l’ok della commissione bilancio, nessun piano di rientro potrebbe essere presentato dall’Ateneo. «Riscontriamo - commenta Claudio Riccio di Link - una marcia indietro dell’amministrazione sulla questione delle tasse. In realtà il 15 per cento è stato calcolato sul reale introito e non su quello previsto: in questo caso riusciremmo a ridurre questo incremento addirittura fino al 4 per cento.
Noi siamo contrari a qualsiasi manovra che danneggia le tasche degli studenti, ma non possiamo non notare la riduzione della percentuale che l’Ateneo ha apportato. E questo per noi è un risultato importantissi mo, considerando la battagliache abbiamo avviato con le occupazioni dei mesi scorsi». L’Ateneo, rifacendo i calcoli, ha ricavato, grazie ai moduli Iseeu (previsti per legge e che permettono quindi un maggiore controllo sugli evasori) un incremento di cassa pari a circa 2 milioni di euro. Cifra che quindi ha permesso di ridurre l’iniziale aumento previsto per l’anno prossimo. «Quella proposta iniziale - continua Riccio - era illegale perchè sforava il tetto massimo previsto per legge e colpiva i redditi più bassi». Ieri sono stati approvati anche i capitoli legati alla vendita degli immobili (l’ex Manifattura del valore di 20 milioni di euro, il palazzo di Giulio Petroni di altri 7 milioni di euro e diversi suoli a Valenzano), mentre è stato messo a verbale l’avanzo di amministrazione di 19 milioni.
Con i tagli apportati in tutti i dipartimenti e ai servizi agli studenti (pari a quasi il 40 per cento), l’Ateneo in questa maniera conta di rientrare in tre anni nei 52 milioni di euro di buco, causato principalmente dal mancato pagamento da parte delle precedenti amministrazioni degli adeguamenti stipendiali del personale. Oggi si riunirà la commissione tasse per stabilire come distribuire l’aumento stabilito nel piano di rientro tra le varie fasce di reddito. Intanto ieri il cda dell’Ateneo ha dato il via libera al pagamento degli stipendi per 63 dipendenti del Policlinico fino a dicembre.
Samantha Dell'Edera
22 luglio 2010

lunedì 19 luglio 2010

La Gelmini apre la caccia ai baroni degli atenei

da sito www.iltempo.it - di Nadia Pietrafitta  18/07/2010

La «sua» riforma dell'università è pronta per andare al Senato il prossimo 22 luglio. Intanto Mariastella Gelmini ha già inviato una lettera ai rettori di tutti gli atenei italiani. Il suo messaggio è chiaro: i professori «senior» sono troppi. Per il ministro dell'Istruzione qualcosa va cambiato: «La cosa migliore sarebbe abbassare l'età pensionabile a 65 anni, e non escludo che il governo possa presentare un emendamento in tal senso alla riforma dell'università», spiega in un'intervista al Corriere della Sera. La Gelmini non ammette repliche: «Dopo i 70 anni si va a casa senza se e senza ma. Altrimenti si penalizzano i giovani».

Ai rettori chiede almeno «di rispettare la legge, visto che non tutti lo fanno. Sono sorpresa e indignata - ammette - dal fatto che alcuni di loro cerchino di mantenere in servizio i docenti anche dopo i 70 anni». Il ministro fa riferimento a quanto accade alla Sapienza di Roma, dove i cosiddetti professori «senior» possono restare in servizio fino a 75 anni. È troppo: «La nostra legge è gia molto generosa: in Europa solo noi arriviamo a 70. Tutti gli altri si fermano a 65, la Francia a 67». L'età media dei professori ordinari in Italia reggiunge i 60 anni: «Troppi - dice sicuro il ministro - Abbiamo bisogno di un ricambio generazionale e la crisi economica ci obbliga a scegliere». La scelta - secondo la Gelmini - è tra chi ha avuto già tanto e i giovani precari. Gli stipendi dei professori «senior» sono anche i più elevati: tagliarli significherebbe risparmiare. «Le risorse recuperate potrebbero essere utilizzate per fare spazio ai giovani ricercatori», spiega.

Poi sull'emendamento che alzava di tre anni l'età pensionabile dei professori, che stava per essere inserito nella manovra, non ha paura di dire la sua e tira acqua al suo mulino: «Non è passato e ho fatto di tutto per evitarlo. Sarebbe stato un grave errore. Non possiamo riempirci la bocca di fuga dei cervelli o di precarizzazione e poi, quando ci sono due soldi, usarli per mandare in pensione più tardi chi ha già avuto tanto. Dovendo scegliere è giusto aiutare la parte debole, i giovani». Le parole del ministro dell'Istruzione suonano come musica per le orecchie di Giorgia Meloni, ministro della Gioventù: «Ha ragione il ministro Gelmini: abbiamo urgente bisogno di un ricambio generazionale e la crisi economica ci costringe a scegliere come destinare le poche risorse che abbiamo a disposizione. Per questo - aggiunge - sostengo l'ipotesi che il governo presenti un emendamento alla riforma dell'università per abbassare l'età pensionabile dei professori universitari. Mandarli in pensione a 65 anni permetterebbe finalmente di liberare spazio e risorse da destinare ai più giovani».

Favorevole alla proposta del ministro dell'Istruzione anche l'associazione «Studenti per le Libertà», vicina ai «Giovani del Pdl». Non volendo, però, che il patrimonio rappresentato dalla «cultura, la preparazione e la passione di molti docenti in età pensionabile» vada perduto, questi giovani lanciano una proposta: «La costituzione, in ogni ateneo, di una associazione o fondazione di docenti in pensione, in cui queste personalità che tanto hanno dato all'università, potranno continuare a dedicarsi agli studenti, attraverso attività di tutorato e assistenza alla didattica, piuttosto carenti nelle strutture del nostro Paese». La Gelmini raccoglie anche il plauso sarcastico del Pd: ««Il fatto che, seppure con qualche mese di ritardo, il ministro riprenda la nostra proposta sul ricambio generazionale nell'università che il governo aveva bocciato in commissione al Senato, è positivo», afferma Marco Meloni, responsabile Università e ricerca della segreteria nazionale del Pd.

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Ma uno studio de "le scienze" del 2006 già lo aveva scoperto!


da sito repubblica.it

Una ricerca, in edicola domani con il mensile "Le Scienze", mette in luce un forte squilibrio nel mondo accademico italiano
Università, troppi prof anziani: in arrivo uno "tsunami demografico"
Lo studio: "Così il nostro sistema è privato di professori e ricercatori nell'età della loro maggiore creatività scientifica"


ROMA - "Uno tsunami demografico si sta propagando nell'università italiana". È un grido d'allarme quello lanciato da Stefano Zapperi (ricercatore del CNR - Istituto nazionale di fisica della materia) e Francesco Sylos Labini (del Centro Studi e Ricerche Enrico Fermi di Roma) nelle pagine del mensile "Le Scienze" in edicola domani. Nel mondo accademico italiano, secondo la ricerca, si starebbero per abbattere le conseguenze del forte squilibrio demografico tra i docenti in ruolo.

Spesso si parla della difficoltà dei giovani a inserirsi nel mondo accademico e della ricerca, del problema dei precari, della fuga dei cervelli. La causa di questi fenomeni potrebbe essere proprio il progressivo invecchiamento della popolazione docente nei nostri atenei e la scarsa attenzione, degli stessi e del Ministero, verso il reclutamento, che spesso avviene per via legislativa. A questo bisogna, inoltre, aggiungere anche i lunghi periodi in cui le assunzioni sono ridotte al minimo. E così, una delle conseguenze di questa errata politica è che, dati alla mano, alcune generazioni della docenza universitaria sono praticamente inesistenti, a vantaggio di altre (la struttura anagrafica è infatti caratterizzata da un forte squlibrio tra il personale anziano e quello giovane).

L'analisi statistica condotta all'interno dell'indagine dimostra come la politica delle assunzioni abbia portato a una struttura che non ha eguali negli altri paesi. "In particolare - spiegano i ricercatori - il numero dei giovani nel corpo docente è estremamente basso, e tende a diminuire, mentre quello degli anziani è in vertiginoso aumento. L'università italiana è quindi quasi priva di professori e ricercatori nell'età della loro maggiore creatività scientifica, un fenomeno che favorisce, di fatto, la fuga dei cervelli". Queste politiche, inoltre, hanno favorito l'accumularsi di un gran numero di ricercatori precari, che spesso, malgrado l'eccellenza scientifica ottenuta anche a livello internazioanle, lavorano in condizioni di scarsa indipendenza e privi di responsabilità.


I dati. L'Italia, secondo una recente indagine del Miur, è uno dei paesi con il più alto numero di docenti ultracinquantenni (42%), simile solo a quello di Giappone e Francia. Se andiamo a confrontare il numero di professori ultrasessantenni, nel nostro Paese sono il 22,5% contro il 13,3% della Francia e l'8% del Regno Unito. Al contrario, i giovani docenti (sotto i 35 anni) da noi sono solo il 4,6% contro il 16% del Regno Unito e l'11,6% della Francia.

Il dato forse più allarmante è quello che riguarda il numero sproporzionato di professori di età compresa tra i 55 e i 60 anni rispetto alle classi di età adiacenti. I ricercatori puntano il dito contro la legge 382/1980, che "ha promosso ope legis a ricercatore e professore associato una vasta classe di figure orbitanti nel mondo universitario, dai borsisti ai tecnici laureati, passando per i curatori degli orti botanici". La domanda, a questo punto, nasce spontanea: cosa succederà tra quindici o venti anni, quando tutti i professori raggiungeranno l'età pensionabile? Anche la risposta, in questo caso, è quasi ovvia: se non si sarà invertita la tendenza per tempo, bisognerà assumere in massa nuovo personale docente. E questo porterà di nuovo, come un circolo vizioso, al riverificarsi del problema entro qualche decina di anni.

Guardando, inoltre, la distribuzione anagrafica dei nuovi assunti, si può notare che l'incremento è concentrato nella fascia di età che va tra i 35 e i 45 anni: questo significa che le assunzioni arrivano anche dopo un lungo periodo di precariato (a questo si deve aggiungere che il dottorato di ricerca si ottiene in genere prima dei trent'anni).


<B>Università, troppi prof anziani<br>in arrivo uno 
"tsunami demografico"</B> Il numero de "Le scienze" di febbraio

Il pensionamento. Un'altra delle cause di questo grave squilibrio, si legge su "Le Scienze", è che "la distribuzione di età dei professori universitari è evidentemente legata alla legislazione che ne determina il pensionamento". In Italia, infatti, i docenti universitari vanno in pensione più tardi dei "normali" lavoratori (che si "ritirano" a 65 anni): l'età media della pensione per i professori si attesta infatti sui 70-75 anni.

I mali della nostra università. Lo studio rivela la causa di molti dei mali che affliggono i nostri atenei, tra cui le difficoltà incontrate dai giovani a entrare nel sistema, quindi la precarizzazione del lavoro per periodi eccessivamente lunghi, il numero sproporzionato di docenti anziani e le anomalie prodotte dalle assunzioni ope legis. "A nostro avviso - concludono Zapperi e Sylos Labini - serve un'inversione di rotta, con un ringiovanimento del personale accademico. Questo processo dovrebbe cominciare ora e non fra quindici anni, quando ai problemi creati dal pensionamento collettivo di un gran numero di docenti (lo tsunami) si potrà rispondere solo con una nuova onda".
(30 gennaio 2006)